Oria, il cardinale Parolin chiude il processo per Semeraro e parla di IA e guerre


È stato un fine settimana di particolare significato per la Chiesa pugliese e per la comunità diocesana di Oria, riunita nella Cattedrale per due celebrazioni che intrecciano fede, memoria e attualità. Al centro, la figura di monsignor Alberico Semeraro, vescovo di Oria dal 1947 al 1978 e fondatore dell’Istituto delle Suore Oblate di Nazareth, con la chiusura del processo diocesano di beatificazione, e quella di San Barsanofio, patrono della città e della diocesi. A presiedere gli appuntamenti è stato il cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato di Sua Santità.

Nell’incontro con la stampa, il cardinale affronta anche temi di stretta attualità: l’intelligenza artificiale, il rapporto tra progresso e persona, le guerre in Medio Oriente e tra Russia e Ucraina e la necessità di non abituarsi alla sofferenza.

Eminenza, si è chiusa la fase diocesana della causa di beatificazione di monsignor Alberico Semeraro. Qual è il prossimo passo?

«Manca ancora tutta la fase romana, quindi il cammino è ancora lungo. Questa è la fase diocesana, che si è conclusa positivamente. Adesso tutta la documentazione viene portata a Roma, dove sarà esaminata. Vorrei sottolineare, però, la serietà con cui la Santa Sede e la Chiesa universale trattano queste cause, perché la canonizzazione di un Servo di Dio comporta anche l’infallibilità del Papa e, quindi, una realtà teologica molto importante. Il senso delle beatificazioni è proporre dei modelli agli uomini di oggi, soprattutto modelli che hanno vissuto la nostra stessa vita. Tante volte pensiamo che i santi siano personaggi caduti dal cielo. Invece sono persone che vivono la nostra stessa vita, con le stesse difficoltà e tribolazioni, ma che sono rimaste fedeli a Dio, al suo amore e all’amore del prossimo. Sono modelli che possono essere imitati, ognuno a suo modo».

Quanto conta la devozione del popolo di Dio per una causa di beatificazione?

«È uno degli elementi che la Chiesa prende in considerazione. Quando il popolo di Dio percepisce la presenza del Signore in una persona che ha cercato di esercitare le virtù cristiane in maniera eroica e lo manifesta attraverso affetto e devozione, la Chiesa comincia a pensare che quella persona possa essere candidata agli onori degli altari. È quindi un elemento importante del cammino verso la santità».

Dalla figura di monsignor Semeraro a San Barsanofio. Quale messaggio può offrire oggi il patrono di Oria?

«Non è un santo così conosciuto, ma mi pare sia un santo di grande attualità, soprattutto per il suo riferimento assoluto a Dio. Ha dedicato tutta la sua vita al Signore nella preghiera. Oggi abbiamo bisogno di persone che sappiano ritrovare Dio e porlo al centro della loro vita. Le modalità della santità possono cambiare, ma il messaggio che San Barsanofio ci lascia è particolarmente attuale».

Come rendere attuale la testimonianza dei santi vissuti in epoche diverse?

«Non possiamo ricopiare tali e quali le modalità di santità legate al passato. I tempi cambiano e dobbiamo prenderne atto. Però rimane il nocciolo, l’insegnamento. La responsabilità della Chiesa oggi è tradurre quei messaggi in forme nuove, trovare nuovi modi per esprimere gli stessi insegnamenti del passato».

Tra le nuove sfide c’è l’intelligenza artificiale. Qual è l’atteggiamento della Chiesa, alla luce anche dell’enciclica di Papa Leone XIV?

«Non sono un tecnico e l’intelligenza artificiale l’ho scoperta recentemente. Mi ha lasciato molto sorpreso parlare con una persona anonima che sembra viva e che ti risponde. Ma per la Chiesa vale il discorso di sempre di fronte al progresso e alle nuove scoperte. Di per sé, sono cose buone. L’intelligenza artificiale può aiutare, per esempio, a sintetizzare documenti che altrimenti richiederebbero mesi per essere letti. Sono però strumenti ambivalenti, con limiti che devono essere tenuti presenti. Bisogna preservare l’umano, fare in modo che siano al servizio degli uomini, dell’umanità e del bene e non utilizzati per altri scopi, a cominciare dal profitto. Troppe volte queste tecnologie vengono utilizzate soltanto per guadagnare di più e non per aiutare le persone».

Restano drammatiche le guerre in Medio Oriente e tra Russia e Ucraina. Come evitare che l’attenzione si spenga, in particolare su Gaza?

«Dobbiamo continuare a mantenere viva l’attenzione. Uno dei grandi problemi dei conflitti di oggi è che tendono a essere dimenticati. Il pericolo è che, a un certo punto, ci assopiamo, ci abituiamo, perché ogni giorno siamo bombardati da queste notizie e, alla fine, non fanno più effetto. Tenere viva l’attenzione è uno dei principali impegni che dobbiamo avere, anche come Chiesa. Come Santa Sede abbiamo sempre indicato la soluzione dei due Stati. Molti Stati hanno riconosciuto la Palestina, ma finora non è stato possibile dare concretamente seguito a questo riconoscimento, anche a causa della presenza di coloni in Cisgiordania».

L’affetto del popolo di Dio verso figure come monsignor Semeraro può essere anche un modo per riscoprire l’amore per la Chiesa?

«Credo che faccia parte di quel “sensus fidei” di cui si parla nella teologia. Il popolo di Dio percepisce le cose che valgono e quelle che non valgono. Queste iniziative devono aiutarci ad amare di più la Chiesa. Come diceva San Cipriano, non può avere Dio per padre chi non ha la Chiesa per madre. Dovremmo riscoprire la Chiesa come nostra madre e amarla come si amano le mamme. L’amore non è cieco: vede anche i difetti e aiuta a correggerli. Nella Chiesa non tutto è perfetto, perché perfetto è solo Gesù Cristo. Ma bisogna vivere la propria appartenenza alla Chiesa con un atteggiamento di amore e di affetto».