Questa scrittrice argentina non ha nemmeno cinquant'anni, ma è già una delle più interessanti

«- Sto per morire Leila, per questo ti chiamo».

Oggi, Samanta Schweblin è una delle maggiori scrittrici argentine (ma di tutta l’America latina), anzi lo è da tempo, anche se non ha ancora compiuto cinquant’anni; servirebbe un pezzo a parte solo per indicare il numero congruo di premi vinti o di altri, tra i maggiori, nei quali è stata finalista. Lasciamo perdere i premi e occupiamoci di come scrive, di quanto sia brava. Lo dimostra ancora una volta con i sei racconti usciti questa primavera per Einaudi, Il buon male (premiato, si capisce), con la traduzione della sempre impeccabile Maria Niola. Quando ho ricevuto il libro in aprile l’ho lasciato un attimo da parte. Certi libri hanno bisogno di un loro momento e l’attimo giusto è arrivato. Un mattino di agosto, al tavolino di un bar qui a Venezia, li ho letti tutti e sono rimasto incantato.

Il buon male

Il buon male è una finestra sulle sofferenze degli altri (ma forse anche sulle tue)

L’inquietudine è da sempre il motore principale che agita la scrittura di Schweblin, è il suo demone. La cosa che a un certo punto esce da dentro una o più personaggi e muove tutta la storia, la fa ondeggiare. In ognuno di questi racconti c’è un istante, o un fatto, o un gesto che cambia tutto. E l’istante può darsi che vada ricercato all’indietro, nel passato, qualcuno rievoca, qualcuno fa una telefonata dopo tanto tempo. C’è un dolore, una ferita che di colpo s’apre, una sutura che cede. Tutta la sofferenza viene cicatrizzata attraverso la comprensione. È come se un sottile filo empatico a un certo punto unisse un personaggio all’altro che fino a poco prima erano estranei e si capiscono, pur nell’incredulità dei fatti che li vedono protagonisti; oppure fa sì che due persone che si erano allontanate da tempo, quando non pensavano più, si ritrovano, si riconoscono. E spesso manca poco alla morte di qualcuno, e spesso in quell’attimo stanno di nuovo per cambiare le vite.

«Non piangeva, avevo la sensazione che non fosse ancora pronta per piangere».

Samanta Schweblin ha un grandissimo controllo della frase, del movimento dei personaggi. Cattura la sospensione come poche altre autrici. Leggiamo e a un certo punto ci fermiamo, pur continuando a restare sul libro, perché sentiamo qualcosa, una vibrazione, un battito di ciglia, un suono. Qualcosa sta per accadere nel racconto, il famoso click, l’istante, appunto, che rende l’ordinario indimenticabile, l’immagine che ci accompagnerà per sempre. Il periodo perfetto che consente al nostro immaginario di superare il confine e ci fa sedere da qualche parte tra le pagine di Schweblin.

Non diremo molto delle trame dei racconti qui, per non rovinare la sorpresa a chi leggerà, ma qualche accenno va fatto. Una donna si porta dietro uno sgomento, una pena che l’attraversa l’anima e non sa come liberarsene, non sa come affrontare i giorni, non sa come stare in piedi. Una donna dopo molto tempo chiama un’amica che vive molto lontano, le annuncia che sta per morire, e quella conversazione al telefono darà vita a un miracoloso congegno letterario, un innesco perfetto. Un gruppo di scrittori provenienti da ogni parte del mondo sono ospiti di una residenza a Shangai, sembrano tutti abbastanza sperduti, legati dal telefono con l’altrove delle loro case, poi accade una cosa, una piccola cosa. Un bambino narra la sua vita, osserva i genitori, ci riporta indietro a quando aveva due anni e poi molto avanti nel tempo. C’è stato un fatto che gli ha cambiato la vita, ma il danno maggiore non ricade su di lui. Lui comprende, registra, e anche qua c’è un telefono. Una poeta ha smarrito l’ispirazione, due bambine la cercano con lei; è un racconto stupendo su cosa possa fare la poesia quando sparisce, su cosa possa fare il mare / nel male. E infine qualcosa che comincia in una casa di riposo e finisce in un appartamento, due sconosciute e un uomo e un tempo che si sospende e dilata, anche qui un telefono.

«Soffre per la mia lontananza, ma la sola cosa che sa fare del suo dolore è resistere».

Il telefono gioca un ruolo importante in quattro racconti su sei; come se per la scrittrice argentina fosse necessario a misurare una distanza attraverso la quale far scorrere le storie da un tempo all’altro, da una vita all’altra.

Il buon male

La fantasia spiega la realtà

Samanta Schweblin ha spesso dichiarato di ispirarsi alla letteratura fantastica, c’è una frase Silvina Ocampo in esergo al libro, non a caso, ma poi – ovviamente – a Borges, Bioy Caceres, Cortázar; però il fantastico per lei non coincide con l’irreale, con la magia, con l’assurdo ma è l’elemento che spiega l’ordinario. Un gesto improvviso, il ripetersi di un’azione, una frase che sembra fuori contesto, portano ai nostri occhi i fatti delle vite come possono accadere, come accadono tutti i giorni, e ripetiamo: è incredibile, ma ci crediamo, come affermava Bolaño.

Il buon male

«Io avevo paura di trovare la poetessa impiccata al ventilatore».

I racconti di Samanta Schweblin sono difficili da dimenticare, li consigliamo come lettura di fine estate, ma fosse inverno li consiglieremmo senza timore come lettura di quella stagione.

Headshot of Gianni Montieri

Gianni Montieri, è nato a Giugliano in provincia di Napoli. Scrive per Doppiozero, minima&moralia, Esquire Italia, Huffpost e il manifesto, tra le altre. Prova a incrociare la letteratura con lo sport per L’ultimo uomo, Rivista Undici. 

I suoi libri di poesia più recenti sono Ampi margini (2022) e Le cose imperfette, editi da Liberaria. Ha pubblicato per 66thand2nd due titoli, Il Napoli e la terza stagione e Andrés Iniesta, come una danza. Vive a Venezia.