Pasta, per il Ministero (che schiera le star del volley) "più

TRENTO. Anna Danesi, Paola Egonu, Simone Giannelli, Daniele Lavia e il Ct Ferdinando De Giorgi. Loro e tanti altri campionesse e campioni della pallavolo sorridono, guardano nella telecamera e sentenziano: "Con la pasta e il grano italiano, vince l'Italia. Leggi l'etichetta, fai la scelta giusta".

Si parla del video diffuso qualche giorno fa dal Ministero dell'Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, uno spot per promuovere il consumo di pasta prodotta con grano "100% italiano".  

Una scelta che secondo il video significa "difendere la nostra terra", avere "più sicurezza e salute", una maggiore attenzione e rispetto dell'ambiente, oltre a sostenere l'agricoltura nazionale.

In pochi secondi, un concentrato di slogan da marketing ideologico: e come tali, come minimo, fuorvianti

"UNO SPOT CHE DIFENDE LA SALUTE DELLE PERSONE". 

Vale la pena premettere che lo spot prodotto dal ministero è stato in gran parte accolto da grida di giubilo ed esultanze tricolori. 

Coldiretti, Cia, Confagricoltura, associazioni di categoria di ogni genere: uno scroscio di applausi per un video definito "enormemente utile per la difesa della salute delle persone e del reddito degli agricoltori". 

"La messa in onda degli spot sulla pasta è una grande operazione verità messa a punto dal Ministero - annuncia Coldiretti -, che può dare ossigeno ad una filiera asfissiata dai comportamenti speculativi di quelli che chiamiamo trafficanti di grano, che su questo inganno si sono ingrassati per molto, troppo tempo. Ed è anche una grande spinta per tutte le componenti sane della filiera della pasta italiana, e lo può essere anche per quelle che hanno intenzione di redimersi, affinché si possa creare valore, per tutti, agricoltori, trasformatori, distributori e consumatori. A questi ultimi va restituita la certezza che quello che acquistano corrisponda alle loro intenzioni". 

"Al ministro Lollobrigida - aggiunge il presidente di Coldiretti Trentino-Alto Adige Barbacovi - chiediamo anche più controlli e l’adozione da parte degli organismi preposti di tecnologie, già disponibili e sperimentate, che consentono controlli immediati e ad ampio spettro sull’origine dei prodotti alimentari. Dal canto nostro, Coldiretti continuerà a battersi contro i trafficanti di grano e di altri prodotti, mobilitandosi ai porti, alle frontiere e davanti ai cancelli di chi gioca fuori dalle regole per difendere la salute dei cittadini e il reddito degli agricoltori".

L'ITALIA HA BISOGNO DEL GRANO DALL'ESTERO. 

Dietro a questa operazione che in valore assoluto potrebbe persino essere lodevole però ci sono alcune incongruenze, ed emergono altrettanti dubbi. 

Il primo che salta alla mente è un problema di cui si è scritto più volte: l'Italia ha bisogno del grano estero. Valeva nel Ventennio fascista (qui approfondimento), figurarsi oggi. Nel caso del frumento tenero, la materia prima per produrre pane, biscotti e prodotti da forno, ne produciamo poco meno di 3 milioni di tonnellate a fronte di un fabbisogno dell’industria superiore ai 6 milioni.

La filiera italiana insomma senza importazioni non potrebbe reggersi in piedi: discorso simile anche per quanto riguarda il grano duro per i pastifici (quello che arriva dall'import è circa il 40%). Il messaggio da far passare sarebbe questo: comprare grano dall’estero non significa certo tradire l’agricoltura italiana, ma anzi significa permettere all’industria italiana di continuare a produrre, con tecnologia e know-how nostrano.

Questione etichetta: per la pasta di semola di grano duro in Italia già nel 2017 è stata introdotta l’indicazione dei Paesi di origine del grano. Quindi da quasi 10 anni chi compra la pasta, leggendone l'etichetta, ha questo tipo di informazione. Cosa renda una delle opzioni "la scelta giusta", non dovrebbe essere un ministero a dircelo. 

Origine geografica di un prodotto e provenienza delle sue materie prime sono concetti diversi, molto diversi (ce lo ricorda un interessante approfondimento firmato da Anna Prandoni de linkiesta.it). Come può la semplice provenienza della materia prima trasformarsi in una patente di "salute e sicurezza"?