’Ndrangheta in Lombardia, la cena di Inveruno e l’ambasciata dei Mazzei. Cerbo: «Se fanno qualcosa di grosso gli chiediamo il conto»
Pubblicato il: 30/08/2026 – 7:00
di Giorgio Curcio
MILANO Una cena per fare il punto. Ma anche per mostrare rapporti, pesi criminali, nuove alleanze e affari da portare avanti dopo la scomparsa di Gaetano “Tano” Cantarella. Nel processo ordinario “Hydra”, in corso a Milano, il collaboratore William Alfonso Cerbo ricostruisce davanti al tribunale il summit del 3 giugno 2020 al ristorante Sardinia di Inveruno, uno degli snodi centrali del presunto sistema mafioso lombardo. È il pubblico ministero a chiedere a Cerbo di «riannodare i fili» e di spiegare quali fossero, secondo il suo racconto, gli scopi di quella cena. La risposta del collaboratore parte da Giancarlo Vestiti e dal rapporto con Vincenzo Senese. Dopo la scomparsa di Cantarella, dice Cerbo, il gruppo che ruotava attorno a Tano sarebbe stato progressivamente assorbito da Vestiti, che avrebbe preso «più in mano la situazione» avvicinandosi a Giuseppe Castiglia e Gioacchino Amico.
«Doveva avere il consenso»
Il punto, secondo Cerbo, era uno: Castiglia e Amico erano stati vicini a Cantarella e, attraverso di lui, alla famiglia Mazzei di Catania. Per questo, nel linguaggio e negli equilibri mafiosi descritti in aula dal collaboratore, non avrebbero potuto semplicemente spostarsi su altri affari e altri riferimenti senza un passaggio di autorizzazione. «Negli ambienti mafiosi», spiega Cerbo, se si è vicini a una famiglia e poi si comincia a fare affari con altri, «deve avere un attimino anche il consenso degli altri». Secondo il dichiarante, sarebbe stato questo uno dei motivi principali della cena: chiarire che Castiglia e Amico potevano continuare a muoversi con Vestiti. Vestiti, racconta ancora Cerbo, avrebbe voluto che a quell’incontro salissero direttamente Cristian Marletta e Matteo Mazzei. Alla fine, invece, sarebbe stato mandato lui. «All’epoca mandò me come ambasciatore», dice il collaboratore in aula, spiegando di avere portato il messaggio attribuito a Marletta e Mazzei: Castiglia e Amico «potevano tranquillamente proseguire» e, se fosse stato realizzato qualcosa di grosso, sarebbe stato gradito «un pensiero» per la famiglia Mazzei.
L’ambasciata da Catania
Nel racconto di Cerbo, dunque, la cena di Inveruno diventa il momento in cui Catania manda il proprio messaggio al gruppo lombardo. I Mazzei, secondo il collaboratore, non volevano esporsi direttamente, ma intendevano conservare un ruolo di garanzia, controllo e attesa. Il senso dell’ambasciata era duplice. Da una parte, il via libera: Castiglia e Amico potevano continuare a operare con Vestiti. Dall’altra, la possibilità che, davanti ad affari rilevanti, arrivasse un riconoscimento economico verso la “casa madre” catanese. Cerbo usa una parola precisa: «fiore». Nel suo racconto, il “fiore” sarebbe stato una sorta di tantum, una regalia da far arrivare ai Mazzei senza troppe spiegazioni. «Il fiore era sempre benvenuto», dice il collaboratore. E aggiunge che Cristian Marletta avrebbe scelto una linea di prudenza: stare dietro le quinte, non comparire, evitare di farsi vedere con il gruppo lombardo.
«Stiamo al balcone»
La formula che Cerbo attribuisce a Marletta è una delle più forti dell’esame: «Stiamo al balcone». Un’espressione che, nel racconto del collaboratore, significava attendere gli sviluppi senza esporsi troppo. Il motivo era anche investigativo. Secondo Cerbo, Marletta era convinto che il gruppo fosse monitorato e che, dopo la scomparsa di Cantarella, gli arresti sarebbero potuti arrivare a breve. Per questo avrebbe raccomandato di restare defilati. Ma il fatto di stare defilati non voleva dire disinteressarsi agli affari. «Se poi sono rose che fioriranno», racconta Cerbo traducendo poi il senso della frase, «gli chiediamo il conto». Per il collaboratore, il ragionamento era chiaro: i Mazzei non si sarebbero “sporcati” per somme modeste. «Non ci sporchiamo per 30, 40mila euro», è il senso che Cerbo attribuisce a quella linea. Ma se il gruppo avesse prodotto guadagni importanti, allora Catania avrebbe potuto chiedere la propria parte.
Vestiti davanti a Senese
La cena, secondo Cerbo, serviva anche a un altro obiettivo: fare bella figura davanti a Vincenzo Senese. Vestiti, nel racconto del collaboratore, avrebbe voluto mostrargli la nuova coalizione, la capacità di tenere insieme figure diverse e la possibilità di produrre affari a Milano. «Doveva farsi vedere a tutti i costi da Vincenzo Senese», dice Cerbo. In quell’occasione, aggiunge, si sarebbe parlato anche dell’acquisizione di un autonoleggio riconducibile a un tale Sanfilippo. Per il collaboratore, il messaggio che Vestiti voleva consegnare era quello di un gruppo in grado di muoversi, fare affari e andare avanti nonostante la scomparsa di Cantarella. In questo quadro, la presenza di Senese non sarebbe stata casuale. Nell’ultima udienza, durante i riconoscimenti fotografici, Cerbo torna proprio su Vincenzo Senese e dice di averlo conosciuto personalmente in occasione del summit del 3 giugno al Sardinia. Secondo il collaboratore, Senese sarebbe stato convocato da Vestiti per assistere alla scelta dei Mazzei di restare «al balcone», lasciando che Amico e Castiglia proseguissero con Vestiti in attesa di una eventuale regalia.
Le pressioni della famiglia Cantarella
La cena di Inveruno, sempre secondo Cerbo, aveva anche un secondo scopo: gestire le pressioni della famiglia di Cantarella. Dopo la scomparsa del marito, racconta il collaboratore, la moglie di Tano avrebbe fatto riferimento a Vestiti per il recupero dei soldi del congiunto e avrebbe anche voluto entrare nei nuovi affari. Una richiesta che, secondo Cerbo, non sarebbe stata accolta «in quanto donna». Il collaboratore racconta che Vestiti e Castiglia si lamentavano delle continue pressioni della donna, che nel gruppo veniva chiamata «Manetta». Il soprannome, spiega Cerbo, derivava da quello attribuito a Cantarella, chiamato «il nano» per la bassa statura. Da quella cena, secondo il collaboratore, sarebbe uscito anche un obbligo preciso: il gruppo di Vestiti avrebbe dovuto adempiere nei confronti della famiglia Cantarella. In altre parole, chiudere il debito, saldare ciò che spettava ai familiari dell’uomo scomparso e regolare i rapporti con Catania.
La “testa dell’acqua” lombarda
Il racconto di Cerbo offre anche una chiave per comprendere il cambio di equilibrio successivo alla scomparsa di Cantarella. Alla domanda su chi avesse preso il ruolo di Tano sul territorio lombardo, il collaboratore indica Vestiti. Ma aggiunge una distinzione: sul piano del rapporto con i Mazzei, il referente sarebbe stato lui stesso. «Ruolo sul territorio lo prende Vestiti, Giancarlo», dice Cerbo. Poi precisa: «Ma a livello di famiglia Mazzei sono io». Il collaboratore spiega così la funzione di collegamento con Catania, parlando della “testa dell’acqua”, cioè del clan madre. Secondo questa ricostruzione, il gruppo lombardo avrebbe continuato a comunicare con la famiglia Mazzei attraverso Cerbo. Vestiti avrebbe avuto il ruolo operativo sul territorio, mentre Cerbo avrebbe mantenuto il canale con la “casa madre” catanese. ([email protected])
Il Corriere della Calabria è anche su WhatsApp. Basta cliccare qui per iscriverti al canale ed essere sempre aggiornato