Pensioni, saldo negativo. Mancano 1.549 occupati. Ultimo posto in regione

Cento lavoratori, centouno assegni da pagare. A Ferrara il conto non torna più. Nel 2025 la provincia estense ha contato 155.524 occupati a fronte di 157.072 pensioni: saldo negativo di 1.548 unità. Non è un abisso, ma è un campanello d’allarme. E in Emilia-Romagna è un caso unico: Ferrara è l’unica provincia con il segno meno. Per tornare in pari basterebbero 1.549 occupati in più. Ma intanto la platea di chi lascia il lavoro cresce. Lo certifica l’Ufficio studi della Cgia, che ha incrociato dati Inps e Istat su 102 province (escluse quelle sarde).

Nel conto entrano tutte le prestazioni, dalla vecchiaia all’invalidità, dai trattamenti assistenziali ai superstiti. Attorno a noi il quadro è un altro. Bologna vanta un attivo di 82.758 unità, Parma di 41.682, Modena di 40.525, Reggio Emilia di 38.315. Più indietro Rimini (+25.266), Forlì-Cesena (+16.480) e Piacenza (+14.695). Ravenna, la più vicina, regge per un soffio: +3.533. Ferrara chiude la graduatoria regionale al nono posto su nove. Tradotto: a Bologna ogni 100 occupati corrispondono 83 pensioni, a Ravenna 98, a Ferrara 101. La media italiana è 96. Il Nordest, nel suo complesso, chiude a +765.601, il Centro a +512.749.

In quella nazionale Ferrara è 61esima, in compagnia della vicina Rovigo (-5.652) e di altre dieci province settentrionali in rosso, da Lecco a Savona, che con -9.326 è la più sbilanciata del Nord. La regione, nel suo insieme, resta in salute: +261.706, quarto saldo d’Italia dopo Lombardia, Lazio e Veneto. Ma è una media che nasconde le differenze. E Ferrara è la differenza. Il dato estense è la spia di un fenomeno nazionale. Nel 2025 l’Italia contava 24,1 milioni di occupati e 23,2 milioni di pensioni: un rapporto ormai di uno a uno, mentre negli anni Ottanta era di tre a uno. Il saldo complessivo è ancora positivo (+935.337), ma 48 province su 102 sono sotto zero.

Il Mezzogiorno lo è per intero (-881.708), con Puglia (-263.020), Calabria (-220.349) e Sicilia (-186.462) in testa e Reggio Calabria maglia nera tra le province (-90.368). Cause diverse, spiega la Cgia: al Sud pesano assistenza, invalidità e lavoro irregolare. Ma l’orizzonte comune si chiama denatalità e invecchiamento. Tra le regioni del Centro-Nord, solo Liguria, Marche e Umbria sono già sotto la linea di galleggiamento. E il peggio deve ancora venire. Tra il 2025 e il 2029 usciranno dal lavoro tre milioni di italiani, il 74% nel Centro-Nord.

In Emilia-Romagna la domanda di sostituzione vale 261mila persone, 152.900 solo tra i dipendenti privati. La quota di over 50 tra i dipendenti privati, nel 2024, era del 32,7% in media nazionale, con punte del 35,7% in Friuli Venezia Giulia. Intanto la spesa pensionistica passerà dai 351,8 miliardi di quest’anno ai 388,6 del 2029: più 10,5%. Per le piccole imprese significa mestieri senza eredi e capannoni a corto di braccia: gli imprenditori faticano già oggi a reperire manodopera in fabbrica e nei cantieri.