Olivia Wilde: «Si può ricominciare con la stessa persona?»

Olivia Wilde, sguardo e mani in perenne movimento, vivace e con tanti amori chiacchierati, dal matrimonio con Tao Ruspoli alla relazione con Harry Styles, oggi confessa: «Ero una cinica, il mio nuovo film da regista e protagonista mi ha resa più romantica». Per saperne di più Elle l’ha incontrata al festival di Locarno dove ha presentato in anteprima The Invite – Il piacere è tutto nostro, un miracolo di commedia sexy e di costume, in uscita in Italia il 16 settembre per I Wonder Pictures.

L’invito del titolo è una cenetta di benvenuto organizzata dai coniugi Angela e Joe, interpretati da Wilde e Seth Rogen, per i nuovi vicini del piano di sopra, Hawk e Piña, nel film Edward Norton e Penélope Cruz. I quattro si conoscono, si detestano, rivelano piccoli segreti e alla fine gli ultimi arrivati, assai disinibiti, scoprono le carte e suggeriscono di scambiarsi i partner a letto. Imbarazzo, stordimenti, desideri, qualche inciampo. Una bella provocazione per capire a che punto è il legame fra Angela e Joe: lei ha rinunciato al lavoro e, per non morire d’inedia, le è presa la fissa dell’arredamento, il marito vive la propria silenziosa depressione, da promettente compositore rock si è rassegnato a insegnare musica, senza passione, ai ragazzi. Credono di essere complementari e felici, ma forse non è così.

Nessun dubbio che la trasgressione affascini l’attrice e femminista Olivia, che già all’epoca di Don’t Worry Darling, opera seconda da regista, denunciava: «Il cinema mostra gli uomini come unici destinatari del piacere. Beh, nel mio film non arrivano mai all’orgasmo, le donne sì, solo loro. Mi interessa la sessualità femminile anche senza penetrazione e la società americana è diventata troppo puritana». Di sicuro non Olivia Wilde, in sala negli Usa con un altro film tutto fuoco e fiamme, I Want Your Sex di Gregg Araki, dove, in un furore di abiti di latex, lacci e cuoio, interpreta Erika, artista provocatoria e dominatrix che coinvolge il giovane assistente Elliot in una relazione fatta di sadomaso, bondage e fortissimo squilibrio di potere. «Non mi spavento. Araki è estraneo alle regole di Hollywood e il film è una risposta alla repressione sessuale odierna e alla distanza dal sesso della Generazione Z. Molti ragazzi hanno troppa paura di “sbagliare” nelle relazioni. Ho costruito il personaggio pensando a Madonna, all’epoca un modello di potere sessuale femminile consapevole, magari scorretto, ma libero».

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Adam Newport-Berra/2026 Invite Distribution

Libertina, seppur con più delicatezza, è la filosofia che agita The Invite, all’origine pièce teatrale spagnola, diventata poi un film di enorme successo con remake in tutto il mondo, tra cui l’Italia. L’intera vicenda, con diversi gradi di calore, si svolge nel chiuso di un confortevole appartamento borghese di San Francisco. Nel confronto serrato fra i quattro convitati sembra vincere la coppia disinvolta di Hawk e Piña, mentre Angela e Joe perdono letteralmente pezzi: il loro matrimonio è in agonia e ancora non lo sapevano. Per aggiungere scienza e pepe, Wilde si è affidata alla consulenza della popolare sessuologa e psicoterapeuta belga Esther Perel, una vera guru. «Con gli attori e con lei», conferma Wilde, «abbiamo lavorato insieme per settimane prima di iniziare le riprese, girare poi in in ordine cronologico, ci ha permesso di costruire al meglio le dinamiche di coppia. Mi serviva un quartetto jazz e ho avuto gli attori migliori. La stuzzicante Penélope era la scelta perfetta per questa situazione quantomeno audace».

Cosa l’ha incuriosita in una storia che ha già avuto tante versioni?

Il plot ha qualcosa di profondamente universale, le relazioni sono difficili allo stesso modo in qualsiasi lingua, ecco il perché del successo, e tutti ci poniamo la stessa domanda: «Come si fa a crescere insieme a qualcuno? È possibile continuare a evolvere accanto a una persona quando si è talmente vicini, ogni giorno, da rischiare quasi di non vederla più?». È un film sul desiderio sentimentale, ma anche su quello di cambiare vita, essere qualcun altro. Nelle relazioni si tende a riversare sul partner la responsabilità della nostra infelicità, invece dobbiamo riflettere sulla perdita di contatto con noi stessi e quel che siamo diventati nel tempo, soprattutto a causa di scelte nostre. Può essere devastante, ma è un esercizio che va fatto. Noi sul set l’abbiamo vissuto.

Come si fa a crescere insieme a qualcuno? È possibile continuare a evolvere accanto a una persona quando si è talmente vicini, ogni giorno, da rischiare quasi di non vederla più?

Come ha trovato l’equilibrio, sempre difficile, tra commedia, dramma emotivo e tensione erotica?

La vita è così, no? Tragedia e commedia, desiderio e rifiuto. Mi sono ispirata alla realtà, ed era importante evidenziare la parte divertente. Le persone si vergognano di ammettere che una relazione sentimentale sta fallendo, ma se il peso lo si condivide con altri diventa più leggero, si può persino riderne. In sala, tra gli spettatori, c’è stato un vero e proprio effetto catartico. È il motivo per cui mi sono battuta per avere l’uscita cinematografica. Vede, a un certo punto le commedie sono state relegate in una sorta di categoria inferiore, come se non meritassero più le sale ma solo le piattaforme. Io sentivo che, per quel che racconta il film, era invece necessaria una catarsi collettiva. Ha funzionato.

Sui titoli di testa ha voluto quella frase di Oscar Wilde: «Bisognerebbe essere sempre innamorati. Ecco perché non bisognerebbe mai sposarsi». Perché?

Adoro l’autore, non per caso mi sono ispirata a lui per il nome d’arte (in realtà si chiama Olivia Jane Cockburn, ndr). Quel motto sembra dire che il matrimonio uccide l’amore, ma il film afferma un’altra verità, che spesso l’impegno ad amare qualcuno si interrompe al momento della firma sotto il registro, poi è diritto acquisito. Invece sul sentimento bisogna lavorare, non è facile rimanere una persona completa all’interno di una coppia senza confondere l’amore con la fusione totale nell’altro.

Meglio attrice o regista?

Dirigere è il lavoro più bello del mondo. Ho aspettato tutta la vita per farlo. C’è voluto tempo per trovare la sicurezza necessaria: avevo già 35 anni quando ho diretto il mio primo film, La rivincita delle sfigate. La mia formazione d’attrice mi permette di conoscere il linguaggio degli attori. Dirigere è come essere poliglotta: bisogna saper parlare a ogni interprete nella lingua specifica della sua formazione ed esperienza. E recitare nei miei film da regista mi ha permesso a volte di compiere per prima una sciocchezza, di espormi permettendo agli altri di essere ridicoli, un po’ meno nervosi. Diventa tutto un gioco, anche le scene imbarazzanti, di sesso o di nudo.

Ha iniziato dicendo che questo il film l’ha resa più romantica. Ci spiega?

All’inizio questa per me era semplicemente la storia di un matrimonio che finisce proprio mentre scopri di amare ancora l’altra persona. Un dolore e un fallimento particolari. La vera domanda era però un’altra, più profonda, anche per gli spettatori: «si possono avere più relazioni diverse, nel corso della vita, con lo stesso uomo, con la stessa donna?». Sì, oggi credo davvero che si possa ricominciare, ero cinica, non lo ritenevo possibile, ma grazie al film sono diventata molto più romantica. È anche merito del personaggio di Angela, così vulnerabile. Nella vita non sono una dura, ma il cinema mi ha sempre chiesto di interpretare sempre e solo donne forti, difficili. E non so nemmeno perché.

Adam Newport-Berra/2026 Invite Distribution