«Per non farci morire di caldo, ci faranno morire di fame»: la protesta dei rider
«Per non farci morire di caldo, ci faranno morire di fame. Noi siamo lavoratori autonomi, se proprio non vogliono fornirci una qualche forma di compensazione, che almeno ci lascino la scelta». A distanza di due settimane dalla firma, gli effetti dell’ordinanza regionale che ha bloccato le attività «a rischio» nei giorni e nelle ore di massimo «stress termico ambientale» si fanno sentire, anche se in un modo differente da quanto previsto da palazzo Balbi. Ieri, infatti, l’allerta climatica ha interessato tutte le maggiori città venete, con il conseguente stop delle consegne a domicilio da parte dei fattorini di Deliveroo in bicicletta o in motorino - una serrata totale, che arriva dopo dieci giorni di incertezze e di guadagni mancati.
Se alcune piattaforme, come ad esempio Just eat, inquadrano i loro “rider” con qualche forma di contratto di lavoro subordinato, altre impiegano praticamente solo partite Iva, di fatto pagando a cottimo: chi resta fermo, quindi, non incassa un centesimo. La norma regionale non ha previsto alcuna tutela economica per questa categoria, una mancanza che si intreccia con le rigidità delle singole compagnie, che rendono impossibile per il lavoratore attrezzarsi per tempo. «Abbiamo scritto all’azienda e alla Regione, ma non abbiamo avuto risposta - attacca Michael Davanzo, segretario regionale dell’associazione sindacale Lavoratori Liberi - La delibera ha un orizzonte temporale che arriva fino al 31 agosto: significa perdere due mesi di lavoro, se non si interviene in qualche modo».
SOLO IN AUTOMOBILE
La norma blocca le attività «a rischio» tra le 12.30 e le 16, nei giorni e nei luoghi che il portale worklimate di Inail segnala per “allerta alta”. Deliveroo, per buona misura, ferma i suoi fattorini tra le 12 e le 16 e già quando l’allerta è “moderata”. «L’avviso arriva solo alle 11.15 del giorno stesso, è impossibile organizzarci in anticipo». Non è l’unico problema: a venire bloccati sono solo i “rider” che si spostano su due ruote - bici o motorino non fa differenza - mentre restano in attività quelli che usano l’automobile. «Ma la procedura interna per cambiare mezzo richiede circa tre giorni, non si può fare da un momento all’altro», spiega Davanzo. Questo perché non tutti i fattorini sono pagati alla stessa maniera: il compenso per una consegna in auto è di molto inferiore a quello di chi usa la bicicletta o lo scooter. «Anche accettando di rinunciare a una percentuale dei guadagni, insomma, non è una decisione che si possa prendere al volo, nel momento in cui arriva la comunicazione della piattaforma che blocca la giornata». Senza contare che non tutti i “rider” hanno la patente B. Sostenersi con le sole consegne serali, poi, è quasi un’utopia: «Di sera ci sono molti più fattorini attivi, entrano in gioco quelli che arrotondano con questo secondo lavoro: anche ammesso che ci sia lo stesso numero di ordini, vanno suddivisi tra molti più “pony”».
La concorrenza tra i “rider” rende anche difficile organizzare uno sciopero: solo nella terraferma veneziana Deliveroo conta circa 300 fattorini attivi, più moltissimi “dormienti” che scendono in campo alla bisogna - come una protesta, appunto. Con le dovute proporzioni, i numeri si ripetono in tutte le altre città venete. Lavoratori liberi ha lanciato una petizione su Change.org: «Ci sia concesso di scegliere. Siamo ditte individuali, in fondo. Invece, ad oggi, non possiamo neppure decidere se sfruttare una giornata di blocco per riprendere il fiato. La programmazione del lavoro è impossibile».