Naza, il documentario che ha scosso Venezia: dentro il sistema con cui Israele calcola quanti civili uccidere a Gaza con l'AI
Li chiamano «Naza», cinico eufemismo per indicare i «danni collaterali» dei bombardamenti dell'esercito israeliano su Gaza. Dietro quell'acronimo militare e burocratico si nascondono però esseri umani, le migliaia di civili uccisi dall'indomani del 7 ottobre a oggi, si stimano 73mila persone. Alla fine della proiezione stampa di Naza, sulla Sala Grande della Mostra del cinema di Venezia è calato un silenzio insolito. Una reazione di shock di fronte alle immagini del documentario degli israeliani Yuval Abraham e Rachel Szorè e prodotto dal Guardian, che hanno raccolto le testimonianze di una 24 persone tra ufficiali dell'esercito israeliano ed esperti d'intelligence che documentano il sistema di uccisione di massa dei palestinesi attraverso un sofisticato sistema di mappatura e sorveglianza capillare sviluppato dall'AI.
Il film è nel concorso ufficiale di Venezia 83, lo stesso che un anno fa accolse La voce di Hind Rajab di Kaouther Ben Hania con 23 minuti di applausi in piedi e il Leone d'Argento. Là si ascoltava la voce vera di una bambina di cinque anni che chiamava la Mezzaluna Rossa mentre le sparavano addosso. Qui si ascolta chi quelle telefonate le intercettava. In Italia uscirà con I Wonder, come l'anno scorso il film di Ben Hania. Abraham e Szor sono la metà israeliana dei quattro registi di No Other Land, l'Oscar 2025 con Basel Adra e Hamdan Ballal. Stavolta hanno lavorato da soli, perché era l'unico modo in cui questo film poteva esistere.
Le interviste sono state girate nell'arco di tre anni, di notte, sui tetti di Tel Aviv. I testimoni compaiono di profilo, con il volto oscurato e la voce alterata dall'AI. Qualcuno prende un blocco e disegna, per far capire come si esegue un ordine. Intanto la città sotto continua a vivere, e dalle finestre si vedono persone che guardano la tv, cucinano, spengono la luce. Gaza è a 60 chilometri. Da uffici come quelli, alcuni di loro guidavano i droni.
«Naza» è un'unità di misura. Prima di un raid l'intelligence stabilisce quante vite civili può spendere. Una ventina per un bersaglio di basso rango, fino a dieci volte tanto per uno importante. Un palazzo può valerne cinquanta. Dire «200 naza» invece di «200 civili uccisi» riduce la disumanizzazione a quattro lettere. Un software chiamato Lavender incrocia i dati dei telefoni e produce liste di migliaia di nomi, con un margine d'errore messo in preventivo. Un altro programma, «Where's Daddy?», «Dov'è papà?», ascolta il telefono di un bambino per sapere quando il padre rientra e colpisce allora, di notte, nel letto. Un dirigente di Hamas può costare una famiglia con sei figli. Chi dovrebbe convalidare il bersaglio ci mette pochi secondi. Eppure sentono tutto, prima e dopo l'esplosione. «Ti senti Dio, perché ascolti ogni cosa che dicono», racconta uno. Un altro, a proposito di una dodicenne: «Le entri nel telefono, e poi la uccidi».
Non hanno tutti la stessa voce. C'è chi parla del proprio lavoro con orgoglio e racconta che nessuno, tra loro, aveva bisogno di uno psicologo, perché credevano in quello che facevano. Sono soldati cresciuti con i videogiochi, dove più uccidi più punti fai, e un colpo andato a segno lo descrivono ancora come una cosa divertente. C'è chi si ripara dietro il ruolo: «Il mio compito è tecnico», «Bisogna fidarsi del sistema». E c'è chi si è pentito, fino ad ammettere di aver preso parte a un genocidio. Uno si fa una domanda e la lascia sospesa: «Penso che i nazisti siano il male. E allora io cosa sono?».
Il film lascia che le parole dei testimoni parlino da sole, non commenta. Abraham e Szor lo fanno a Venezia, e non girano intorno al paragone. «I riferimenti alla Shoah sono emersi in più di un ufficiale. Primo Levi ha parlato della disumanizzazione, di un essere umano che diventa non umano. Ci sono molte differenze tra l'Olocausto e quello che succede a Gaza, ma gli schemi di disumanizzazione sono simili, e sono alla base di un'uccisione di massa che si concentra sulle case delle famiglie. Quando diciamo “mai più” dovremmo saperli riconoscere anche nel presente». Per loro, ebrei israeliani con sopravvissuti in famiglia, è la memoria stessa a essere stata piegata per giustificare Gaza, invece che per difendere un valore universale. Un film così poteva farlo solo un israeliano, sostiene Abraham. «Se dei colleghi palestinesi avessero provato a contattare l'intelligence, sarebbero stati arrestati o uccisi, come è accaduto a duecento giornalisti a Gaza. Noi abbiamo una posizione di privilegio, e la usiamo contro un sistema che riteniamo ingiusto».
Sorpresi che qualcuno accettasse di parlare? «A volte sì. Ma nel giornalismo d'inchiesta spesso basta fare la domanda. Abbiamo chiesto a questi ufficiali di spiegarci come funzionava il sistema, e da lì sono arrivate molte risposte». I media israeliani, dice, per due anni hanno ignorato o negato quello che accadeva ai civili di Gaza, e in quel vuoto si è aperto uno spazio. Szor dice: «Anche noi viviamo in una società in cui nessuno ne parla. Vogliamo fare pressione sul nostro governo». Può essere il Watergate di Netanyahu? «Non credo proprio. Il muro della negazione, in Israele, è molto spesso. La strage dei palestinesi non è nemmeno sul tavolo delle prossime elezioni».