“Perché il velo integrale delle donne musulmane non c’entra con la religione e quanto è diffuso in Italia”

Roma, 3 ottobre 2026 - Solo dopo molte distinzioni Foad Aodi, medico fisiatra di origine palestinese, presidente dell’Amsi (Associazione medici di origine straniera in Italia), confida un suo timore: “Una donna che indossa un velo integrale potrebbe essere costretta dal marito, ma per abitudini culturali”.

Lei è anche presidente onorario Co-mai, l’associazione che riunisce le Comunità del mondo arabo in Italia. Quanto è diffuso il velo integrale nel nostro Paese?

“Dall’ultima ricognizione, ci risulta che lo indossino poche decine di donne musulmane. Ma bisogna chiarire bene, tutto questo non c’entra con la religione. Sono abitudini culturali e si riferiscono a certe zone di pochi Paesi. E per capire davvero la dimensione del fenomeno, dobbiamo ripercorrere le 4 fasi dell’immigrazione in Italia”.

Foad Aodi, fisiatra di origine palestinese, è presidente di Amsi, l'Associazione dei medici di origine straniera in Italia e presidente onorario di Co-mai, Comunità del mondo arabo in Italia

Foad Aodi, fisiatra di origine palestinese, è presidente di Amsi, l'Associazione dei medici di origine straniera in Italia e presidente onorario di Co-mai, Comunità del mondo arabo in Italia

Partiamo dagli anni Sessanta.

“E arriviamo alla caduta del muro di Berlino, nell’89. In quegli anni arrivano studenti soprattutto da Libano, Palestina, Siria, insomma da Paesi laici, in questa fase e nella seconda, quando iniziano i flussi in particolare dall’Est Europa, non c’era la questione del velo. Che subentra invece nella terza, con l’inizio della primavera araba e la migrazione dal Nord Africa, ma anche dal Bangladesh e dal Pakistan. Si arriva quindi all’ultima fase, dal 2020, che coincide con l’inizio della pandemia. Per questo il velo in Italia non ha una storia lunga, come è successo invece in Francia e in Belgio”.

Qual è la sua posizione?

“Noi insistiamo che il viso deve essere scoperto, riconoscibile, c’è un richiamo a questo nella legge 152”.

Il Consiglio di Stato lo ha ‘sdoganato’ per motivi religiosi. Che però per lei non ci sono.

“No, insisto: il velo non c’entra assolutamente con la religione. Anche se quello integrale in Italia è indossato ad esempio da italiane convertite all’Islam. Ma sono pochi casi. E poi vorrei ricordare che non tutti i Paesi musulmani sono Paesi arabi e viceversa, su questo c’è una grande confusione”.

Come si governa il fenomeno immigrazione?

“Bisogna lavorare sull’insegnamento della lingua italiana. Il nostro slogan è sempre stato: andare oltre l’immigrazione, che si fa in due. Bisogna sempre chiedersi: lo Stato cosa offre ai cittadini di origine straniera? E loro cosa fanno, come si impegnano ad integrarsi? Noi da anni promuoviamo l’immigrazione qualificata”.

Lei è un medico di origine palestinese, nella sua vita ha frequentato dunque molte culture. Le donne della sua famiglia indossano il velo?

“La mia famiglia è una tra le più numerose in Palestina, dove il 65% è rappresentato da musulmani e il resto da cristiani. Per questo abbiamo la cultura della condivisione fin dalla nascita. Il velo è una scelta personale. Le donne di casa mia non lo portano, cosa diversa è quando si sposano”.

Il velo integrale svela una mancata integrazione?

“Rispondo con una massima che ripeto sempre: non si può vivere sempre da immigrato. In questo caso sì, vedo una mancanza di integrazione. Perché non c’è bisogno di utilizzare il niqab, neanche per i bambini. Io sono per i principi fissati dalle legge 152 del 1975. Ci sono diritti e doveri. Ma non bisogna strumentalizzare. Poi, alcune comunità sono molto chiuse ed è difficile anche avere le informazioni”.

Perché tanti immigrati anche musulmani, in Italia da anni, non parlano italiano?

“Ponevo il problema già nel 2001, quando insistevo sulla buona immigrazione. Allora c’era il deserto, non ne parlava nessuno. Non può esistere integrazione completa senza la conoscenza della lingua”.