Perché ai Poetry slam a volte è meglio perdere #2: la poesia, i poeti, il pubblico - Il Fatto Quotidiano

Perché ai Poetry slam a volte è meglio perdere #2: la poesia, i poeti, il pubblico

Come promesso nel post precedente, che è qui, iniziamo ad analizzare il Poetry slam individuandone gli elementi principali. Partiamo dai primi tre, che ovviamente sono la poesia, i poeti ed il pubblico.

La poesia. Lo slam è una gara tra poeti o, meglio, tra poesie. Non è questa ovviamente la sede per tentare di dare una definizione esaustiva di cosa sia poesia (e cosa no). D‘altra parte, come dico spesso, la poesia è un’arte amichevole, predisposta a fondersi con altre discipline, teatro, musica, video, arte visive.

Il fatto è, però, che agli Slam sono ammesse solo poesie, niente musica, niente costumi o oggetti di scena, niente altro che la voce del poeta che esegue la sua poesia. A guardare ciò che passa sui palchi, invece, c’è da farsi prendere dallo scoramento. Non si tratta, sia chiaro, soltanto della qualità di quanto proposto (che spesso è desolante, se non vergognoso), in fondo lo Slam è nato anche per offrire la possibilità di essere ascoltate a tutte le poesie, comprese quelle orribili e, più il fenomeno si diffonde, più la probabilità che la qualità generale si abbassi è inevitabile.

No, il problema è proprio che non si tratta affatto di poesia. Ho ascoltato di tutto: da monologhi da cabaret ad altri da teatro engagé, da confessioni strappalacrime in prosa a comizi dedicati a questo o a quello, da frammenti di stand up comedy a lezioni di storia da divulgatore televisivo, tutto regolarmente eseguito secondo due sole possibilità: o scanditi da rapper in 16 ‘barre’ (tipo quelli che imitano male Kat Tempest, che già di suo non è che sia proprio…), o declamati in letture espressive, più o meno para-teatrali (ogni volta che un attore legge una poesia, un poeta muore, diceva qualcuno…).

Di ritmo, di flow poetico, nessuna traccia. Così ci ritroviamo una serie di campioni di Poetry slam che però non sono affatto poeti, saranno anche bravi performer (alcuni, secondo me, lo sono), ma non sono dei poeti. A che serve, perché lo fanno? I poeti, intendo, e qui arriviamo al secondo punto.

I poeti. Perché un poeta dovrebbe partecipare a un Poetry slam?

Dal mio punto di vista le ragioni possono essere varie. Per esempio per sperimentare nuove forme e metterle alla prova con un pubblico esigente e spietato, o per divertirsi, o per diffondere la propria ricerca… Va bene tutto, tranne quella per quale si partecipa per vincere. Partecipare a uno Slam è un atto di umiltà, non di hybris…

Ai miei Slam hanno partecipato poeti insospettabili di qualsiasi intelligenza con il nemico (sonoro), solo perché era un gioco e loro erano abbastanza spiritosi, intelligenti e curiosi per venire a giocarlo. Hanno sempre perso, tranne, credo, una volta. Ne hanno sempre riso, tranne, forse, una volta.

Peraltro, pur essendo una gara, lo Slam non è un confronto tra differenti performance obiettivamente misurabili: non è una gara di atletica, o una di matematica, né un torneo di scacchi. Fa i conti con due imponderabilità totalmente aleatorie: una è quella intrinsecamente estetica, un’altra è la giuria scelta a caso tra il pubblico, che non è scelta a caso per caso, ma proprio perché la gara resti un pretesto, e lo slam resti un gioco.

Vedo invece tanti campioni e campionesse che si prendono tremendamente sul serio. Che senso ha pensare di essere diventati dei bravi poeti basandosi sul voto di 5 persone che se fossero state diverse ti avrebbero eliminato?

Campione italiano? Campione europeo? Campione mondiale? Sì certo, chapeau, ma fin là: in fondo è un gioco. Domani, ma proprio domani, potrebbe essercene un altro di campione, altrettanto legittimo. Ridimensioniamo tutto e torniamo a sperimentare forme nuove? La poesia ne guadagnerebbe molto e ce ne sarebbe grata.

Forse si divertirebbe di più anche il pubblico, che accorre numeroso, si fa intrattenere con grande disponibilità, ma si diverte poco, nel senso che non ‘diverte’, si direbbe in latino, cioè non devia dalla normalità, non scopre nulla di nuovo sulla poesia, e anzi inizierà a credere che la poesia sia quella roba lì, e non è vero.

Il pubblico. È il pubblico, in realtà in vero protagonista dello Slam, anche se ormai non è più così.

Il pubblico dello Slam è, deve essere diverso da quello di un normale spettacolo. Deve prendersi la libertà e quindi la responsabilità di dissentire, tanto da quanto propongono i poeti, che da quanto decide la giuria. Dev’essere un pubblico maleducato, attivo, critico. Ed è responsabilità dell’EmCee che conduce la gara ricordarglielo, spingerlo a farsi parte attiva, a fischiare, a protestare, altro che invitarlo ad applaudire qualsiasi cosa.

Una cosa che dicevo sempre nel mio speech (che è il discorso che l’EmCee tiene all’inizio dello Slam, ma ne riparleremo) era proprio questo: siete entrati senza pagare, ma non crediate che essere qui sia gratuito, ci si aspetta qualcosa da voi, siete voi che dovete rendere quest’occasione davvero importante: dovete partecipare.

Lo Slam è una Repubblica, è una palestra di dissenso e critica e se i suoi cittadini non partecipano, ma restano spettatori passivi, si trasforma in qualcosa d’altro, piuttosto inquietante. Certo, bisogna spiegarglielo prima dell’inizio, ma se lo si fa, normalmente il pubblico ci prova. Invece il pubblico dello Slam è diventato educatissimo, applaude sempre alla fine di ogni performance, si concede al massimo qualche incoraggiamento un po’ rumoroso, ma tutto nei limiti strettissimi che un format ormai adulterato e ingessato gli concede.

Così si perde di vista una faccenda evidente a chiunque conosca e faccia lo Slam per davvero e cioè che a vincere o a perdere in un Poetry slam non è questo o quel poeta, ma il pubblico, che vincerà soltanto a patto di riprendere la parola, di avere il coraggio di dissentire, di annullare del tutto quella parete invisibile che separa il palco dalla platea, ricostruendo il circolo politico della comunità, al cui centro sta il poeta. E invece non vedo che educatissime platee di silenziosi sconfitti. Così non va.