Passare la vita davanti alle foto di Luigi Ghirri, insieme a Gianni Celati

Nonostante il bianco e la luce della sala, l’impressione è quella di trovarsi all’interno di una camera verde, là dove il culto di Luigi Ghirri e Gianni Celati viene professato e conservato. Luigi Ghirri e Gianni Celati. Verso la foce a cura di Lorenzo Balbi e Giulia Pezzoli, ospitata all’interno della Project Room (denominazione un po’ anni Ottanta e un po’ burocratico-amministrativa) del MAMbo di Bologna fino al 4 ottobre, ha sicuramente il pregio di offrire con immediatezza il senso di una relazione che fu anche professionale benché prima di ogni altra cosa amicale.

E l’amicizia forse spiega più di tutto il senso di un incontro compiuto a metà strada tra Gianni Celati – all’inseguimento, come sempre e per tutta la vita di un senso e di una precisione nella scrittura, e Luigi Ghirri il cui sguardo si stava ancora espandendo nel mondo mentre la morte lo inseguiva a velocità doppia. Fu un incontro e un addio, un restare per sempre e un lasciarsi obbligato. Ghirri sarebbe morto nel 1992 a nemmeno cinquant’anni di età, lasciando dietro di sé infinte immagini di quello che fino ad allora nemmeno poteva fregiarsi di essere un paesaggio degno di scatto, quella Bassa emiliana in stato di abbandono verso la foce del Po. Luogo di sogni e illusioni, di caldo umido e visioni, là dove il comune non è mai il solito, là dove il casuale richiede sempre un po’ d’intenzione, magari irrisolta e ideale.

Gianni Celati Luigi Ghirri

Foto: Luigi Ghirri, dalla serie ‘Blu infinito’, 1991. Stampa coeva Arrigo Ghi. Collezioni private in deposito presso MARV

Ottantuno le fotografie in mostra che affiancano i documentari di Gianni Celati, che danno risalto non solo a quello che è ovvio e risaputo, un dialogo serrato, un piacersi a vicenda senza alcuna forma di narcisismo e consolazione, ma anche e forse soprattutto una capacità di stare l’uno nello sguardo dell’altro. Uno stare a casa che diviene indagine curiosa, lenta e aperta a ogni ipotesi.

La verità in Ghirri e Celati è sempre sottomessa al racconto. Le parole devono essere vere e non i fatti, non i ricordi, che devono invece restare confinati nelle pagine di un libro come una rivelazione e non come una mera e inutile denuncia. Qui il Novecento non sta nel furore ideologico o nel discorso d’avanguardia, ma nella malinconia e nella gita fuori porta, nel torpedone su cui caricare amici e parenti, sodali e vicini. Un flusso continuo di racconto che non vuole sovrapposizione, fretta e isteria, ma solo attesa, semplicemente pazienza.

La strategia è tutta nell’ascolto, nell’attesa come un tempo infinito che assume solo un colore preciso, il blu. Ogni altra declinazione è dovuta al viaggio, al movimento, all’avvicendarsi dei vari personaggi sullo schermo celatiano. La rivelazione in questi spazi isolati e abbandonati, dentro case che crollano e campagne assolate sta tutta nella possibilità delle voci, là dove grazie alla messa in scena della compagnia si compie il gesto antico e peculiare dell’umano di stare insieme, nonostante le differenze, nonostante l’età e le singole ambizioni. Il piacere è tutto qui, stare insieme. Verso la foce diviene così una dichiarazione insita dell’andare – verso la voce.

Gianni Celati Luigi Ghirri

Foto: Luigi Ghirri, dalla serie ‘Blu infinito’, 1991. Stampa coeva Arrigo Ghi. Collezioni private in deposito presso MARV

Gianni Celati fu un uomo solitario, refrattario a ogni forma di relazione, ambizione e socievolezza anche solo minimamente di carattere istituzionale. L’incontro non era mai interessato, non era mai strumentale o funzionale ad altro. L’incontro era esclusivamente tale nella simpatia e nella curiosità, se no, non era. O al massimo era pari a tutta quella letteratura diffusa che sta nei libri come in molte altre opere più o meno commerciali utili a promuoversi e a farsi indicare a dito come capi, come maestri o peggio ancora guide.

Quello che rivela così questa bianca stanza un poco manicomiale del MAMbo – cosa che avrebbe probabilmente suscitato un po’ d’ironia in Celati – è il senso per la compagnia di due autori assoluti e isolati eppure così perennemente circondati da una sarabanda festosa di amici e amiche pronti a salire su quella corriera senza alcuna domanda. L’obiettivo non dichiarato fu quello di dare forma a un corpo nuovo e condiviso e farlo escludendo a priori i mezzi dell’ambizione e del ricatto. Il gesto è quello dello stare insieme, nulla di più.

Gianni Celati e Luigi Ghirri furono probabilmente gli ultimi a dare vita a un discorso comune e non di prevaricazione là dove l’arte è da subito azione di condivisione, motivo per cui non esiste l’opera e la sua preparazione, ma tutto sta nel medesimo movimento e in quel tentativo a volte epico a volte disperato di comunicare con il prossimo, di dirsi senza mancare mai d’ascoltare chi si ha di fronte, ma senza nemmeno mai sterilizzare il proprio sé all’interno di pratiche fasulle e cerimoniali. La contraddizione, la rabbia e la paura, la depressione e l’esaltazione si sciolgono nel medesimo discorso come nei personaggi di Gianni Celati, da Guizzardi a Ciofanni.

Celati e Ghirri non hanno così allievi che li seguono, ma amici, compagni di viaggio e più spesso di gita là dove lo stupore è negli inciampi quotidiani non certo nelle rivelazioni ascetiche, nei fallimenti e non di meno nelle ambizioni di trionfo. È la storia di un’amicizia quella che appare davanti agli occhi di ogni visitatore là dove l’arte fotografica di Luigi Ghirri e la capacità visionaria di Gianni Celati vengono agite per un incontro, per un umanissimo sentimento d’amicizia, contagioso e virtuoso.

Gianni Celati Luigi Ghirri

Foto: Luigi Ghirri, dalla serie ‘Blu infinito’, 1991. Stampa coeva Arrigo Ghi. Collezioni private in deposito presso MARV

Si sarebbe proprio voluti essere lì a quella tavola, su quei sedili di quel traghetto o di quel chiassoso e divertito torpedone. Stare in ascolto, non mettersi in gioco, ma stare al gioco per ritrovare magari il senso di un lavoro, di una qualità che da qualche parte è dentro in ognuno. Un antico impasto fatto di rimpianti e di dolori, di stupide meraviglie e anche di sinceri innamoramenti. Eccola qui l’occasione per lasciare fluire tutto, per lasciarsi finalmente andare a un abbraccio sentito. Abbandonarsi l’uno all’altro senza più alcun cancello o barriera, senza più rete. Lasciarsi cadere con un sorriso che non sia la posa per l’ennesimo fastidio.

Passare tutta la vita davanti alle foto di Luigi Ghirri, ottantuno minuti, ottantuno giorni, ottantuno anni. Stare tutto il tempo lì dentro in questo manicomio che fu liberato e che oggi ritroviamo di tanto in tanto in qualche sala museale il che può fare forse un poco di tristezza, ma offre quantomeno un poco di sincera consolazione. Sarebbe tutto da rifare da capo, diversamente, con altre luci e in altri luoghi. Sarebbe tutto da rifare insieme, ritrovando se stessi dentro al viso di compagni e compagne di viaggio imprevisti e imprevedibili. Quanta malinconia in tutto questo divertimento, quanta felicità in questa prospettiva che tagliò in due la pianura padana.