Oasis, cosa ho imparato guardando il film Don't Look Back in Anger

È meglio dirlo subito (anche perché ve ne accorgereste), chi scrive non è un fan degli Oasis. Ad esempio mi sorprendo continuamente pensando che fossero famosissimi già negli anni Novanta. Non so se nel frattempo abbiano continuato a crescere, non so se dietro ci sia stata una logica di diffusione delle informazioni pre-internet, insieme al fatto di essere alla periferia dell'impero, ma nel mio liceo di provincia la moda degli Oasis arrivò soltanto nella seconda parte degli anni Duemila, praticamente poco prima che si sciogliessero. Io comunque ascoltavo tutt'altro.

Mi sono detto che la proiezione di Oasis: Don't Look Back in Anger (al cinema dal 10 settembre) sarebbe stata l'occasione buona per imparare qualcosa in più su Liam e Noel Gallagher. Non mi sbagliavo, ma neanche avevo ragione: quello proiettato fuori concorso all'ottantatreesima Mostra del Cinema di Venezia è un documentario dedicato agli appassionati. Tutta la storia dei "primi" Oasis, dal 1994 della loro grande esplosione al 2009 dell'ultimo concerto, è nel rapidissimo montaggio della sequenza di apertura, una cavalcata nei primi anni della band, una compressione di tutto quello che io vorrei sapere, e che in Don't Look Back in Anger viene invece dato per scontato. Andiamo bene. E però un paio di cose mi hanno colpito.

Di documentari invece ne ho visti parecchi: Don't Look Back in Anger fa una cosa che mi sarei aspettato e un'altra che non mi sarei aspettato. È un prevedibile momento di celebrazione non solo della band, ma anche degli appassionati degli Oasis, ai quali dedica un sacco di spazio per costruire un'aria di famiglia. Steven Knight (Peaky Blinders), l'ideatore del documentario, e la coppia di registi (Dylan Southern e Will Lovelace) fanno in modo che quella stessa sensazione comunitaria che si vede sullo schermo si rifletta sul pubblico in sala, come se si trattasse di un rituale di bentornato, una messa laica per lanciare un messaggio di pace e inclusività. Liam e Noel, nella pubblicizzata intervista congiunta contenuta in Don't Look Back in Anger, dicono di non sapere cosa siano gli Oasis, ma dicono anche di essere sicuri che non siano una cosa di destra. Il fandom degli Oasis andrà al cinema provando nostalgia, senso di identità condivisa, voglia di cantare a squarciagola. Insomma si vorrà emozionare senza andare per il sottile, e Don't Look Back in Anger questo fa, tutti contenti.

E in effetti (e veniamo quello che non mi sarei aspettato) a parlare degli Oasis sono gli appassionati, non i famosi amici loro. Presto emerge una tendenza capace di accomunare persone di tutto il mondo, diverse per genere, nazionalità e background culturale: i versi e i titoli delle canzoni degli Oasis finiscono continuamente nelle interviste, a volte senza neanche che gli intervistati sembrino farlo apposta. Non ho potuto fare a meno di pensare a un linguaggio comune e identitario, al fatto che i fratelli di Manchester abbiano dato alle persone le parole per guardarsi dentro, per raccontarsi e per entrare in sintonia (ad esempio si vedono due amiche giapponesi celebrare ciò che di inesprimibile c'è nel loro legame cantando). Come tutti i linguaggi, anche questo può essere usato in modo pessimo: si vede il capo della sicurezza di un concerto dare istruzioni ai suoi sottoposti utilizzando i titoli delle canzoni degli Oasis. Le sue battute cadono nel gelo dei sottoposti, ma lui insiste lo stesso. Più insiste, più quelli non ridono. Di conseguenza, si ride tantissimo in sala.

Noel e Liam, nel documentario sono molto diversi

Un'altra cosa che mi ha colpito è stata la diversità dei fratelli Gallagher. Non so se sia cresciuta nel frattempo, ma nel documentario è molto, molto evidente. Le prove prima dell'inizio del tour della reunion vengono affrontate da Noel e Liam prima separatamente, poi insieme. Noel entra in studio come una persona normale, sta ad ascoltare i compagni di band, prova e riprova, dice che non si ricorda. Indossa una giacca di jeans un po' fuori moda, che a me non piaceva. Liam invece entra sparato, apre una bottiglia e butta via il tappo ("ma vai a raccoglierlo", è stata la mia reazione spontanea). Parte in quarta ed è arrogantissimo, ha proprio il modo di fare di chi deve continuamente attirare l'attenzione con trovate di tutti i tipi con un unico sottotesto: io sono il migliore di tutti. I fan probabilmente saranno deliziati dall'idea di assistere ai primi, strani scambi di parole tra i fratelli in sala prove, poi le cose vanno sempre meglio e alla fine diventano quelli di adesso: due persone che vanno d'accordo (spero non mi smentiscano prima che questo pezzo vada online).

Two musicians on stage, one with a tambourine on their head, the other holding a guitar.pinterest

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Liam si mangia la scena, piega le pareti, quando entra in una stanza tutto punta su di lui. Ha un'estetica chiara e ancora fighissima, non sembra mai scemo, neanche se si mette il piattino sulla testa. Dimostra venti anni di meno. Noel invece assomiglia tutto sommato a una persona della sua età, veste diversamente, la sua estetica mi funziona un po' meno, ed è quello che ride se suo fratello fa una battuta, nell'intervista parla poco, sembra schiacciato dal carisma di Liam. Però è Noel a scrivere le canzoni, il motore artistico della band è lui, non Liam. Come disse Pete Doherty dicendo di aver citato Umberto Eco: "Noel Gallagher è un poeta, e Liam uno strillone". Per me il punto è anche un altro. Non solo Liam e Noel riflettono in maniera diversa lo stesso star power, ma la loro diversità è complementare: uno ha quello che manca all'altro, sono una squadra perfetta diamine. Come è stato possibile che abbiano litigato? Beh, in realtà il documentario non lo dice, il che mi fa pensare che non esista una ragione ufficiale ma solo voci e interpretazioni. E poi è acqua passata. Vero? Vero?

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Guardo film e gioco a videogiochi, da un certo punto della vita in poi ho iniziato anche a scriverne. Mi affascinano gli angolini sperduti di internet, la grafica dei primi videogiochi in 3D e le immagini che ricadono sotto l’ombrello per nulla definito della dicitura aesthetic, rispetto alle quali porto avanti un’attività di catalogazione compulsiva che ha come punto d’arrivo alcuni profili Instagram. La serie TV con l’estetica migliore (e quella migliore in assoluto) è comunque X-Files, che non ho mai finito per non concepire il pensiero “non esistono altre puntate di X-Files da vedere per il resto della mia vita”. Stessa cosa con Evangelion (il manga).