Nessuno in questi 10 anni è riuscito a eguagliare Frank Ocean
Tutto nasce con il suono di accensione della Playstation 1 che apre Channel Orange. Anzi no, tutto comincia qualche anno prima quando lavora come songwrighter per gente come Justin Bieber, John Legend e Beyoncé. O forse a cavallo di quei tempi con l’ingresso nella crew americana più importante degli ultimi 20 anni, quella Odd Future capitana da Tyler, The Creator. O, perché no, proprio dal principio: il 28 ottobre 1987 a Long Beach, in California, il giorno in cui vede la luce Christopher Edwin Breaux, che noi tutti abbiamo imparato a conoscere come Frank Ocean.
La parabola di Frank Ocean è forse una delle più incredibili e assurde della musica americana di questo millennio. Una carriera iniziata e bruciata in modo rapidissimo, con il nostro che dopo un gigantesco successo di critica e pubblico è scomparso improvvisamente e senza avviso nell’anonimato, lasciando come ultimo vero ricordo Blonde, un album che oggi compie 10 anni e che, nonostante il tempo, suona ancora incredibilmente attuale.
Blonde il secondo è ultimo album solista di Frank Ocean (non consideriamo quindi Endless, la furbata dell’artista per slegarsi dal contratto major, né l’esordio del mixtape Nostalgia, Ultra). Registrato in oltre tre anni di tempo, viene pubblicato il 20 agosto 2016, diventando presto uno dei lavori più amati da pubblico e critica. Per Rolling Stone US, ad esempio, è il terzo album più importante di questo secolo dietro a Lemonade di Beyoncé e Kid A dei Radiohead.
Se il precedente Channel Orange – un album visionario, imprevedibile, queer capace di lasciare un segno indelebile non solo nell’ambiente artistico, ma anche nella società americana – aveva liberato Ocean da ogni catena personale, identitaria e musicale, Blonde compie un ulteriore passo, andando oltre la sfera intima dell’artista per diventare un’opera d’arte immortale. Uno di quegli album che non solo hanno fatto la storia, ma che rimangono nella Storia. Una pietra miliare di un preciso momento storico. E, tutto questo, senza contenere nemmeno una hit – nel senso canonico del termine – al suo interno, con quasi 10 miliardi di stream sul solo Spotify, senza singoli appiccicosi o featuring strombazzati.
E partiamo proprio da qui. Nelle piattaforme di streaming il disco non svela la sua mostruosa lista di crediti. Parliamo di Beyoncé (che fa le backing vocals in Pink + White), André 3000 (che ci regala una delle sue migliori strofe della sua carriera in Solo (Reprise)), Kanye West (alla scrittura di White Ferrari). E ancora Pharrell Williams, Tyler, The Creator, Alex G, James Blake, Rostam Batmanhlij, Jonny Greenwood dei Radiohead (che ha arrangiato gli archi di Seigfried), Vegyn, Sebastian, Yung Lean, Francis and the Lights, oltre ad alcuni geni del mixing contemporaneo come Mike Dean e Noah Goldstein. Una lista che pochi possono permettersi. E che si arricchisce ancora se consideriamo sample e interpolazioni, che vanno dai Beatles di Here, There and Everywhere ripresa in White Ferrari a A Fond Farewell di Elliott Smith che appare in Seigfried.
Frank Ocean - White Ferrari
Se Channel Orange aveva riscritto le regole dell’R&B moderno, Blonde è ancora più avanguardistico nell’affrontare il genere. L’idea centrale qui è la sottrazione. Le tracce sono minimali con le batterie che scompaiono quasi del tutto per lasciare spazio a synth tremolanti e chitarre immerse in chorus e riverberi che conferiscono all’intero album una sensazione di celestiale sospensione, una soluzione sonora che ha segnato l’r&b del decennio a seguire. In questo incedere etereo, la forma canzone pian piano sparisce, così come i ritornelli, praticamente non pervenuti in tutta l’opera. Mettendo come faro guida i Beach Boys di Brian Wilson e i Beatles (come raccontato dall’artista), è l’armonia vocale a trascinare le canzoni, che si abbandonano alle scelte emotive di Ocean senza doversi piegare alla rigidità della canzone pop.
Prendete ad esempio White Ferrari, la canzone che meglio spiega il concetto sonoro dell’album: il brano si apre con un pad fluttuante, su cui la voce di Ocean si appoggia delicata mentre intermittenze di noise e percussioni provano a farsi spazio con insuccesso, fino a che tutto ritorna finalmente a terra nel suono di una chitarra acustica che ribadisce poco più degli accordi supportata dalle armonizzazioni vocali che servono ad allargare lo spettro sonoro e a dare ampiezza al valore emotivo del brano. Tre strofe, un bridge, nessun ritornello. Tutto qui? Ovviamente no: nel finale, introdotto da effetti sonori da salagiochi arcade, gli appoggi si fanno più soffusi e la voce diventa un falsetto delicatissimo che sembra quasi spezzarsi nel ricordo di una storia d’amore che si chiude improvvisamente tra un piano e un sample di batteria in lontananza. Nel mentre le parole cadono dolci, nostalgiche, ermetiche: “Sono sicuro che in un’altra dimensione siamo più alti / Tu dici che siamo piccoli e che non vale la pena parlarne / Sei stanco di muoverti, ti fa male il corpo / Potremmo andare in vacanza, ci sono posti dove andare / Chiaramente, questo non è (il modo) in cui stanno le cose / Non posso accettare ciò che mi è stato dato (Assolutamente no) / Ma qui stiamo benissimo (Stiamo bene), ce la caviamo bene (Stiamo bene) / Primitivi e nudi / Sogni muri che ci tengono in prigione (Amore) / È solo un teschio, almeno così lo chiamano / E siamo liberi di vagare”.
I testi si muovono tra ricordi d’adolescenza e il rapporto con la propria sessualità e mascolinità, mostrando una sensibilità rara nel panorama maschile. Ocean per raccontarsi decide di giocare su due voci: da un lato una voce alterata, spesso pitchata in alto con l’autotune, dall’altra quella propria che abbiamo amato dal suo primo mixtape. Le due voci creano così una narrativa interna al disco, un dialogo spesso inframezzato dai vari ospiti e che viene mandato fuori strada dagli stati psichedelici alterati che l’artista non nasconde nei propri versi. C’è vulnerabilità, ma anche critica (da quella di André 3000 sull’autenticità della scrittura rap a quella anti-capitalista di Nikes), c’è il continuo rapportarsi con gli amori che finiscono e con la difficoltà di sentirsi completamente se stessi in un mondo che fatica a dialogare con l’omosessualità, in particolare quando fa riferimento a persone afro-discendenti.
Nonostante queste importanti complessità, Blonde è un disco che si ascolta con immensa facilità. Ed è questo a renderlo, senza dubbio, un capolavoro dei nostri tempi. Anche momenti possibilmente respingenti, come l’apertura con la voce pitchata in alto di Nikes, o le lunghe durate di brani come Futura Free, Seigfreid, Nights, scivolano senza pesare. Sarà l’incantesimo della produzione sottrativa, la capacità di Ocean di raccontarci qualcosa di serio in un mondo che ha smesso di parlare, ma Blonde è un disco che funziona da subito, e per sempre. Ci si perde con gioia negli arrangiamenti degli archi di Pink + White quanto nel minimalismo nudo di Good Guy, nella struttura imprevedibile di White Ferrari quanto nei vari skit che creano una narrazione interna all’album e che si realizzano nella conclusiva Futura Free, brano cardine dell’intero lavoro, che vede la partecipazione del fratello di Ocean, scomparso tristemente qualche anno più avanti in giovanissima età, lasciando una ferita incolmabile nel cuore di Frank.
In questi 10 anni ben poco è accaduto nella carriera musicale di Frank Ocean, giusto qualche singolo (alcuni bellissimi, vedi In My Room e Chanel) e un’apparizione controversa al Coachella che ha definitivamente spento le ambizioni musicali dell’artista, che oggi pare essersi rifugiato nell’anonimato del suo amato e citato Giappone. Un allontanamento dai riflettori che ha sicuramente aiutato a crearne il mito, ma che diventerà un lasso di tempo probabilmente impossibile da colmare (come successo per i suoi miti come Lauryn Hill e André 3000). In questi 10 anni però nessun artista è riuscito, nemmeno lontanamente, ad avvicinarsi alle vette di Blonde che, nonostante tutti i tentativi di emulazione e i suoi infiniti figli e figliastri derivati, resta il capolavoro di un artista atipico, un essere umano in cui genio e sensibilità hanno lottato fino a riappacificarsi nel suono più amato e ambito, quello del silenzio.
