Putin prepara i raid alle reti per tenere l’Ucraina al gelo. E dice no al vertice di pace a 3

Vladimir Putin non ha alcuna intenzione di sedersi a un tavolo diplomatico per negoziare la fine del conflitto. L'eventuale vertice a tre con Donald Trump e Volodymyr Zelensky, suggerito dal capo della Cia John Ratcliffe durante il suo recente viaggio a Mosca, verrebbe accettato dal Cremlino a una sola condizione, «allo scopo di formalizzare gli accordi», cioè solo se servisse a ratificare una resa o un'intesa già definita altrove, e ampiamente digerita. A chiarirlo senza mezzi termini è stato ieri il portavoce Dmitry Peskov, che ha trasformato una teorica apertura in un no netto al summit suggerito dagli americani come strumento per sbloccare la guerra. Da Kiev, Zelensky ha risposto lasciando uno spiraglio aperto: «Ci stiamo preparando per nuove comunicazioni con gli inviati del presidente degli Stati Uniti - ha annunciato, promettendo ulteriori dettagli domani -: Stiamo facendo tutto il possibile per garantire che la guerra non rimanga l'unica opzione per il futuro».

La tattica

Ma intanto, mentre sbarra la porta alla diplomazia diretta, il Cremlino prepara un'altra strada: la devastazione sistematica. Il Ministero della Difesa russo ha annunciato l'avvio di preparativi per «attacchi massicci» contro le infrastrutture energetiche e idriche dell'Ucraina. Con l'avvicinarsi dell'autunno, la strategia di Putin tornerà dunque a portare la guerra direttamente dentro le case dei civili, riprendendo una tattica già collaudata negli inverni del 2022 e del 2023 e scommettendo che il buio, la sete e il gelo possano piegare la resistenza di Kiev meglio delle armi.

L'escalation energetica non nasce tuttavia nel vuoto, ma rappresenta una ritorsione esplicita contro la durissima campagna di droni con cui l'Ucraina ha colpito il cuore economico dell'aggressore. Nel solo mese di agosto, le forze di Kiev hanno centrato le raffinerie e i depositi petroliferi russi oltre venti volte, tagliando la produzione di benzina di Mosca del 20% e provocando una vera e propria crisi dei carburanti sul mercato interno russo. Kiev colpisce le arterie che finanziano la macchina bellica del Cremlino e Mosca risponde prendendo di mira la sopravvivenza primaria della popolazione ucraina, estendendo i raid non solo alle grandi centrali elettriche (già danneggiate per l'80%), ma perfino alla rete capillare del rifornimento di benzina: un'inchiesta della Bbc descrive una campagna sempre più intensa contro i distributori di carburante, con almeno 246 stazioni colpite. Anche fare rifornimento diventa un rischio per la popolazione ucraina, soprattutto nelle comunità vicine al fronte.

Il bilancio

Il costo umano di questa fase del conflitto resta drammatico. Il bilancio del devastante attacco russo contro il deposito di Myla, a ovest di Kiev, è salito a 38 morti perché le esplosioni successive hanno investito case e edifici vicini. In questo caso, va tuttavia ricordato che lo stesso presidente Zelensky ha denunciato anche la responsabilità di chi aveva collocato gli esplosivi accanto alle abitazioni, errore per il quale sono state aperte indagini. Zelensky calcola che in una sola settimana la Russia abbia scaricato sull'Ucraina quasi duemila droni d'attacco, 1.600 bombe guidate e 31 missili balistici. E se da un lato il Cremlino continua a ripetere di colpire esclusivamente obiettivi militari, la missione dell'Onu per i diritti umani smentisce la propaganda di Mosca, e ha già documentato una pioggia costante di detriti e ordigni su scuole, ospedali e quartieri residenziali.

La spinta aggressiva di Mosca proietta i suoi effetti ben oltre i confini del fronte. Il premier polacco Donald Tusk ha sostenuto che rischio di provocazioni russe contro i Paesi del blocco atlantico si fa più concreto: «Non possiamo escludere provocazioni da parte della Russia nei confronti di uno dei membri della Nato». Dal canto suo, un funzionario dell'Alleanza atlantica, ha confidato al Times of Israel che effettivamente «la Russia sta intensificando le sue azioni ibride in Europa», ma ha anche precisato che «per il momento la Nato non vede una minaccia imminente di attacco», e continua a lavorare senza sosta per garantire la sicurezza del nostro miliardo di persone».

In questo scenario sbarrato, a cercare uno spazio per il dialogo resta la Santa Sede. Di ritorno da Mosca, dove ha incontrato Sergej Lavrov e il consigliere presidenziale Yuri Ushakov, l'arcivescovo Paul Richard Gallagher insiste sulla necessità di mantenere aperti i contatti. Per il responsabile della diplomazia vaticana, il viaggio testimonia la volontà di dialogo. «Siamo andati a Mosca per parlare di pace», dice. Una strada che la Santa Sede vuole continuare a percorrere, pur mentre il Cremlino prepara altri attacchi.

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