Quanto c'è da preoccuparsi per il sospetto caso di peste in Siberia

La morte di una tecnica che lavorava in un centro di ricerca sulla peste in Siberia, in Russia, avvenuta la scorsa settimana, ha riacceso i timori per un’epidemia di una malattia quasi dimenticata e che associamo al Medioevo, ma che continua a circolare in alcune parti del mondo.

Secondo le principali istituzioni sanitarie il rischio di una diffusione della peste su scala globale è estremamente basso. Ciò che diversi esperti hanno definito preoccupante è la mancanza di trasparenza da parte del governo russo su cosa sia accaduto nel laboratorio.

Darya Shipilova lavorava nell’Istituto di ricerca contro le epidemie della Siberia e dell’estremo oriente di Irkutsk, aveva 28 anni e a fine settembre si era sentita male. Era stata ricoverata con una grave polmonite ed è morta in ospedale il 2 ottobre. Le autorità russe hanno attribuito la morte a una polmonite di origine sconosciuta, senza confermare che avesse contratto la peste.

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Secondo alcune ricostruzioni non confermate, mentre era in laboratorio Shipilova aveva accidentalmente rotto una provetta che conteneva il batterio della peste (Yersinia pestis) venendone contagiata. Altre versioni parlano invece di un suo viaggio lungo il confine con la Mongolia, in un’area nota per la presenza di peste tra gli animali selvatici.

Non c’è ancora una versione ufficiale del governo russo sulla causa della malattia di Shipilova. Circa 200 persone (tra contatti primari e secondari della tecnica) sono state tracciate e sono tenute sotto sorveglianza sanitaria per precauzione. L’8 ottobre le autorità russe hanno dichiarato conclusi i controlli, sostenendo che migliaia di test non abbiano rilevato agenti patogeni pericolosi. Si è parlato anche di un secondo caso sospetto, per ora non confermato.

Anche se si fosse trattato di peste, secondo esperti e istituzioni sanitarie è altamente improbabile che si possa arrivare a un’epidemia di rilevanza globale.

Il rischio è basso e incomparabile a quello di altre malattie, come il Covid che ha determinato la pandemia da coronavirus degli anni scorsi. Nel caso del Covid, la malattia si diffondeva facilmente per via aerea e molte persone iniziavano a essere contagiose giorni prima di sviluppare i sintomi (o senza svilupparli affatto). La peste ha sintomi specifici e da subito debilitanti, e si diventa contagiosi solo quando si manifestano.

Irkutsk, Siberia, Russia, 8 ottobre 2026 (Smirnov Vladimir/Anadolu via Getty Images)

La peste si manifesta in tre forme: bubbonica, polmonare e setticemica. La più comune è quella bubbonica, trasmessa dal morso di pulci infette. Il batterio raggiunge i linfonodi, che si ingrossano e diventano dolorosi. I bubboni compaiono soprattutto nell’inguine, sotto le ascelle e sul collo. In alcuni casi l’infezione si diffonde nel sangue, causando la peste setticemica, oppure raggiunge i polmoni e provoca la forma polmonare.

Quest’ultima è la più rilevante dal punto di vista dei contagi, perché si può trasmettere da una persona all’altra attraverso le goccioline di saliva e muco che si emettono con la tosse o semplicemente respirando. Può inoltre evolvere rapidamente e risultare quasi sempre fatale se non viene trattata tempestivamente con gli antibiotici. I sintomi possono comparire già il giorno successivo al contagio e questo riduce il rischio di contagiare inconsapevolmente altre persone.

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Fino all’invenzione degli antibiotici, e al miglioramento delle condizioni igieniche, ammalarsi di peste equivaleva quasi sempre a una condanna a morte. Nel XIV secolo la peste, arrivata in Europa probabilmente attraverso le nuove vie commerciali con l’Asia, si diffuse in una popolazione esposta a condizioni sanitarie e sociali molto diverse da quelle attuali. Secondo alcune stime, la malattia causò oltre 25 milioni di morti, riducendo di almeno un terzo l’intera popolazione del continente. Non c’era cura per chi si ammalava e non erano chiari i modi per ridurre il rischio di nuovi contagi e infezioni.

Oggi grazie agli antibiotici la peste può essere curata nella maggior parte dei casi, se viene diagnosticata tempestivamente e non si hanno altri particolari problemi di salute. Si usano antibiotici comuni efficaci sia contro la peste bubbonica sia contro quella polmonare. Sono inoltre disponibili vaccini per alcuni gruppi a rischio, come determinate categorie di operatori di laboratorio, ma la vaccinazione non è raccomandata di routine per la popolazione generale.

Per questo motivo all’inizio della settimana l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) ha fatto una valutazione sul caso sospetto in Siberia indicando come moderato il rischio di contagi nella zona. Sempre secondo l’OMS i rischi sono bassi per la Russia in generale e molto bassi per l’Europa. È stata però richiesta la condivisione di maggiori informazioni da parte del governo russo, che finora ha minimizzato la questione senza fornire molti dettagli.

Irkutsk, Siberia, Russia, 8 ottobre 2026 (Smirnov Vladimir/Anadolu via Getty Images)

Gli esperti ritengono che la parte più preoccupante della vicenda non sia tanto il rischio in sé della diffusione della peste, quanto il fatto che possa essersi verificato un incidente in un laboratorio. Nel caso di contaminazioni accidentali, con i campioni che si stanno maneggiando, sono previsti protocolli di sicurezza per ridurre il rischio di contagi e la diffusione di una sostanza pericolosa al di fuori del centro di ricerca. Non è chiaro se quei protocolli siano stati rispettati né è noto su che cosa stesse lavorando il laboratorio.

La scarsità di informazioni verificabili ha alimentato i sospetti e le richieste di chiarimento da parte dell’OMS. Le autorità russe hanno respinto le critiche, ma hanno comunicato solo in un secondo momento che Shipilova era vaccinata contro la peste visto il lavoro che faceva e che i test non hanno rilevato nulla di strano. È una versione difficile da verificare in mancanza della condivisione di dati e altre informazioni su quanto accaduto nel laboratorio.

I trattati internazionali danno all’OMS il compito di coordinare la risposta internazionale alle emergenze sanitarie, ma non danno il potere all’Organizzazione di obbligare un governo a fornire specifiche informazioni. La mancanza di dati verificabili può quindi rendere difficile valutare la portata di un possibile focolaio e organizzare una risposta efficace.