Possiamo evitare l'intelligenza artificiale? Tutt'altro. Emanuela Girardi: «Se non la conoscete, alla lunga vi sostituisce»
L’intelligenza artificiale è da qualche anno parte della nostra quotidianità e – chatbot a parte – lo è in modi cui spesso non siamo pienamente consapevoli. Orienta i percorsi sulle mappe, seleziona ciò che vediamo sui social, filtra informazioni e contenuti e sta entrando sempre più a fondo negli strumenti di lavoro e nelle dinamiche di recruiting. Il passaggio successivo è già iniziato: con agenti autonomi e robot, l’AI è ormai uscita dagli schermi per agire nel mondo fisico. A diventare centrale non è più quindi la sua adozione, ormai generalizzata e sempre più invasiva, ma la capacità di comprenderla e governarla senza subirne le scelte.
È uno dei temi al centro del lavoro di Emanuela Girardi, fondatrice e presidente di Pop AI, associazione no-profit nata con l’obiettivo di spiegare che cosa sono le intelligenze artificiali e quale impatto hanno sulla vita quotidiana. Girardi ha fatto parte anche del gruppo di lavoro del ministero dello Sviluppo economico che ha elaborato la Strategia nazionale italiana per l’intelligenza artificiale.
L’esperta sarà a Orizzonti Digitali, il forum sull’intelligenza artificiale diretto da Giorgio Metta, direttore scientifico dell’Istituto Italiano di Tecnologia, in programma a Perugia dal 21 al 24 ottobre. Il tema della quarta edizione della rassegna perugina è L’era della co-intelligenza: il nuovo rapporto tra intelligenza umana e sistemi artificiali chiamati a collaborare sempre più nei processi produttivi, nella ricerca, nella formazione, nei servizi e nella vita quotidiana. L’appuntamento è promosso da Confindustria Umbria, Umbria Digital Innovation Hub, Umbria Business School, ANCE Umbria e ITS Umbria Academy.
L’intelligenza artificiale rischia di creare un nuovo divario tra chi sa usarla e chi invece la subisce? Come si evita?
«Sì, assolutamente e il rischio c’è già. Noi usiamo l’AI ogni giorno, spesso senza accorgercene: quando Google Maps o Waze ci indicano la strada più veloce o quando i social media ci propongono un bel video di gattini che giocano o l’ultimo trend della moda. E sarà sempre più presente nelle nostre vite. Chi non imparerà a usarla rischia di diventare un emarginato digitale, escluso dalla nuova società dell’AI. Pensiamo a quanti anziani faticano ancora con lo SPID: con l’AI parliamo di tecnologie molto più complesse e molto più pervasive. Come possiamo evitarlo? Insegnando a tutti come funzionano queste tecnologie, quali sono i rischi e come usarle in modo sicuro e consapevole».
Quali sono oggi le competenze minime di AI literacy che dovrebbero avere tutti, indipendentemente dal lavoro che fanno?
«Prima di tutto capire cos’è l’AI e cosa non è: non è un oracolo digitale. L’AI generativa, che abbiamo scoperto tutti con ChatGPT nel novembre 2022, scrive testi e crea immagini e video. Sembra onnisciente ma ragiona per probabilità: a volte sbaglia, ma lo fa con tanta sicurezza e autorevolezza che noi non ce ne accorgiamo nemmeno. In più tende sempre a darci ragione. Per questo serve usare il nostro pensiero critico: imparare a fare le domande giuste, a dubitare delle risposte, a verificare le fonti. Ma la rivoluzione dell’AI continua, adesso stiamo entrando nell’era dell’AI agentica, l’AI che agisce in modo autonomo: fa la spesa, compra i biglietti del cinema, manda gli inviti per una cena, tutto da sola. E poi sta arrivando l’AI fisica, i robot che si muovono nel mondo reale. Ma la regola vale per tutte le AI: non sono persone, non hanno una coscienza, sono strumenti, molto potenti, ma pur sempre strumenti creati dall’uomo che decide come e per cosa usarli».
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Emanuela Girardi, founder di Pop AI
Courtesy of Orizzonti DigitaliChi deve assumersi la responsabilità di questa alfabetizzazione: scuola, università, imprese, istituzioni o cittadini?
«Tutti: serve un approccio di sistema. Bisogna investire per portare queste competenze nelle scuole, nelle imprese, nei servizi pubblici, negli ospedali. L’AI sta già trasformando il lavoro: oggi automatizza molte attività d’ufficio, domani i robot entreranno anche nei lavori manuali. Dobbiamo imparare a usarla nei lavori di oggi e prepararci a quelli nuovi che nasceranno. Immagino corsi per anziani e formazione a scuola, sia per insegnanti che per studenti. E le aziende? Per loro è già un obbligo di legge: l’articolo 4 dell’AI Act europeo chiede di formare i dipendenti che usano l’AI. Molte aziende però non lo sanno ancora».
L’AI è ancora un settore fortemente maschile. Che cosa perdiamo se le donne rimangono ai margini non solo dell’utilizzo ma soprattutto della progettazione e delle decisioni?
«Queste tecnologie incorporano i valori di chi le progetta e plasmano sempre di più la realtà in cui viviamo: stanno diventando una vera infrastruttura cognitiva. Per questo devono essere sviluppate anche dalle donne, perché riflettano anche la loro visione del mondo, non solo quella degli uomini. Altrimenti avremo sistemi pieni di distorsioni e discriminazioni. Lo abbiamo visto con il Covid: nel 2020 in Italia il Comitato tecnico-scientifico era tutto maschile e la task force guidata da Vittorio Colao contava 4 donne su 17. Con Dateci Voce, il movimento di cui sono tra le fondatrici, abbiamo ottenuto di aggiungere 6 scienziate nel CTS e 5 esperte nella task force. Sono immediatamente arrivate più attenzione alla scuola in presenza, asili nido, congedi e lavoro femminile, poi ripresi anche nel PNRR. Succede lo stesso con i panel di soli uomini alle conferenze: “Ne avevo invitata una, ma non è potuta venire.” La prossima volta invitane dieci! Se non ci sono donne a pensarci, spesso non ci pensa nessuno. Ecco perché dobbiamo investire sulle role model per far vedere alle ragazze di oggi che possono scegliere una carriera STEM per sviluppare le tencoloige del futuro e anche perchè, dicamolo, sono carriere che oggi pagano molto bene e danno un lavoro sicuro».
L’Europa punta su regole, diritti e inclusione ma resta indietro rispetto a Stati Uniti e Cina. Questo modello può diventare un vantaggio competitivo?
«Sì, se alle regole affianchiamo l’innovazione. Si diceva: l’America innova, la Cina copia, l’Europa regola. Non è più così. Negli Stati Uniti i singoli Stati hanno approvato molte leggi sull’AI. La Cina ha investito moltissimo in innovazione e oggi i suoi modelli sono open source, costano meno di quelli americani e hanno prestazioni sempre più vicine. E l’Europa sta semplificando le regole con il Digital Omnibus e investe nelle AI Factories, centri di calcolo vicini a imprese e ricerca. Con Adra, l’associazione europea che presiedo, lavoriamo con la Commissione Europea sull’AI fisica. Tutti abbiamo visto i robot umanoidi cinesi e americani che ballano, corrono e saltano. Ma non sono ancora pronti, né abbastanza sicuri, per entrare nelle nostre case e nelle nostre fabbriche. Noi stiamo promuovendo lo sviluppo di robot europei sicuri, affidabili, sostenibili dal punto di vista ambientale, sociale ed economico, e che incorporino i nostri valori etici. Perché nella tecnologia, alla fine, vince chi si conquista la fiducia».
Cosa vorrebbe che i suoi figli respingessero o integrassero di questa tecnologia?
«È già parte della loro vita quotidiana. Però ogni giorno ripeto loro la stessa regola: usate l’AI solo dopo aver studiato. Se conoscete la materia, l’AI vi potenzia. Se non la conoscete può farvi sbagliare e alla lunga vi sostituisce. Questa settimana ho suggerito loro di crearsi un agente-professore che li interroghi prima di una verifica e, se serve, rispieghi ciò che non hanno capito. E quando devono scrivere un testo o fare i compiti, di farlo prima da soli e poi chiedere all’AI. Vorrei poi che ricordassero sempre due cose. La prima: non fidatevi ciecamente dell’AI, soprattutto sui social. Controllate sempre le fonti, e ricordate che ciò che postate può vederlo il mondo intero. La seconda: non usate l’AI come amica virtuale. Risponde sempre e vi dà sempre ragione. Un vero amico magari non c’è 24 ore su 24 ma se sbagliate ve lo dice. E poi leggete e studiate, anche le materie umanistiche: ci insegnano a farci domande, a capire da dove veniamo e dove vogliamo andare. L’AI è utile e potente se la usiamo per aumentare la nostra umanità, non per sostituirla».