Perché lo psicologo in classe fa così paura?

La Lega propone due ore al mese di “educazione psicologica” in ogni scuola di ogni ordine e grado. L’obiettivo è quello di potenziare le competenze socioemotive degli studenti e prevenire il disagio, che ultimamente si sta manifestando in modo frequente e sotto molteplici forme, tra cui la violenza nei confronti degli insegnanti. Una proposta di assoluto buon senso, che dovrebbe trovare supporto trasversale, senza distinzione di orientamento politico. Eppure non è così.

“Una sciocchezza”

Lo stesso ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara si è espresso negativamente, definendo tale iniziativa una “sciocchezza” e sostenendo di non volere la “psicologizzazione di tutti gli studenti”. Ma cosa significa esattamente questa espressione? Ve lo dico io: nulla. La sua idea secondo cui il ricorso allo psicologo debba avvenire esclusivamente su base volontaria, sia dello studente che della famiglia, presenta diversi limiti. 

Innanzitutto, continua a interpretare l’intervento psicologico come un’attività prettamente individuale e specificatamente legata alla cura della persona, quando in realtà lo psicologo lavora anche sui gruppi e con persone perfettamente funzionanti. Non interviene solo quando qualcuno “sta male”, ma può (e deve) essere inteso anche come uno strumento di potenziamento e prevenzione. Inoltre, la visione di Valditara è quantomeno ottimistica, per non dire ingenua. 

Chiedere aiuto

È difficile infatti immaginare che tutti abbiano la forza di chiedere aiuto, soprattutto se giovani, maschi e cresciuti in un contesto familiare dove spesso regna la narrazione secondo cui “dallo psicologo ci vanno i matti” o peggio “i deboli”, “chi non ce la fa da solo”. Per questo è importante che siano invece gli psicologi a recarsi dagli studenti, compensando eventuali disfunzionalità e mancanze familiari, intercettando il disagio che si esprime nelle dinamiche di gruppo e lavorando trasversalmente sulla capacità dei ragazzi di riconoscere le proprie emozioni, di gestirle, di manifestarle, di analizzarle e di elaborarle, prima che si arrivi all’ennesimo episodio distruttivo. A quel punto l’intervento rischia di essere già tardivo. 

Perché dunque lo psicologo in classe fa così paura a così tanta gente? C’è addirittura chi teme la “medicalizzazione della scuola” o l’indottrinamento di massa. È vero, gli psicologi, così come ogni altra categoria, possono essere vittime di interpretazioni ideologiche della realtà, che poi finiscono per inquinare la qualità del loro lavoro. Ma ciò vale per chiunque, compresi gli insegnanti, i genitori, i preti e via dicendo. 

Interpretare lo psicologo come un subdolo manipolatore, che può leggere nel pensiero ed è in grado di plasmare le giovani menti come fosse uno stregone, esprime uno dei pregiudizi più falsi, ma al tempo stesso più diffusi, che colpiscono ancora oggi la nostra società. Che questa narrazione attecchisca nelle fasce della popolazione meno informate o più legate a vecchi tabù lo posso comprendere, ma che sia implicitamente o esplicitamente sdoganata dai massimi esponenti del governo è una questione molto più preoccupante.