Oltre l'overtourism: il vero Rinascimento culturale dell'Italia passa dai dati e dai borghi

Contenuto tratto dal numero di agosto 2026 di Forbes Italia. Abbonati!

A cura di Gerardo Villanacci, presidente della Fondazione Scuola nazionale del patrimonio e delle attività culturali

Il patrimonio culturale italiano, oltre a essere un’eredità da custodire, è anche una responsabilità da interpretare nel presente. La sua grandezza, proprio perché riconosciuta in tutto il mondo, non può essere affidata solo alla forza dell’ammirazione che suscita, né alla rendita simbolica di un passato che continua a parlarci anche quando non sappiamo ascoltarlo. Richiede visione, misura e capacità di governo, poiché da secoli rappresenta una delle forme più riconoscibili dell’identità nazionale e un elemento decisivo per turismo, economia e reputazione internazionale.

Oggi questo lascito si trova davanti a un cambiamento che non riguarda solo la modernizzazione dei musei o l’introduzione di nuovi strumenti di comunicazione, ma il modo attraverso il quale un Paese può continuare a custodire la propria memoria senza ridurla a consumo. In questa prospettiva, il digitale non può essere una patina di attualità applicata all’antico, bensì uno strumento per restituire senso, durata e presenza a ciò che abbiamo ricevuto. La vera innovazione culturale, quindi, non coincide con l’aggiunta di schermi o percorsi immersivi, ma con la capacità di rendere più comprensibile il patrimonio senza impoverirne la complessità.

Il motore dell’economia

Il turismo culturale resta uno dei grandi motori dell’economia nazionale e conferma ogni anno la forza di attrazione delle città storiche, dei musei, dei paesaggi e di quella continuità tra arte, architettura e vita civile che costituisce una peculiarità italiana non replicabile. Lo dimostrano anche i dati più recenti: nel 2025 gli ingressi sono cresciuti del 15,8% rispetto all’anno precedente e il primo quadrimestre del 2026 ha segnato, a parità di perimetro, un ulteriore aumento dell’11,6%.

Sarebbe però riduttivo leggere questo fenomeno solo con i numeri, perché la cultura produce valore quando genera conoscenza, mentre si impoverisce quando diventa esperienza frettolosa, mera immagine da condividere o tappa obbligata dentro percorsi sempre più affollati. È qui che l’overtourism assume un significato anche civile, dal momento che la pressione costante dei visitatori può trasformare i centri storici in scenari attraversati più che abitati, resi fragili dal loro successo. Quando una città diventa soltanto destinazione, il rischio è la congestione degli spazi, ma anche la progressiva perdita della sua funzione ordinaria e del tessuto umano che le conferiva continuità.

Non si tratta di guardare al turismo come a un problema, posto che esso rimane apertura e occasione di crescita, ma di riconoscere che ogni ricchezza culturale ha bisogno di un criterio di governo capace di impedire che il successo si rovesci nel suo contrario. Per questa ragione occorre ripensare la geografia del viaggio culturale, restituendo attenzione a quell’Italia diffusa che vive fuori dai circuiti più saturi e nella quale la storia non si presenta come monumento isolato, ma trama quotidiana di luoghi e forme di vita. Spostare lo sguardo verso aree interne e borghi non significa costruire nuove destinazioni da consumare, bensì riconoscere un equilibrio diverso tra visita, territorio e permanenza.

Infrastrutture e competenze

Questa diversa geografia richiede infrastrutture, competenze e continuità amministrativa. Non basta invitare i viaggiatori a scoprire mete meno note se quei luoghi non dispongono di servizi adeguati, collegamenti sostenibili e presìdi culturali aperti. La valorizzazione dell’Italia cosiddetta minore non può essere una formula promozionale, ma deve diventare una politica capace di mettere in relazione istituzioni, comunità locali e operatori del turismo, affinché la distribuzione dei flussi non resti un auspicio, ma assuma la forma di una strategia stabile.

In questo scenario il digitale è decisivo, purché non venga confuso con l’effetto spettacolare o con il semplice aggiornamento dell’esperienza museale. Le tecnologie applicate ai beni culturali incidono sul modo in cui le opere vengono conservate, interpretate e raccontate. Se utilizzate con competenza, possono rendere la cultura più accessibile, accompagnare il visitatore prima e dopo l’esperienza fisica, favorire la conoscenza di territori meno frequentati e restituire leggibilità a contesti altrimenti lontani. L’innovazione non si oppone alla tradizione, ma può liberarla dall’immobilità.

Il rinascimento digitale

Il digitale consente anche di raccogliere dati utili a orientare i flussi, programmare aperture, modulare accessi e costruire itinerari alternativi, senza affidare la gestione dei luoghi alla sola intuizione. È una dimensione meno appariscente rispetto alle ricostruzioni immersive, ma permette di passare a una gestione sostenibile.

Resta però un’insidia non trascurabile. La tecnologia possiede una forza seduttiva che, qualora non sia guidata da una solida visione culturale, può sovrapporsi all’opera anziché servirla. La società contemporanea tende a privilegiare ciò che stupisce e si comunica con immediatezza; viceversa, la cultura ha bisogno di profondità, tempo e contesto. L’innovazione autentica non sostituisce l’esperienza reale con una simulazione più brillante, ma rende più comprensibile ciò che è complesso e più vicino ciò che appare distante. La sfida non è soltanto tecnologica, ma anche amministrativa, culturale e civile. Il nostro Paese ha bisogno di una politica capace di unire tutela, gestione e competenze digitali. Digitalizzare un museo o promuovere nuovi itinerari è utile, ma non basta se manca una visione più ampia del rapporto tra patrimonio, territori e comunità.

Il rinascimento digitale potrà realizzarsi solo a una condizione, vale a dire trasformandosi da semplice modernità apparente applicata all’antico in una nuova responsabilità verso ciò che abbiamo ricevuto. L’Italia non deve scegliere tra conservazione e innovazione, in quanto il patrimonio culturale vive quando la custodia non diventa immobilità e il cambiamento non si traduce in superficialità. Solo governando questa transizione il digitale diventerà il mezzo attraverso il quale la memoria potrà tornare a essere presenza viva, coscienza condivisa e progetto per il futuro.