Obiettivo di guerra. Il ruolo delle fotografie nel mondo in fiamme
Roma, 30 luglio 2026 – Palazzi sbriciolati come castelli di sabbia; bimbi tra le macerie, soli. Madri aggrappate a fagotti bianchi. È Gaza. Hezbollah, invece, piange i suoi morti brandendo armi e le bandiere gialle. Dell’Iran vediamo i razzi e una capitale che colora i muri di odio e minacce, mentre gli americani ci mostrano obiettivi grigi dentro mirini verdi. Eppure è la stessa guerra. Perché, allora, ha facce tanto diverse? Perché alcuni esibiscono i corpi e altri i missili? Nulla è casuale, ma non tutto è propaganda.
Susan Sontag scrive che “fotografare significa inquadrare, e inquadrare significa escludere”. Significa scegliere. Ma chi sceglie? Perché? E per chi?

Il dolore di una donna palestinese con in braccio il suo bambino
IL DOLORE DI GAZA
Nella Striscia i reporter stranieri entrano a fatica. Dopo il 7 ottobre 2023 Israele ha blindato i confini, salvo rare visite accompagnate. Le fotografie che attraversano il mondo sono in larghissima parte scattate da reporter palestinesi. Raccontano di case distrutte, famiglie spezzate, bambini feriti. Quelle immagini chiedono soprattutto una cosa: guardate. L’annientamento, la morte, la disperazione. Certificano ciò che vorremmo negare. Ci impediscono di voltarci dall’altra parte. Gli scatti arrivano a migliaia attraverso le agenzie internazionali. Belli anche se fanno male.

Una donna palestinese con in braccio il suo bambino denutrito
La fotografia di una persona morta non custodisce soltanto una perdita privata, diventa la prova pubblica dell’ingiustizia subita. Salva un’identità, costruisce una memoria collettiva contro la cancellazione. È un tratto profondo della cultura visuale palestinese. La stessa radice araba avvicina la testimonianza al martirio: shahāda è la testimonianza, shahīd il martire, colui che testimonia.
E le composizioni ripropongono di continuo archetipi comprensibili anche in Occidente: la Pietà di una madre col figlio, un corpo nel sudario, la famiglia raccolta attorno al defunto. Non sono necessariamente costruzioni consapevoli, ma il nostro inconscio le riconosce. Ad Hamas fanno gioco, perché rafforzano una narrazione centrata sulla vittima. Alla causa palestinese forse meno. Il rischio è che un intero popolo finisca rappresentato solo come oggetto della storia, mai come soggetto politico.

Una bambina con un carretto tra le macerie di Gaza
HEZBOLLAH, DAL LUTTO ALLA RESISTENZA
È un pericolo che non intendono correre i miliziani libanesi di Hezbollah, i quali fondono la retorica del sacrificio con quella della resistenza. La bandiera non manca mai, spunta tra pareti bombardate o avvolge bare sospinte da ondate nere. I funerali dominano il racconto visivo. Il rito trasforma il lutto in un atto pubblico, politico. Lacrime e fucili; urla mute: di disperazione e di rabbia. Di vendetta. La matrice culturale è il mito sciita di Karbala: l’uccisione dell’imam Husayn, nipote del profeta Maometto, non è soltanto una tragedia. È il racconto simbolico della minoranza giusta che si ribella a un potere più forte; il rifiuto della sottomissione; la sconfitta militare che diventa una vittoria morale e religiosa. Quelle immagini parlano anzitutto alla comunità sciita e ai pubblici arabi regionali. Parlano di orgoglio, coesione e mobilitazione. Sono spesso autoprodotte, perché anche l’accesso al Sud del Libano è filtrato. Il Partito di Dio giustifica le restrizioni con il timore di regalare informazioni preziose al nemico. E neppure il nemico, Israele, vuole tra gli anfibi testimoni che non siano embedded.
Ogni attore sceglie dunque il proprio spettatore e calibra il messaggio sul destinatario.

Le lacrime di un bimbo palestinese
LA RETORICA DELLE POTENZE
Iran e Stati Uniti giocano però una partita diversa. Nelle comunicazioni ufficiali mostrano raramente i propri morti, preferiscono esibire la forza. Le potenze parlano urbi et orbi. Alla città e al mondo comunicano lo stesso concetto: siamo forti, preparati, possiamo colpire ovunque in qualunque momento. Teheran sposta lo sguardo sull’istante prima: droni lucidati, file di missili, lanci simultanei. È il sublime tecnologico, l’individuo scompare davanti alla macchina.
Washington sottolinea il momento dopo: riprese termiche, sensori elettro-ottici, mirini, edifici che svaniscono in una nube grigia. La stessa immagine rassicura gli alleati e minaccia i nemici. All’interno promette controllo, all’esterno comunica deterrenza.
E i danni subiti? Pochi fotogrammi strappati ai video dei civili iraniani documentano le città ferite dal fumo nero. Delle basi americane nel Golfo conosciamo le coordinate, ma quasi mai vediamo ciò che accade dentro: operazioni, vittime e distruzioni restano dietro un muro di segretezza e censura.
Iran e Stati Uniti disumanizzano la guerra riducendola a prestazione tecnologica. Hezbollah la trasforma in resistenza. Gaza la riporta sui corpi. Tre grammatiche visive: la macchina, il martire, la vittima.
L’AMBIZIONE UCRAINA
Categorie che fuori dal Medio Oriente si combinano. L’Ucraina offre il caso più peculiare e ambizioso. Se Gaza ci chiede di guardare, Kiev vuole che ci schieriamo. La comunicazione di Zelensky alterna sofferenza e capacità di agire. Non si limita a documentare l’invasione. Cerca di convincere gli europei che quella guerra li riguarda. Mostra città simili alle nostre, famiglie che potrebbero essere le nostre, soldati che difendono una normalità nella quale possiamo riconoscerci. Uno studio su oltre 3.300 fotografie diffuse dal Ministero della Difesa ucraino, pubblicato su Cooperation and Conflict, individua quattro figure ricorrenti: la donna soldato, l’anziana sofferente, il matrimonio di guerra, Saint Javelin, la santa popolare raffigurata con il lanciamissili anticarro. Vulnerabilità e forza, tradizione e modernità, dolore e azione: l’Ucraina non vuole soltanto compassione. Vuole appartenenza.
MOSCA E LA PAURA A DISTANZA
Mosca allontana invece l’obiettivo dal fronte. Cerimonie, visite ufficiali, rituali patriottici. La guerra c’è, ma resta sullo sfondo, a distanza di sicurezza dalla normalità. Il messaggio è semplice: la Storia, inevitabilmente, è tornata; ma state tranquilli, qualcuno combatte per voi.
Le parole d’ordine non bastano, spesso non servono. Le immagini non si limitano a raccontare la guerra: decidono chi è vittima, chi combatte, chi vince, chi merita di essere guardato. La costruiscono. E tuttavia l’essenziale può restare invisibile, anche quando lo abbiamo davanti agli occhi.