Omicidio Tupac Shakur, dopo 30 anni c'è colpevole: condannato Keffe D
La morte di Tupac Shakur, una delle figure simbolo dell'hip-hop degli anni Novanta, è diventata uno dei momenti più emblematici della storia della musica rap: ecco che cosa è successo quella notte
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Dopo quasi trent’anni, l’omicidio di Tupac Shakur ha finalmente un colpevole. Duane “Keffe D” Davis, ex leader di una gang di Los Angeles, è stato riconosciuto colpevole dalla giuria di Las Vegas per la morte del rapper, ucciso a 25 anni in una sparatoria nel settembre 1996. Davis, che secondo l’accusa orchestrò l’attacco pur non essendo l’uomo che fece fuoco, ha già annunciato che farà ricorso contro la condanna.
Tupac Shakur, conosciuto anche come 2Pac o Makaveli, è stato uno dei rapper più influenti di sempre e una delle figure simbolo dell’hip-hop degli anni Novanta. La sua morte, avvenuta all’apice della sua carriera, è diventata uno degli omicidi più noti e a lungo irrisolti della storia della musica.
Il verdetto dopo 11 giorni di processo
La giuria della contea di Clark, in Nevada, ha impiegato quasi tre ore per arrivare a un verdetto unanime dopo un processo durato 11 giorni. Davis, 63 anni, è stato riconosciuto colpevole di omicidio di primo grado con l'uso di un'arma letale. La sentenza è prevista per il 13 ottobre: Davis rischia l'ergastolo senza possibilità di libertà condizionale. Al termine dell'udienza ha detto al giudice che intende presentare ricorso.
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Che cosa è successo la notte della sparatoria
Tupac Shakur fu ucciso a colpi d'arma da fuoco a Las Vegas la notte del 7 settembre 1996. Aveva 25 anni. Secondo la ricostruzione dell'accusa, tutto sarebbe partito da una rissa avvenuta quella sera nella hall di un casinò, nella quale erano coinvolti Shakur, alcuni componenti del suo entourage e il nipote di Davis.
Davis, all'epoca legato alla gang dei South Side Compton Crips, avrebbe deciso di organizzare una rappresaglia. Secondo i pubblici ministeri, si procurò un'arma e riunì il proprio gruppo per mettersi alla ricerca di Shakur e di Marion “Suge” Knight, produttore discografico e figura di riferimento della Death Row Records.
Davis avrebbe poi raccontato agli investigatori di essere salito su una Cadillac bianca insieme ad altri tre uomini, compreso il nipote. Quando individuarono l'auto sulla quale viaggiavano Shakur e Knight, uno degli uomini seduti sul retro avrebbe aperto il fuoco. L'uomo che avrebbe materialmente sparato non è stato identificato dai pubblici ministeri, e gli altri tre uomini presenti nella Cadillac sono morti.
Davis non è accusato di aver sparato
Un elemento centrale del processo è proprio questo: Davis non è accusato di essere l'autore materiale degli spari. L'accusa lo ha descritto come lo “shot-caller”, cioè il mandante dell'attacco. La legge del Nevada consente infatti di contestare l'omicidio anche a chi non ha materialmente premuto il grilletto. Per l'accusa, il ruolo di Davis sarebbe stato quello di organizzare la risposta alla precedente aggressione e mettere a disposizione del gruppo l'arma utilizzata durante la sparatoria.
Le parole di "Keffe D" al centro del processo
Una parte importante del caso si è concentrata sulle dichiarazioni dello stesso Davis. Per anni gli investigatori avevano sospettato il suo coinvolgimento, ma non avevano elementi sufficienti per incriminarlo. La situazione è cambiata quando Davis ha iniziato a parlare pubblicamente della vicenda. Le sue interviste e la sua autobiografia del 2019, Compton Street Legend, sono diventate elementi centrali dell'impianto accusatorio, insieme alle registrazioni di alcuni incontri riservati con gli investigatori.
Durante il processo, i pubblici ministeri hanno fatto ascoltare alla giuria ore di registrazioni nelle quali Davis raccontava di essere stato furioso dopo la rissa che aveva coinvolto suo nipote.
La difesa ha invece cercato di mettere in discussione soprattutto l'attendibilità del racconto di Davis. L'avvocato Michael Sanft ha sostenuto che la versione fornita dal suo assistito non fosse sufficientemente corroborata dalle prove e ha accusato gli investigatori di errori e cattiva gestione del caso. Nel corso dell'arringa finale, Sanft ha puntato in particolare sull'autobiografia di Davis, sostenendo: "State leggendo un libro che è finzione e non realtà, ma lo Stato vuole farvi credere che questa sia in qualche modo una confessione".