Pd, i paletti dei riformisti: «Irrinunciabile il sostegno militare a Kiev». E Conte: «Torno avvocato se tradite le richieste 5S»
ROMA Il sostegno militare all'Ucraina tra gli argomenti «non trattabili». Il disegno di legge sull'antisemitismo, su cui fare una battaglia «di merito» abbandonando «interpretazioni non plausibili» (copyright Lorenzo Guerini). E poi le primarie, da mettere in piedi in modo «vero», vale a dire con doppio turno senza il ricorso all'online. Ne piantano di paletti i riformisti dem durante le sei ore dell'assemblea nazionale. Che, per i partecipanti, ha il valore di «un'anti-Nova", l'evento del M5S andato in scena a Milano una settimana fa.
I più che prendono parola nella casa del popolo di Coiano, alle porte di Prato, lo fanno per replicare, in modo più o meno diretto, a Giuseppe Conte. Senza rinunciare a scuotere il proprio, di partito: «L'unità va bene ma non a ogni costo, non se il prezzo è la rinuncia ai valori del Pd», dice Giorgio Gori. La cui discesa in campo, in vista dei gazebo, resta sullo sfondo, ma non per questo appare velleitaria. Anzi. Nel Pd c'è già chi prevede il voto degli iscritti, qualora l'ex sindaco di Bergamo decidesse di affiancare Elly Schlein. Senza appaltare deroghe toutcourt: «Se qualcuno la chiederà, deciderà l'assemblea Pd che è sovrana». Giuseppe Conte, intanto, alza la posta in gioco promettendo che lascerà la politica se non potrà realizzare il programma del M5S.
Non a caso a Prato, ieri, si è parlato di "temi" e non di nomi. Tre su tutti: il sostegno a Kiev, il contrasto all'antisemitismo e le regole per le primarie. «L'Ucraina non è una delle cose che andranno negoziate nel programma», rompe subito il ghiaccio Lia Quartapelle, in asse con Filippo Sensi («Non è in discussione il sostegno, anche in fornitura di armi all'Ucraina»), ribaltando le istanze dei compagni di partito, pronti a sedersi al tavolo per trovare una formula che piaccia ad Avs e M5S: «Vogliamo bene al Pd ma alcune estremizzazioni rischiano di non farci parlare alla maggioranza». Poi, la richiesta di «primarie di popolo», fatte mettendoci la faccia»: ergo, a doppio turno e senza i rischi insiti nelle urne online.
A Piero Fassino il compito di toccare il tasto dolente degli armamenti: «Non convince la formula "sì alla difesa europea, no al riarmo nazionale", perché in realtà vi è una inscindibile relazione». Aspetto che va spiegato nella sua complessità, ragiona Simona Malpezzi: «Bisogna fidarsi dell'elettore adulto e non raccontargli mezze verità». Sul fronte della difesa, nodo assai divisivo tra i dem, non va giù morbido neppure Lorenzo Guerini: «Noi non accettiamo lezioni di unità da chi nel passato se ne è andato». Richiamo neppure troppo velato agli esponenti dell'ex Articolo 1, guidato da Roberto Speranza.
L'applauso più fragoroso se lo aggiudica Emanuele Fiano, quando tira in ballo l'ipotesi del voto contrario del Pd sul ddl antisemitismo: «Se quella decisione sarà confermata, per me rappresenterà un confine invalicabile». Mentre lui, figlio di Nedo Fiano, deportato ad Auschwitz, medita l'addio al Pd, Giorgio Gori chiede al partito guidato da Elly Schlein di non aver paura di aprirsi. Una risposta alle ricostruzioni di giornale relative a una norma da inserire nel regolamento per impedirgli di presentarsi a eventuali primarie: «Ho letto di norme ad personam, ma il senso di questa chiusura? Ricordo che nel 2012 Bersani aprì per consentire la partecipazione di Renzi e lo stesso fece Enrico Letta per Schlein».
Non è l'unico punto su cui decide di incalzare l'europarlamentare, in un discorso più lungo rispetto a quelli degli altri che lo precedono. Su Kiev, «poco importa» che Conte abbia indicato le proposte come «non negoziabili»: il Pd, affonda, «non può permettersi di subire l'egemonia di un partito che ha la metà dei suoi voti». A seguire l'antisemitismo: «Lele Fiano ha tracciato una linea, il Pd è ancora in tempo per non valicarla». Nella lista delle questioni in odor di riformismo, cita pure la lotta all'evasione fiscale, la crescita, l'ambientalismo pragmatico, l'immigrazione gestita anche con un'agenzia per l'integrazione. Al «radicalismo» di M5S e Avs, Gori chiede di contrapporre «dosi di riformismo pragmatico».
È questo, forse, l'ingrediente che mancava nel famigerato pranzo tenuto a luglio tra i leader dem campo largo. Che a sedersi possa esserci lui in futuro? L'ex sindaco la prende larga per il momento: «Non è l'argomento di oggi, ma se ci fosse una candidatura riformista sarebbe una buona cosa». Dalla maggioranza che sostiene Elly Schlein si assiste in silenzio (o quasi). A commentare gli affondi che arrivano da Prato è l'ex ministro Andrea Orlando, convinto che «continuare a dire che intestarsi le ragioni del negoziato, del no alla corsa indiscriminata agli armamenti e in definitiva della pace sia una concessione a Conte» significhi «paradossalmente, regalargli temi che appartengono storicamente alle culture che hanno dato vita al Pd: quella cattolica e quella della sinistra storica».
Quasi più conciliante, per un giorno, appare l'avvocato del popolo: «Su Kiev troveremo assolutamente delle soluzioni unitarie coraggiose e all'altezza delle sfide dei nostri tempi».
Salvo poi, a sera, da Diamante, dove oggi chiuderà al scuola di formazione del Movimento, ribadire la sua irremovibilità sul programma votato dalla base pentastellata: «Se non mi fosse concessa la possibilità di portare avanti i progetti riuniti nel programma dai tavoli di lavoro di questi mesi - preannuncia Giuseppe Conte - me ne torno serenamente al mio lavoro a Firenze e riapro uno studio legale». La politica è l'arte del compromesso, ma arrivarci per il campo largo non sarà impresa facile.
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