Paolo Ruffini: «Faccio un programma sulla salute mentale perché siamo indietro, conosco da vicino gli attacchi di panico. Le persone con sindrome di Down? Non sono speciali»

Dal 27 luglio conduce su Radio 24 Come stai? – E non rispondere tutto bene, un nuovo programma quotidiano dedicato alla salute mentale. Lo abbiamo incontrato per parlare di fragilità e del successo di Din Don Down, ma anche di comicità e televisione

27 luglio 2026

Paolo Ruffini «Faccio un programma sulla salute mentale perch siamo indietro conosco da vicino gli attacchi di panico....

Gianfranco Bernardo

«Come stai?». Forse è una domanda troppo semplice, che proprio per questo viene spesso data per scontata, quasi fosse banale. È anche una domanda alla quale difficilmente rispondiamo come dovremmo, rifugiandoci quasi sempre nel più automatico dei «tutto bene». Proprio su questo concetto si fonda il nuovo programma di Paolo Ruffini, Come stai? – E non rispondere tutto bene, in onda quotidianamente su Radio 24 dal 27 luglio e per tutto il mese di agosto, dedicato al tema della salute mentale.

Ruffini ce ne ha parlato al Marateale, dove lo abbiamo incontrato a margine della premiazione che lo ha visto tra i protagonisti del festival. Un riconoscimento che arriva in un momento particolarmente intenso, mentre continua a girare l’Italia con Din Don Down, lo spettacolo che ha già superato i 150 mila biglietti venduti. Insomma, tornando alla domanda iniziale, come sta Paolo Ruffini? «Sono spappolato. Abbiamo fatto 32, 33 città in un mese solo, però il feedback è imbarazzante, trionfale».

Paolo Ruffini «Faccio un programma sulla salute mentale perch siamo indietro conosco da vicino gli attacchi di panico....

Loris T. Zambelli

Si aspettava una risposta del genere?
«Il risultato è incredibile. Non abbiamo ancora fatto cento spettacoli e siamo intorno ai 196 mila spettatori. È diventata quasi una cosa da rockstar. Faremo l'Arena di Verona, la Reggia di Caserta, per la seconda volta la Cavea dell'Auditorium di Roma. È una grandissima soddisfazione».

Tra televisione, radio, cinema e teatro, oggi è ancora il palco a darle di più?
«In questo momento sì. Il teatro ti permette di avere un altro tipo di rapporto con il pubblico. Chi viene spende dei soldi, spesso viene insieme a qualcuno a cui vuole bene, cerca parcheggio, fa chilometri. So di persone che dalla Sardegna sono venute a Firenze o da Bari sono andate a Torino perché non trovavano i biglietti nella loro città».

Che cosa le restituisce il pubblico alla fine dello spettacolo?
«Ci sono due cose che mi danno più soddisfazione in assoluto. La prima è che invece di dirmi “bravo” mi dicono “grazie”. E questa cosa la sento molto».

E la seconda?
«Che le persone si scompongono. I miei spettacoli cercano di aprire quel rubinetto lì: quell'esigenza che secondo me abbiamo tutti, in base alla nostra sensibilità, di piangere un po' davvero».

Nei suoi spettacoli torna spesso il rifiuto dell'idea di “normalità”. Che cosa significa per lei?
«È anche una questione di riferimenti, quasi un gioco di parole. Per me l'umanità è normale. Il problema è che oggi, se sei gentile con qualcuno, la prima cosa che quella persona si domanda è: “Dov'è la fregatura? Che cosa vuole?”».

Anche l'allegria è diventata sospetta?
«L'allegria oggi è minacciosa. Io ricordo un mondo in cui tutto quello che oggi ci sembra eccezionale era normale. Forse il ritorno alla normalità passa proprio da questo».

È cambiato anche il modo in cui reagiamo alla comicità?
«Oggi devi fare l'analisi logica di tutto e rispondere ai commenti. Se ci fossero oggi Fantozzi, Pierino, ma anche Pasolini, sarebbero al 41-bis. Il pubblico oggi ha una cassa di risonanza che prima non aveva».

È diventato più difficile accettare una battuta che non ci piace?
«Sì. Fai una battuta, se non ti piace amen. Se ti offendi non è automaticamente detto che tu abbia ragione. Non c'è più tempo per la leggerezza».

Pensa che il tentativo di non offendere nessuno possa diventare un problema?
«L'estremismo nel non voler offendere nessuno, per assurdo, genera persone che muoiono dalla voglia di offendersi. A forza di gridare “al lupo, al lupo”, poi quella denuncia non ha più valore».

Lei con che televisione e con che comicità è cresciuto?
«Ho divorato la televisione, Corrado, programmi pieni anche di battutacce e black humour».

Oggi ci si sforza di piacere a tutti?
«Il consenso è diventato un'arma a doppio taglio, perché vogliamo piacere tutti a tutti. Ma è una follia. Bisogna accettare che qualcuno possa non gradire quello che fai».

A lei non interessa.
«No. C'è anche un certo tipo di pubblico che non vorrei mi guardasse: persone violente, guerrafondaie, persone che non provano empatia o che sono contro la fragilità. Non mi interessa avere quel pubblico».

Ci sono film che secondo lei oggi avrebbero difficoltà a esistere?
«Oggi non sarebbero possibili tantissime cose, da Fantozzi ad Amici miei. Penso anche a Benigni che toccava il pacco a Pippo Baudo a Sanremo».

Perché accade?
«Perché diventiamo tutti mafiosi del nostro giardinetto. Io potrei dire: “Non voglio più sentire battute sugli eterosessuali bianchi livornesi di 47 anni”, creare la mia associazione e provare a metterti il bavaglio. Ma sarebbe la cosa meno inclusiva del mondo»

La fragilità sarà al centro del suo nuovo progetto radiofonico.
«Vogliamo creare qualcosa che non c’è, una trasmissione che possa essere veramente un punto d’ascolto. Nella nostra schedule, per esempio, il 14 agosto parliamo di suicidio. Andiamo totalmente controcorrente».

Quando parla di salute mentale a che cosa si riferisce?
«Per decenni è sembrato qualcosa che riguardasse soltanto gli altri: chi è depresso, chi sta male. In realtà secondo me la salute mentale è anche il rapporto con il sonno, con il silenzio, con il lavoro, con il fallimento, con l’invecchiamento, con la morte. Riguarda magari dei genitori che hanno perso un figlio».

Quindi vorrebbe allargare il modo in cui normalmente ne parliamo.
«Assolutamente. Quanto ti imbarazza stare zitto per dieci minuti? Anche quello riguarda la salute mentale. Così come il ragazzo che magari non entra a scuola dicendo di avere la febbre e invece soffre di attacchi di panico».

Perché ha scelto proprio la radio per farlo?
«Perché secondo me è il complemento del social. Sui social mettiamo in vetrina tutto quello che di più bello si possa immaginare, perché dobbiamo prendere like. Noi vogliamo raccontare quello che manca: il backstage di quelle fotografie».

Cioè?
«Hai pubblicato la foto bellissima della vacanza in Sardegna, ma quanto hai patito per arrivarci? Sei stato male mentre eri in viaggio? Come stanno i tuoi figli? Come stai tu? Credo che “come stai?” sia una domanda abbastanza urgente».

Quando ha cominciato a interessarsi personalmente alla salute mentale?
«Qualche anno fa ho scritto un libro che si chiama Posso solo amare, dove l’ultimo capitolo raccoglie storie in cui l’amore è la medicina. Non la guarigione, ma la cura».

C’è una storia che l’ha toccata particolarmente?
«L’ultima è quella della mia ex moglie, Claudia Campolongo, con la quale sono in ottimi rapporti e che lavora con me sul palcoscenico. Ha sofferto terribilmente di attacchi di panico».

Che cosa le ha fatto capire stare accanto a una persona che ne soffriva?
«È come se per amore fossi stato un po’ contagiato, nel senso che ho cominciato a capire quale possa essere la sensazione di chi soffre di queste cose».

Chi interverrà nel programma?
«Altri comici. Vorrei fare anche delle interviste malinconiche: comici che vengono da me e raccontano i loro stati più malinconici o depressivi. Ci saranno diversi colleghi».

È vero che i comici sono tra le persone più infelici?
«Quando fai ridere è perché tendenzialmente sai che quella risata ha un valore. Credo sia difficile che un comico non abbia patito le pene dell’inferno, perché sa che quella risata significa qualcosa per qualcun altro».

Nella comicità c’è una forma di cura.
«Anche tra i comici più stronzi, più antipatici o più ignoranti, secondo me esiste la consapevolezza che con quella risata puoi fare un minimo di bene a qualcuno».

Da anni lavora anche con ragazzi con sindrome di Down. Che cosa le hanno insegnato?
«Fino a un anno fa avrei risposto che mi hanno insegnato una sorta di confidenza con la felicità che a me spesso mancava. Oggi le risponderei in maniera diversa».

Che cosa è cambiato?
«Mi hanno insegnato il senso della mia identità. Mi hanno fatto capire che io non sono quello che ho. Posso dire che ho una disabilità, ma non sono la mia disabilità. Allo stesso modo posso dire che ho una professione, ma non sono la mia professione».

Quindi che cosa siamo?
«È proprio questa la domanda. Siamo qualcosa che va oltre la nostra condizione, il nostro mestiere e persino il nostro carattere. Posso dire di essere gioviale, ma quello è un carattere, non è ciò che sono».

Ha trovato una risposta?
«Fortunatamente per ora no. Sono ancora qui che cerco. Ma quando capisci che non sai nemmeno esattamente chi sei, diventa molto difficile dire di essere diverso da qualcun altro».

C’è qualcosa sulla sindrome di Down che ha scoperto lavorando con loro e che prima non conosceva?
«La cosa più importante è che non c’è nessuna specialità. Capisco che spesso anche le famiglie, vivendo una situazione del genere, dicano: “Mio figlio è speciale”, “Mio fratello è speciale”. Ma credo che il grande valore sarebbe riuscire a dire che non lo è».

Perché non le piace definirli “speciali”?
«Perché se ti definisco speciale, di nuovo ti metto da una parte. Io ho capito che non sono persone speciali: sono persone assolutamente normali, con pulsioni normali su tutti i livelli».

C’è però qualcosa che riconosce più frequentemente in loro?
«Forse una capacità quasi infantile di accogliere. Una predisposizione che gli consente di essere molto più accoglienti, meno radicali e meno aspri».

Nei suoi progetti sembra tornare spesso l'interesse per persone e realtà che normalmente trovano meno spazio.
«In realtà io faccio reality, nel senso letterale del termine: racconto persone normali, comuni. Bambini, mamme, papà. Mi piacerebbe fare persino un podcast sui gemelli. È gente normale».

Che cosa cerca attraverso queste storie?
«Sicuramente c’è un gusto antropologico. Voglio capire che l’essere umano non fa così schifo come ci viene raccontato. È pieno di gente perbene, è pieno di ragazzi perbene, è pieno di giovani perbene».

Quindi pensa che ci venga raccontato un mondo peggiore di quello che realmente è?
«Sì. Diamo tantissimo spazio alla disonestà e alla criminalità. Ma io credo che ci sia un problema di percezione. Fa molto più rumore quello che non funziona rispetto a tutto quello che funziona».

In che modo viene dato spazio alla criminalità?
«Alcune di queste persone diventano famose. Una volta un criminale poteva essere conosciuto, poteva anche diventare nell'immaginario il “bandito gentile”, ma non aveva i follower e non andava in prima serata a raccontarsi».

Il rischio è trasformare la criminalità in qualcosa di affascinante?
«Sì, perché può passare l'idea che essere un criminale sia quasi figo. Io non sto parlando di giustizia o di giustizialismo: credo nel diritto, credo che una persona debba scontare quello che deve scontare e poi tornare a essere un cittadino libero. Sto parlando di comunicazione».

Torniamo alla televisione. È destinata a morire davanti allo smartphone?
«No. Penso al teatro: è il mezzo di comunicazione più antico tra tutti quelli di cui stiamo parlando e sta vivendo un incremento clamoroso. Le attività dal vivo non moriranno mai. Nel 2005, quando arrivò Amazon, dicevano che le librerie erano spacciate. E invece continuano ad aprire librerie».

E la televisione?
«Non credo proprio che morirà. Ci sono ancora programmi che fanno ascolti enormi. Quello che sento, semmai, è una mancanza di rinnovamento e di sperimentazione, e vale anche per il cinema: continuiamo molto spesso a rifare cose che abbiamo già fatto».

I social possono diventare un'alternativa?
«I social sono una fogna perché manca un editore, ma potrebbero essere un posto meraviglioso. Se riesci a metterci dei contenuti, ti permettono di fare cose che magari la televisione non ti consente di fare».

È successo anche a lei?
«Certo. Il badante lo proposi alla Rai, ho ricevuto un rifiuto e poi l'ho fatto da solo. Anni fa avrei preso una porta nei denti e sarei tornato a casa con le pive nel sacco. Oggi esiste un'altra possibilità e magari riesci persino a raggiungere più persone di quante ne avresti raggiunte in televisione».

Quindi non vede social e televisione necessariamente come nemici.
«No. Sono anche molto felice del fatto che oggi un professionista non abbia necessariamente bisogno della televisione. Io sono sempre stato legato a Mediaset e anche oggi vedo delle sperimentazioni interessanti, dei tentativi di riportare il varietà e la comicità in televisione. Non credo affatto che la televisione sia finita».

Che cosa la preoccupa allora del nostro rapporto con lo smartphone?
«Bisogna capire quanto ci stiamo modificando. Quanto ci stiamo abituando a scrollare, al verticale invece che all'orizzontale, quanto stanno cambiando la semantica delle nostre parole, i nostri atteggiamenti e le nostre abitudini».

Lei appartiene a una generazione che ha conosciuto una forma di popolarità molto diversa da quella di oggi. È ancora possibile costruirla?
«Quel tipo di popolarità oggi secondo me è impossibile da costruire. Oggi è pieno di gente famosa che non conosce nessuno. È una cosa allucinante».

Cosa intende?
«Prova a chiedere a qualcuno per strada di dirti cinque canzoni di Bad Bunny, secondo me non le sanno. Di Vasco Rossi, all'ultimo stronzo del mondo, puoi chiedere trenta canzoni e probabilmente te le sa dire».

Perché è successo?
«Perché il mito è finito. Il mito è finito per tutti e secondo me dobbiamo rassegnarci a questa cosa».

Quando sarebbe finito?
«Io dico provocatoriamente che dopo il 2005 non c'è quasi niente di nuovo che abbia attecchito davvero nell'immaginario collettivo in maniera generalista. Guardiamo quello che continuiamo a consumare: La Corrida nasce negli anni Cinquanta, gli eroi Marvel ancora prima, Grande Fratello è del 2000, I Simpson sono degli anni Novanta. Spider-Man è sempre Spider-Man».

Non è nato nessun nuovo mito negli ultimi vent'anni?
«Qualcosa sicuramente c'è. Però è difficile trovare qualcosa che abbia avuto quella capacità di diventare davvero patrimonio di tutti».

Sono stati proprio i social a rendere impossibile il mito?
«Il mito ontologicamente ha bisogno di distanza, ha bisogno di allontanamento. Non puoi immaginare che l'attore che interpreta Rambo ti faccia una storia sui social mentre sta cagando. Quella distanza non c'è più».

Quando riceve riconoscimenti per il lavoro che fa con questi ragazzi, come reagisce?
«Io dico sempre: ragazzi, non sono un benefattore. Queste persone lavorano con me non perché hanno la sindrome di Down, ma perché ci sono ottimi attori e ottimi amici. Non c'è bisogno di mettere l'etichetta “inclusione”».

Quindi non considera il suo uno spettacolo “sulla disabilità”?
«No. È uno spettacolo che parla di persone fragili. E le persone fragili siamo tutti, a prescindere da quanti cromosomi abbiamo».

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