Oasis: Don't Look Back In Anger, musica e lacrime. La recensione del film
Quello di Lovelace&Southern, che è insieme doc e film concerto, è un'opera potente e trascinante che racconta l'energia e il sentire di un'esperienza collettiva. La recensione di Oasis: Don't Look Back in Anger di Federico Gironi.
C’è una frase celebre di Noel Gallagher che recita: “La gente non dimenticherà mai come l'hai fatta sentire”. Non c’è in questo film, ma avrebbe potuto esserci. Avrebbe potuto apparire come esergo. Perché Oasis: Don't Look Back In Anger, che è un documentario ma anche - e forse ancora di più - un film concerto, proprio su quello è costruito. Su come si sono sentiti, come si sentono i fan degli Oasis durante il tour di reunion della band del 2025. Perché ha la capacità di farci sentire un po’ come loro, anche se a quei concerti non ci siamo andati. Perché quel che ricorderemo a lungo, di Oasis: Don't Look Back In Anger, è come ci ha fatto sentire.
Dritto, essenziale, senza fronzoli - come loro, come Liam e Noel - il film voluto e pensato da Stephen Knight e diretto da Will Lovelace e Dylan Southern non si perde in chiacchiere, non indulge in spiegazioni e dietro le quinte. Si ricostruisce al volo la crisi del 2009 che ha sciolto la band e tenuto lontani i fratelli Gallagher per 16 anni, e si entra subito in sala prove, dove Liam va e viene come gli pare, non parla, e l’asta del suo microfono rimane spesso vuota. Poi si va in tour, perché è questo quello che conta.
Prima tappa: Cardiff. Entrando, Liam prende la mano di Noel, la solleva in aria. Non ci sono parole, non ci sono spiegazioni. Qualcosa è cambiato. Qualcosa è tornato: gli Oasis, che le folle adoranti di Dublino, Manchester, Seoul, San Paolo, Buenos Aires e di tutto il resto del mondo accolgo con una devozione e un’estasi quasi religiosa. Lovelace e Southern si concentrano quasi più di loro che sui Gallagher: fan adulti, giovani, anziani. Belli, brutti, magri, grassi, alti, bassi, ricchi, poveri. Tutti lì a condividere qualcosa di potente, che li fa ballare, piangere, ridere, abbracciare, tra una birra e una sigaretta. Gente che non dimentica come gli Oasis l’ha fatta e li sta facendo sentire (e - guarda un po’ - si vedono relativamente pochi cellulari a riprendere il concerto). Sul palco, un cartonato di Pep Guardiola sullo sfondo, Liam fa Liam, Noel fa Noel, gli Oasis sono gli Oasis.
L’esperienza è immersiva, il film è girato benissimo e montato ancora meglio (e, come si dice in questi casi, c’è anche un po’ d’Italia: brava Martina Zamolo), la musica è quello che è. Impossibile, anche se non si è fan sfegatati, stare seduti in sala senza battere il piedino, le mani, agitarsi sulla poltrona, cantare a squarciagola. Lo dice Noel, ancora lui, alla fine. Tutto questo - la reunion, il tour, il film - non riguarda loro: riguarda noi, dove per noi si intende chi sta sul palco e suona e canta e ride e si commuove, e chi sta giù dal palco e balla e canta e ride e si commuove. L’energia è trascinante, e ci si commuove pure in sala, perché non ci si dimentica come qualcuno ci fa sentire, e questo film e gli Oasis ci fanno sentire bene. E di sentirsi bene, i Gallagher lo sanno benissimo, c’è oggi un gran bisogno.
Alla fine del tour, alla fine del film, due fratelli si sono ritrovati, dei cugini che non si erano mai visti prima si sono conosciuti e amati. Lovelace e Southern lo accennano appena, non dicono molto altro. Vorremmo forse saperne di più? Forse sì, forse no, ma secondo me, se il film l’avesse fatto, Liam avrebbe detto: “What is this? The fuckin’ Sun?”. Detto in altre parole: chi se ne frega dei retroscena, dei fatti personali dei Gallagher. Conta la musica, contano i fan, contiamo noi. Conta sentirsi bene. Perché la gente non dimenticherà mai come l’hai fatta sentire.