Morte avvelenate, esclusa ingestione accidentale ricina: nel sangue era 140 volte la dose minima letale
Giallo di Pietracatella, perde consistenza l’ipotesi di ingestione accidentale della ricina da parte di Antonella e sua figlia Sara. Infatti fonti vicine alle indagini sottolineano come i riscontri delle autopsie evidenzino quantità di veleno, trovate nei reperti biologici, pari a 140 volte la dose minima letale.
I risultati delle indagini e le testimonianze raccolte finora rafforzerebbero la pista dell’omicidio, la quantità del veleno assunto farebbe escludere un’ingestione accidentale.
L'inchiesta su madre e figlia morte avvelenate
A fine settembre c'era stato un nuovo colpo di scena nell'inchiesta sul giallo. Prima con le perquisizioni negli studi di Gianni Di Vita poi con i tre ingressi del marito e padre delle due donne morte avvelenate, a distanza ravvicinata, in Questura per conferire con gli investigatori e consegnare loro una chiavetta usb e due computer.
Di prima mattina gli agenti della Squadra Mobile e dello Sco erano entrati nella sua attuale abitazione in paese e poi in quello che è il suo studio a Pietracatella in via Risorgimento, in uno stabile proprio di fronte alla casa della famiglia Di Vita, ma che, contrariamente all'abitazione, non è sotto sequestro.
Era stato dunque lo stesso Di Vita ad aprire la porta agli agenti per la perquisizione. Qui tutto è durato pochi minuti.
La tappa successiva è stata lo studio del commercialista nel capoluogo, che si trova in via D'Amato. In questo ufficio Di Vita lavorava insieme alla moglie Antonella, uccisa dalla ricina insieme con la figlia Sara, e continua a lavorarci ancora oggi. Nello studio del capoluogo le operazioni sono state più lunghe. I poliziotti sono rimasti all'interno un'ora e mezza e quando sono usciti hanno portato con loro anche lo stesso Di Vita.
Il marito e padre non è indagato
Scuro in volto, scortato dagli agenti, è tornato a bordo dell'auto per essere portato in questura. «Non è indagato», ribadiscono gli investigatori. Il passaggio negli uffici di via Tiberio è una tappa obbligata perché Di Vita perché deve firmare il verbale delle operazioni appena terminate. Resta per poco più di un'ora e esce intorno a mezzogiorno ancora una volta a bordo di un'auto della questura. Poi poco dopo, a sorpresa, ritorna spontaneamente per consegnare un dispositivo elettronico, una memoria esterna per computer. All'uscita i giornalisti lo incalzano, lui si limita a dire «sono serenissimo». Infine l'ultimo colpo di scena.
Di sera, poco dopo le 18, l'ex sindaco torna ancora negli uffici della polizia per pochi minuti. Stavolta porta con lui due computer che vengono consegnati agli investigatori per effettuare delle copie di tutto quanto c'è all'interno. Uscendo nuovo assalto dei cronisti e anche stavolta dice che non ha nulla da dichiarare.
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