Nato, il Pentagono taglia le truppe per la Nato: parte il piano di Trump. E Putin prepara l'escalation militare

Non erano solo sparate di Trump, di quelle che si è fatto sfuggire quasi ogni giorno sui social poco dopo il risveglio o durante gli incontri con presidenti e ministri nello sfarzo dello Studio Ovale. Il primo passo di quel piano per «rimodulare» l’impegno americano nella Nato si fa già oggi. Né a Washington né a Bruxelles usano mai la parola “ritiro”, ma il concetto più o meno è quello. Gli Stati Uniti hanno un progetto da perseguire in poco tempo: gli europei devono impegnarsi di più nella difesa del vecchio continente, mentre il Pentagono deve occuparsi più intensamente di altri quadranti del pianeta. E oggi si fa un passo in avanti: dagli annunci alla trattativa concreta. E i vertici della Nato confermano tutto: «Gli Stati Uniti – fa sapere un alto funzionario dell’Alleanza – stanno consultando gli alleati nell’ambito della revisione della loro postura militare». La solita formula diplomatica che stavolta nasconde una delle domande più delicate per l’Alleanza: quanta America resterà in Europa?

LA STRATEGIA

A dare una prima risposta, certo non definitiva, di fronte agli ambasciatori dei 32 Paesi della Nato oggi sarà Elbridge Colby, sottosegretario americano alla Difesa per la politica. Non è un incontro di routine. Colby segue il ruolo di marcia del “Force Posture Review”, la strategia che contiene proprio revisione della presenza militare americana annunciata da Pete Hegseth il 18 giugno e formalmente avviata a luglio. Sei mesi di lavoro per rimettere mano a uomini, basi, armi, capacità e dislocamento delle forze americane in Europa. Per ora non c’è un piano di ritiro americano. Non c’è un elenco di basi da chiudere e non c’è un numero ufficiale di soldati destinati a tornare negli Stati Uniti. Ma il punto politico della revisione è già evidente: Washington vuole capire quanto dell’Europa possa essere difeso dagli europei. Hegseth lo aveva detto chiaramente: la revisione dovrà portare la Nato «rapidly and irreversibly» verso un’Europa che assuma «primary responsibility for the defense of Europe». Rapidamente e irreversibilmente, dunque, verso l’Europa responsabile in prima persona della propria difesa. Non è soltanto una richiesta di spendere di più. È la richiesta di trasformare i soldi in soldati, munizioni, carri armati, aerei, navi, droni, sistemi di difesa aerea e capacità logistiche. È soprattutto la richiesta di ridurre la dipendenza dalle capacità americane. Hegseth è stato ancora più diretto in un’altra frase: «L’America non può difendere l’Europa né pagarne il conto più degli europei». È la linea che Donald Trump porta avanti da anni: gli alleati devono assumersi una quota maggiore della responsabilità militare perché gli Stati Uniti hanno davanti un mondo nel quale le loro priorità non coincidono più soltanto con quelle europee.

L’EMERGENZA

Mentre a Bruxelles gli americani chiedono agli europei di prepararsi a fare di più, là fuori c’è una guerra che rischia di allargarsi. Un fronte ancora infuocato al confine con l’Ucraina e un’escalation come scenario sempre più verosimile. La minaccia porta la firma sempre dello stesso Vladimir Putin che proprio in queste settimane sta studiando come appesantire il carico nei confronti dell’Ucraina. E gli 007 inglesi e americani, sempre molto puntuali nel prevedere le mosse del Cremlino, preannunciano che il maxi attacco prevede non solo l’impiego di potenti missili balistici convenzionali contro Kiev ma che non esclude l’utilizzo di armi nucleari tattiche. Il Force Posture Review Usa rispetto alla Nato può essere un problema. Tradotto: mentre la minaccia militare sul fianco orientale appare concreta, gli Stati Uniti stanno chiedendo agli europei di assumersi una parte sempre maggiore della difesa convenzionale del continente. E il timore ovviamente cresce chiaramente rispetto alla disponibilità di armi nucleari, se non altro perché quelle schierate a difesa dell’Europa sono quasi tutte americane, piazzate tra Germania e Italia. Il problema non è soltanto proteggere il territorio Nato. La guerra in Ucraina sta mostrando ogni giorno quanto sia difficile difendere una città da una combinazione di droni e missili, soprattutto quelli balistici. Kiev continua a chiedere intercettori Patriot e sistemi di difesa aerea mentre le scorte occidentali non sono infinite. È proprio qui che il discorso americano diventa più complicato: se gli europei devono assumere la responsabilità principale della difesa dell’Europa, devono anche possedere le armi e le capacità necessarie per farlo. Le scorte al momento non sembrano essere al massimo delle loro capacità, di certo non all’altezza della situazione. E per questo la stessa Nato ha avviato un censimento: per capire quante e quali forniture si possano garantire nell’immediato a Kiev e per valutare quanto i cittadini europei possano dormire sonni tranquilli.

IL FUTURO

Oggi, però, la presenza americana nel continente resta enorme. Caccia, tanker, trasporti, intelligence e una rete logistica capace di spostare rapidamente uomini e mezzi. La Sesta Flotta a Napoli, i cacciatorpediniere Aegis a Rota e i sistemi antimissile Aegis Ashore in Romania e Polonia. E poi la componente nucleare americana, con le bombe B61 custodite nelle basi europee. Un apparato militare costruito in decenni, difficile da sostituire perché non è fatto solo di armi, ma di basi, uomini, comando, intelligence e logistica integrati in un unico sistema. La domanda del Force Posture Review, quindi, non è soltanto quanti americani resteranno in Europa. Colby infatti non arriva a Bruxelles per presentare semplicemente un piano già scritto. Gli americani stanno ascoltando gli alleati. Vogliono sapere che cosa possono fare gli europei e quanto rapidamente possono farlo. Il nodo è proprio il tempo a disposizione e in parte dipende dal Cremlino.

© RIPRODUZIONE RISERVATA