Referendum Islanda, il "no" vince con 52,8% dei voti. Da Londra alla Sassonia il vento anti-europeo
BRUXELLES L'Islanda chiude la porta, almeno per ora, alla prospettiva di riprendere i negoziati per l'adesione all'Unione europea. Al referendum di sabato per riavviare i colloqui con Bruxelles ha prevalso il «no», con il 52,8% dei voti contro il 47,2% del «sì», al termine di una campagna serrata che conferma quanto il rapporto con l'Ue resti una questione divisiva anche in un Paese già legato alle politiche europee. Reykjavik è già parte dello Spazio economico europeo e dell'area di libera circolazione Schengen: nulla cambia dunque nei rapporti tra islandesi ed europei su questo fronte, ma dal voto non arrivano neanche nuove spinte verso una maggiore integrazione. Almeno non nel breve termine. E Bruxelles non può che prenderne atto. L'Unione europea «rispetta pienamente la scelta democratica del popolo islandese», ha sottolineato il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, dopo un confronto con la premier islandese, Kristrún Frostadóttir. Laconico il commento della Commissione europea, affidato a un portavoce, che ha ribadito come l'Islanda «sia uno dei partner più stretti e fidati dell'Ue».
Nessuna formalizzazione di un dispiacere per l'esito del voto che, però, non manca: Bruxelles guardava con interesse alla prospettiva di un futuro allargamento all'Islanda, a dieci anni esatti dal referendum sulla Brexit che, con il 51,89% dei voti, decretò l'uscita del Regno Unito dall'Ue. A pesare sul «no» islandese soprattutto le preoccupazioni sulla perdita di sovranità nazionale e sul controllo sulle politiche della pesca, settore strategico per l'Islanda, che insieme all'agricoltura è tra i cardini dell'integrazione a dodici stelle. I sostenitori del «sì» - tra cui l'attuale governo guidato dalla premier socialdemocratica, che aveva rilanciato il confronto sull'adesione - puntavano invece sulla necessità di una maggiore stabilità in un quadro geopolitico sempre più instabile, segnato da guerre e dalle mire degli Stati Uniti sulla vicina Groenlandia.
La prima richiesta islandese di adesione all'Ue risale al 2009, spinta da una grave crisi finanziaria. L'iter, appena avviato, si è poi interrotto nel 2013, con l'arrivo al governo di una coalizione euroscettica.
L'esito del voto ha intanto offerto una sponda ai partiti euroscettici contro una maggiore integrazione europea. «Il popolo islandese ha ribadito una verità ovvia: l'adesione all'Ue non è l'orizzonte naturale per ogni democrazia europea», ha scritto sui social la leader del Rassemblement National, Marine Le Pen, che, a meno di un anno dalle presidenziali francesi, resta in testa ai sondaggi, mentre il campo centrista fatica a trovare un nuovo equilibrio dopo Macron e il centrosinistra resta diviso. «È possibile un'altra Europa di nazioni libere e sovrane che cooperano volontariamente su questioni di interesse comune», scandisce. Il voto a Reykjavik si inserisce in una serie di appuntamenti elettorali in Europa chiamati a misurare la tenuta dei partiti tradizionali di fronte all'avanzata delle forze populiste e nazionaliste. Gli occhi sono ora puntati sulla Germania, dove l'ondata blu dell'Afd rischia di travolgere la Sassonia-Anhalt, al voto il 6 settembre, il Meclemburgo-Pomerania Anteriore e Berlino. In Sassonia-Anhalt, a pochi giorni dalla chiamata alle urne, il partito dell'ultradestra Alternativa per la Germania è dato in vantaggio nei sondaggi, con il 42% contro il 22% dei cristiano-democratici della Cdu del cancelliere Friedrich Merz.
Il «cordone sanitario»
Il voto di settembre, pur essendo regionale, potrebbe dunque trasformarsi in un nuovo banco di prova per la tenuta del «cordone sanitario» eretto dai partiti tedeschi per impedire all'ultradestra di arrivare al governo, regionale come federale. Un'instabilità che da anni attraversa anche la politica britannica, dove a maggio le elezioni locali in Inghilterra, Scozia e Galles hanno restituito un quadro difficile per i laburisti dell'ex premier Keir Starmer, penalizzati dalla frammentazione dei voti e dalla crescita dei consensi del partito di destra euroscettico di Nigel Farage, Reform UK.
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