Milano, le chat dei sei vigili indagati per arresti illegali: «Abbiamo rovinato la vita a un sedicenne, non aveva fatto un c***o»

La Procura di Milano ha chiesto la custodia cautelare in carcere per sei agenti della Polizia Locale nell’inchiesta su una serie di arresti ritenuti illegali. Per l’accusa sono concreti i rischi di inquinamento probatorio e di reiterazione dei reati. Cinque degli indagati sono già agli arresti domiciliari: Mattia Rignanese, Denni Dileo, Vincenzo Compagnone, Ilenja Sabato e Rosario Piscopo. Per loro il pubblico ministero Giovanni Tarzia ha chiesto l’aggravamento della misura; la richiesta di carcere riguarda anche un sesto agente, interrogato questa mattina dal giudice.

Le indagini, condotte dalla stessa Polizia Locale, hanno portato a ricostruire complessivamente otto casi di arresti ritenuti illegali e a contestare, a vario titolo, 33 imputazioni, tra cui falso, peculato e calunnia. Gli indagati sono in tutto quindici. I cinque agenti ora ai domiciliari erano stati incarcerati ad agosto e poi trasferiti per decisione del Riesame. Tra loro c’è la commissaria Sabato, l’ufficiale ritenuta a capo del gruppo.

Le chat sugli arresti e il caso del sedicenne

Nelle carte dell’inchiesta compaiono i messaggi scambiati dagli agenti in una chat WhatsApp denominata «Siamo stupefacenti». A proposito di uno degli arresti oggetto degli accertamenti, uno degli indagati scrive: «Lo fermiamo e lo mettiamo subito in macchina, così nessuno vede». Un agente definisce inoltre uno degli arresti come eseguito «con modalità strane».

Un altro scambio riguarda la stesura di un verbale relativo a un arresto al quale Sabato non aveva assistito. La commissaria scrive: «Modificatelo se c’è bisogno perché non essendo lì posso aver scritto ca***te».

Tra gli episodi esaminati c’è il fermo di un sedicenne avvenuto lo scorso gennaio. In quell’occasione una collega, non coinvolta nell’inchiesta, stava svolgendo un servizio straordinario con il gruppo. In una conversazione con uno degli agenti indagati, la donna contesta l’intervento e avanza il dubbio che la droga non appartenesse al giovane: «Sono questi gli arresti che volete fare? Prendere dei 16enni in bici», scrive. E, riferendosi al ragazzo, aggiunge: «Non ha fatto un caz.. (...) gli abbiamo rovinato la vita».

Secondo la ricostruzione, la collega si sarebbe opposta al modo di operare del gruppo. In un altro passaggio della conversazione, l’agente con cui sta scambiando i messaggi le risponde: «Tu non devi raccontare le cose del nucleo in giro».

La richiesta cautelare affronta anche il tema delle ambizioni professionali. In un’intercettazione, Compagnone riferisce che Sabato avrebbe detto di voler ottenere una posizione organizzativa dopo aver fatto «duecento arresti».

La difesa: risultati e «modalità bislacche»

La linea difensiva dei sei agenti per i quali è stato chiesto il carcere è simile. Ieri l’avvocato Roberto Grittini ha parlato delle parziali ammissioni del proprio assistito, un agente di 55 anni, rese nel corso di un interrogatorio preventivo durato tre ore davanti al giudice per le indagini preliminari Elio Sparacino. Secondo il legale, l’indagato ha «riconosciuto le sue sbavature e gli errori», ma «dire che abbia ammesso illeciti è troppo forte».

Grittini ha spiegato così il modo di operare contestato agli agenti: «Era un modo per ottenere risultati che anche la catena gerarchica alimentava e comunque venivano assicurati alla giustizia dei pusher che dovevano essere arrestati. Anche se certamente venivano usate modalità bislacche». Il difensore ha sostenuto inoltre che gli agenti «assicuravano alla giustizia dei pusher, dando però delle interpretazioni un po’ diverse delle regole».

Quanto al tema delle ambizioni professionali, il legale ha precisato: «Il mio assistito non aveva assolutamente ambizioni di carriera». Grittini ha riferito che agli agenti vengono contestati lo svolgimento di operazioni sotto mentite spoglie e la mancata indicazione del nome dell’informatore nei verbali di arresto. Su quest’ultimo punto ha dichiarato: «Spesso negli arresti si usano gli informatori e si vuole evitare per loro una punizione».

Per la difesa del cinquantacinquenne, non sussistono esigenze cautelari che giustifichino la custodia in carcere, perché l’agente ora «non lavora più in strada, non fa più arresti né perquisizioni». Il legale ha sottolineato la disponibilità mostrata durante l’interrogatorio: «Ha dato la sua massima disponibilità oggi e spero che venga apprezzato il suo atteggiamento».

Grittini ha poi espresso preoccupazione per la posizione dell’accusa: «Spero che il pm riveda la sua richiesta, ma non ho questo input, anzi, e ciò mi preoccupa». E ha aggiunto: «Vorrei, però, capire il fine di questa indagine e pare non esserci da parte della Procura alcun tipo di cambio di atteggiamento sulla richiesta di carcere».

Le valutazioni del Riesame e i prossimi interrogatori

A settembre il Riesame aveva spiegato che le dichiarazioni degli agenti arrestati erano lontane «dal potersi considerare esaustive». Le aveva definite «ammissive dei fatti già acclarati (o verificabili agevolmente, alla luce, ad esempio, dei messaggi sui dispositivi elettronici)», ma anche «decisamente ambigue su profili significativi».

Per oggi sono previsti gli interrogatori davanti al giudice di altri due agenti indagati. Il 13 ottobre toccherà agli altri tre, tra i quali Sabato. Il gip deciderà sulle richieste di custodia cautelare dopo lo svolgimento di tutti gli interrogatori.

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