Quell’intervista a cuore aperto: "Il tempo è il più grande capitale. La mia vita? Uno scatto a fuoco"
Con Franco Fontana abbiamo condiviso tante conversazioni, tanti sguardi. Era sempre bello immergersi nel suo mondo a colori, nella sua irresistibile vitalità. Fra le diverse interviste che gli abbiamo dedicato, vi riproponiamo questa, del giugno 2021, pubblicata su Quotidiano Nazionale in occasione della consegna del premio Hemingway a Lignano Sabbiadoro.
(27 giugno 2021)
Dalla riva del mare, Franco Fontana osserva l’orizzonte, di quell’azzurro che brilla in tanti dei suoi celebri scatti. "Il colore del mare per me rappresenta l’infinito, quell’orizzonte che non si raggiunge mai perché, quando pensi di afferrarlo, si è già spostato più avanti – spiega –. Eppure è importante continuare sempre a camminare verso l’orizzonte, lasciando orme che resteranno anche quando andremo via".
Maestro, cosa è per lei la fotografia? "La vita, l’amore, l’anima, un incontro quotidiano con l’immagine che si esprime attraverso il pensiero. Ho sempre cercato di fotografare non quello che vedo, ma quello che penso. La fotografia è sempre un pretesto".
Ovvero? "Se io fotografo un albero, quell’albero esiste quando io lo fotografo: io divento l’albero e l’albero diventa me. Pensi al famoso ‘peperone’ di Edward Weston: è poesia, è musica, non è un semplice ortaggio".
È così anche per i suoi celebri paesaggi? Hanno scritto che sono iperreali, sospesi, quasi impossibili... "I miei paesaggi hanno una loro identità precisa, quella che io ho conferito loro. A volte mi dicono ‘Eravamo in Provenza e abbiamo visto i tuoi paesaggi’: questo significa che quei paesaggi, nelle mie foto, hanno acquisito una ‘personalità’ e uno stile che prima non avevano".
In tanti anni lei non ha mai rinnegato il colore. Perché? "Perché la vita è a colori, la vita è colore. L’altra sera a Lignano il mio amico Italo Zannier, storico della fotografia, ha detto che io interpreto il colore come se non fosse mai esistito il bianco e nero. Amo il rosso, il giallo, i colori squillanti che non sono più oggetti ma diventano soggetti. Il bianco e nero è una fantasia e a volte, rispetto al colore, è piuttosto triste".
Nella sua carriera comunque lei non si è limitato al paesaggio... "Certo, altrimenti avrei continuato sempre a fare il Fontana, a fare il mestiere. Credo invece che occorra sempre lanciarsi in qualcosa di nuovo e anche rischiare. Mi sono occupato di moda, di figura, e uno dei lavori a cui sono più legato è quello che ho realizzato fra i bassorilievi del cimitero monumentale di Staglieno, Genova: l’ho intitolato ‘Vita Nova’, perché là non ho visto la morte, ma ho pensato alla vita che continua con gioia. E voglio sperare che sia così".
Come si rapporta con il tempo che passa? "Il tempo è il più grosso capitale che abbiamo: anche chi non possiede un centesimo ha un minuto, un’ora... Ecco perché non bisogna perdere il tempo. Nella mente mi sento ancora vent’anni: certo, il fisico ne ha quasi ottantotto".
Se la sua vita fosse una fotografia, come la giudicherebbe? "Quando una foto è riuscita, diciamo che è a fuoco, non è annebbiata. Onestamente penso che la mia vita sia stata una fotografia a fuoco: quando al mattino apro la finestra, faccio un segno di croce e dico ‘Grazie’. Ho cercato di viverla sempre davvero, mai seduto in poltrona. In fondo, la vita è come un bel paesaggio. Dove giri l’angolo e trovi subito un’altra storia da raccontare".
Stefano Marchetti