Primarie del centrosinistra: Conte le vuole, Schlein pure (ma i sondaggi spaventano il Pd)
Le primarie erano il vanto del Partito democratico, unica forza politica italiana ad avere un leader scelto dagli elettori e non da un congresso di iscritti. Ma sono passati 21 anni dalla prima consultazione popolare nei gazebo e oggi il sentimento tra i militanti e i simpatizzanti dem è molto cambiato. «Se si facesse un sondaggio sulle primarie tra il popolo del centrosinistra penso che l'opinione prevalente sarebbe contraria» dice il presidente dell'Emilia Romagna Michele De Pascale, e sicuramente interpreta lo stato d'animo di una larga parte del partito. Perché con il tempo è sopraggiunta un po' di stanchezza, certo; e perché in passato non sono mancati episodi poco trasparenti, non tanto per i sospetti di frode (i casi dubbi alla fine sono pochissimi, e sempre circoscritti in ambito locale) quanto semmai per i rischi di interferenze esterne (il meccanismo del voto aperto a tutti si espone all'hackeraggio dall'esterno, e infatti tre anni fa qualcuno insinuò che la vittoria di Elly Schlein su Bonaccini fosse stata determinata dai voti dei Cinquestelle). Ma questa volta i democratici hanno un motivo in più per farsi tentare da un ritorno ai vecchi metodi: sondaggi alla mano, c'è il rischio che alla fine sia Giuseppe Conte a prevalere in una consultazione popolare, prendendosi la guida di tutta la coalizione.
La conversione dei pentastellati
Ed è proprio questo il motivo per cui, all'opposto, i Cinquestelle sono diventati i più energici sostenitori delle primarie, dopo averle criticate per un ventennio. Conte vede nelle primarie l'unico modo per diventare il candidato premier del fronte progressista, qualunque altro percorso porterebbe a un esito diverso.
Se non ci fosse un'investitura prima del voto, l'unico sistema alternativo sarebbe quello di decidere chi andrà a Palazzo Chigi dopo le elezioni (sempre che le vinca il centrosinistra). E se invece la coalizione trovasse il modo di individuare un leader prima del voto, con un accordo politico tra tutti gli alleati, difficilmente questo leader potrebbe essere l'ex premier pentastellato, e colui che venisse prescelto al termine di una trattativa tra i partiti rischierebbe di essere visto dai militanti come il frutto di un inciucio da vecchia politica. E così il mondo ex grillino si è convinto che in fondo il ricorso ai gazebo sia il meccanismo migliore, magari declinandolo in un modo che si avvicini di più ai riti originari del Movimento: «la consultazione si faccia online», dice il capogruppo M5S alla Camera Riccardo Ricciardi, e viene naturale pensare alle Parlamentarie (per scegliere i candidati alle Politiche) o alle Quirinarie (per il capo dello Stato) di una volta.
La scelta (obbligata) di Schlein
Dunque le primarie convengono ai Cinquestelle e al Pd no. Tanti nomi importanti del Partito democratico confessano le loro perplessità sulla procedura, da Bonaccini a Speranza al già citato De Pascale. Eppure Elly Schlein non sembra affatto intenzionata a cancellarle, ed è abbastanza comprensibile: è diventata segretaria proprio grazie al voto della base, e adesso che occupa la stanza più importante del Nazareno se chiedesse di tornare agli accordi tra vertici di partito manderebbe un pessimo segnale all'esigente elettorato dei dem. Quattro anni dopo il successo del 2023, sarà di fatto obbligata a sottoporsi al giudizio del popolo, che questa volta sarebbe quello dell'intero centrosinistra. Se vincerà, la sua aspirazione di arrivare a Palazzo Chigi riceverà una forte legittimazione. Se perderà, la sua carriera di leader politica probabilmente sarà vicina alla fine.
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