Microplastiche nell'organismo: quali sono i rischi reali per la salute
La sfida lanciata dall’Amministrazione Usa per tutelare la salute degli americani ha obiettivi realistici, replicabili a livello globale. Se il programma di ricerca statunitense raggiungesse i risultati prefissati, la comunità scientifica potrebbe disseminarli con benefici nel mondo

Indice dei contenuti
- I rischi delle microplastiche per la salute umana
- Le sorgenti di assimilazione e la mappa degli organi coinvolti
- La correlazione fra microplastiche nell’organismo e patologie: una sfida aperta
- Studi epidemiologici ed esperimenti in vitro: strade alternative
- L’impatto delle microplastiche sulla “One Health”
- Il piano dell’Amministrazione americana? Realistico
- Rimuovere le microplastiche dall’organismo
- Europa più severa degli USA sui contaminanti chimici dell’acqua
I rischi delle microplastiche per la salute umana
La notizia è stata pubblicata su Science: qualche settimana fa l’amministrazione del Presidente Trump ha annunciato un nuovo programma di ricerca sulle microplastiche per tutelare la salute pubblica dalle sostanze tossiche. Lo scenario possibile punta a regolamentare le microplastiche e i farmaci contenuti nell’acqua potabile. Il programma prevede un investimento di 144 milioni di dollari a carico dell’Agenzia per i progetti di Ricerca Avanzata (ARPA) del Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani (HHS) in 5 anni da spendere per finanziare la ricerca, con due step ipotizzati: 1) in una prima fase sviluppare test clinici utili a intercettare e misurare la quantità di microplastiche presenti nell’organismo umano; 2) una seconda fase vedrebbe i ricercatori impegnati a studiare i metodi per la rimozione delle microplastiche dai tessuti umani.
Abbiamo chiesto ad Antonio Facchiano, professore di Biologia Molecolare all’Università Link di Roma e ricercatore oncologo dell’IDI – Istituto Dermopatico Italiano – di Roma di guidarci a comprendere le modalità e l’efficacia di un piano ambizioso come quello presentato dall’Amministrazione del Presidente Donald Trump. Antonio Facchiano da anni è impegnato, fra le varie attività di indagine scientifica, anche a studiare i possibili effetti avversi delle microplastiche nell’organismo umano, un tema che ha scandagliato anche nel suo ultimo romanzo.
L’amministrazione del Presidente degli USA, Donald Trump, verosimilmente in vista delle prossime elezioni di Mid-Term, prova ad accontentare i sostenitori del “Make America Healthy Again” che, come riporta Science, lamentano l’assenza di qualsiasi intervento di tutela sulla salute pubblica. Ha quindi promosso un ambizioso programma di ricerca che ha al centro le microplastiche nell’organismo umano. Quali sono i rischi reali delle microplastiche per la salute umana?
I rischi per l’organismo umano sono diversi e sono correlati alle diverse forme di contaminanti che possono essere presenti nelle microplastiche. L’effetto tossico non è necessariamente associato alla plastica, ma piuttosto agli additivi che vengono aggiunti alle componenti plastiche per conferire alla plastica caratteristiche di morbidezza o resistenza meccanica e agli agenti esterni. Le plastiche morbide hanno alcune applicazioni che non hanno le plastiche dure. Un esempio riguarda i giochi per bambini, nei quali, fino a qualche anno fa, erano presenti ftalati per rendere morbido il PVC, oggi vietati in base alla Direttiva 2005/84/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 14 dicembre 2005, che ha vietato l’impiego di sei ftalati nei giocattoli e negli articoli per bambini.
A seconda del tipo di applicazione, nella plastica si trovano additivi diversi. Per esempio, i cosiddetti PFAS sono aggiunti per rendere impermeabile la plastica. Questi ultimi contaminano poi l’intero ambiente ad esempio finendo nelle falde acquifere in diverse zone del Nord Italia. Gli effetti sulla salute sono diversi. In generale si parla di effetti associati all’azione di interferenza endocrina.
Può spiegare?
Molti di questi elementi esercitano un’attività di interferenza endocrina. Significa che interferiscono con l’attività di alcuni ormoni, o perché sono simili strutturalmente o perché sono in grado, in qualche modo, di interagire con gli stessi recettori. Quello che si ottiene è la possibilità di un effetto di potenziamento o di riduzione soprattutto a carico delle attività ormonali sessuali. Diversi studi pubblicati negli scorsi anni riportano una correlazione tra la presenza ambientale di interferenti endocrini e la progressiva femminilizzazione dei pesci maschi, fenomeno che ne riduce progressivamente la capacità di riprodursi.
Le sorgenti di assimilazione e la mappa degli organi coinvolti
Se nell’organismo umano le microplastiche entrano attraverso il cibo e l’acqua, quali sono le altre porte di ingresso?
Ci possono essere anche fonti di inquinamento per via aerea da microplastiche, associate per esempio all’usura degli pneumatici, o nella polvere domestica, oppure è riportata la possibile inalazione degli additivi, per esempio degli ftalati usati come solventi di profumi o la esposizione ad altri additivi presenti in prodotti cosmetici, usati come plastificanti nei prodotti per le unghie, o come fissativo negli spray per capelli.
Gli studi scientifici hanno confermato che le microplastiche entrano nell’organismo umano. E’ possibile fare una mappa degli organi in cui sono state rinvenute microplastiche? Ci sono organi più colpiti di altri? E quali sono le conseguenze?
Prima di tutto precisiamo che cosa si intende per microplastica. Microplastica è una particella che ha la grandezza inferiore a 1-5 millimetri, generalmente come un granello di polvere, nanoplastica ha una grandezza più piccola. La capacità di filtro da parte delle cellule dipende dalla grandezza di queste particelle, quindi maggiore è la grandezza della plastica, minore è la sua capacità di entrare nelle cellule. Viceversa, più sono piccole queste particelle, più sono in grado di entrare e accumularsi nelle cellule. In realtà sono state trovate microplastiche in tutti gli organi in cui sono state cercate: ad esempio, nella placenta, nel fegato, nel cervello, nel sangue.
Uno studio pubblicato su Scientific Reports del gruppo Nature ha rilevato una media di 4,2 frammenti di plastica per millilitro di sangue nell’88,9% dei campioni analizzati. Le microplastiche sono state trovate anche nelle feci, e anche se sembra paradossale, in realtà questa è una buona notizia, perché vuol dire che siamo in grado anche di espellerle. Bisogna tuttavia capire in quale percentuale, o quantità, riusciamo ad espellerle, probabilmente non al 100%, per cui una certa quota di queste particelle si accumula. Il problema delle microplastiche per noi umani deriva dal fatto che non abbiamo gli enzimi in grado di degradare queste particelle, a differenza di alcuni batteri che, viceversa, hanno o stanno sviluppando la capacità di metabolizzare le plastiche (DOI: 10.1126/science.aad6359). Dunque, se le plastiche si accumulano nelle cellule e nell’organismo umano, possono poi rilasciare col tempo gli additivi e gli interferenti endocrini detti sopra, esercitando la loro attività tossica.
La correlazione fra microplastiche nell’organismo e patologie: una sfida aperta
Ci sono degli effetti della tossicità delle microplastiche sulla salute che possono essere evidenziati anche sulla pelle, che è l’organo più esposto agli inquinanti ambientali, e il più esteso dell’uomo? I coloranti dei tatuaggi possono contenere microplastiche?
Negli inchiostri per tatuaggi sono presenti pigmenti, solventi, additivi e contaminanti come amine aromatiche e metalli pesanti. Non sono microplastiche, ma componenti come il cadmio, il mercurio e altre sostanze possono agire come interferenti endocrini. Quanto alla domanda se ci siano effetti tossici delle microplastiche sulla salute, i dati non sono ancora conclusivi. È stato dimostrato però che le plastiche possono avere effetto tossico sulle cellule; è anche certo che le plastiche possono entrare nel nostro organismo e accumularsi.
Le prove che questo possa portare a patologie specifiche non sono ancora conclusive, anche se uno studio recentissimo mostra un forte aumento del rischio di malattie cardiovascolari in persone che presentano microplastiche nelle placche carotidee (vedi Microplastiche: un fattore di rischio cardiaco modificabile, pubblicato su Cardiology in Review , 13 gennaio 2026 e altri studi, quali “Microplastics and human health: unveiling the gut microbiome disruption and chronic disease risks pubblicato a Novembre 2024 su Front Cell Infect Microbiol. 2024 Nov 25; doi: 10.3389/fcimb.2024.1492759. PMID: 39669275), evidenziano le correlazioni con alterazioni della flora intestinale, malattie croniche del fegato, e dei reni. Per quanto riguarda la pelle, sono stati dimostrati effetti su cellule cutanee, nelle quali la esposizione a microplastiche è in grado di interferire con crescita e infiammazione.
Quindi la sfida è riuscire a capire, alla luce di queste evidenze, se esiste correlazione fra le microplastiche presenti negli organi e la loro eventuale tossicità per la salute umana. Perché è così difficile? Che cosa si dovrebbe fare, a suo avviso, per raggiungere questo risultato?
In realtà gli studi epidemiologici e osservazionali sull’uomo indicano una forte correlazione (o associazione) tra microplastiche e diverse patologie, ma al momento manca la prova causale diretta. Da un punto di vista scientifico non è così semplice dimostrare una relazione causa-effetto, poiché la esposizione praticamente ubiquitaria rende difficile grandi studi epidemiologici su popolazioni esposte e su popolazioni di controllo non esposte.
Studi epidemiologici ed esperimenti in vitro: strade alternative
All’ipotesi di uno studio epidemiologico ha fatto riferimento anche uno studio scientifico del 2024 che dice chiaramente che la “valutazione degli effetti epidemiologici delle microplastiche richiede la valutazione di endpoint biologici come infiammazione, stress ossidativo, risposte immunitarie e genotossicità, che sono influenzati dalle caratteristiche chimico-fisiche della microplastica e sono spesso dose- dipendenti”. Inoltre nello studio si precisa che “gli effetti delle nano e micro-plastiche su cellule o tessuti sono già stati dimostrati in vitro”, ma che tuttavia le concentrazioni utilizzate in laboratorio “potrebbero non assomigliare sufficientemente alle quantità e ai tipi di particelle cui gli esseri umani sono attualmente esposti”. Quando lei pensa ad uno studio epidemiologico, pensa ad una ricerca di questo tipo, per riuscire a stabilire una relazione, con dati accertati, di causa-effetto?
I dati esistenti sono molti, ma ancora molto eterogenei, poiché le microplastiche sono di tanti tipi diversi, gli additivi potenzialmente tossici di molti tipi diversi, la esposizione può essere per contatto, per inalazione, per assorbimento, e la dose e i tempi di esposizione possono variare moltissimo. Inoltre, ciascuna persona può avere capacità diverse di accumulare o espellere le microplastiche, e ciascuno può avere condizioni concomitanti che possono aggravare o ridurre i rischi. Gli studi scientifici che si focalizzano su questi temi sono complessi perché devono mettere insieme e tenere in conto tutte le possibili variabili, e ormai ci sono molte evidenze del possibile effetto tossico delle microplastiche.
Quello che, viceversa, si può fare più facilmente, sono gli esperimenti in vitro sulle cellule, nei quali si espongono le cellule alla plastica e si misurano le eventuali tossicità. Questi esperimenti hanno mostrato sicuramente profili di tossicità.
Poi però andare a capire se questa tossicità si manifesta veramente nell’organismo vivente prevede una serie di misure e controlli che sono molto costosi e richiedono tempo. Ad esempio, è stata dimostrata la tossicità del polietilene sugli organi riproduttivi dei topi (PMID: 40743723 DOI: 10.1016/j.ecoenv.2025.118756) e la presenza e potenziale tossicità negli organi riproduttivi dell’uomo (DOI: 10.1093/toxsci/kfae060), mentre decine di studi hanno dimostrato la tossicità epatica nei vertebrati (ma non ancora nell’uomo) associata all’inquinamento da microplastiche (PMID: 39405968 DOI: 10.1016/j.ecoenv.2024.117166).
L’impatto delle microplastiche sulla “One Health”
Trovare una strada per limitare i rischi di eventuali danni per la salute appare quindi una sfida ulteriore. Esistono altri problemi sociali riferiti alle microplastiche?
C’è sicuramente il grave problema collegato alla difficoltà di rendere operative le possibili soluzioni. Infatti, non so immaginare la complessità e i costi sociali e industriali che si dovrebbero affrontare per sostituire materiali diffusissimi (come le plastiche o i pesticidi o i fertilizzanti) con altri materiali non-tossici, o tutte le difficoltà pratiche per ridurre i rischi associati a abitudini diffusissime come il fumo di sigaretta, il fumo delle sigarette elettroniche, i tatuaggi, il consumo eccessivo di alcol.
Infine, oltre all’effetto sulla salute dell’uomo c’è il tema dell’impatto di tutti questi materiali sull’ambiente, sulla qualità dell’aria e dell’acqua, e sugli animali, in due parole su quella che viene definita “Salute Unica” (One Health), che riconosce come la salute umana, la salute animale e la salute dell’ambiente siano strettamente collegate e interdipendenti l’una dall’altra.
Il piano dell’Amministrazione americana? Realistico
L’autore dell’articolo di Science, Eric Stoksad, riporta che ogni anno vengono gettati nella spazzatura oltre 400 milioni di tonnellate di plastica, che in gran parte si frammentano in particelle sempre più piccole, che diventano microscopiche e da venti anni sono oggetto di studio dei ricercatori. Anche nell’articolo si fa riferimento sia al fatto che gli esseri viventi sono esposti a queste ultime attraverso l’acqua potabile, il cibo e l’aria, sia che è stato provato il loro ritrovamento negli organi e tessuti umani. E’ un obbiettivo realistico la sfida dell’Amministrazione americana di riuscire a identificare e contare le particelle di plastica su scala nanometrica nei tessuti umani?
A mio avviso sì, dal momento che una delle problematiche è quella di misurare in maniera corretta la plastica nei tessuti e negli organi. Se gli scienziati sviluppano dei test diagnostici facilmente applicabili in tutti gli ospedali e in tutte le strutture sanitarie, questo sicuramente aiuterà a correlare la quantità di microplastiche con la presenza di specifiche malattie. Attualmente nessun laboratorio di analisi ha la tecnica per misurare la quantità di microplastiche, presente ad esempio nel sangue. Le misure sono attività che si fanno nei laboratori di ricerca, ma non in laboratori diagnostici. L’applicazione di tutto quello che stiamo descrivendo è ancora a livello di ricerca, perché mancano i test diagnostici a cui fa riferimento il progetto dell’Amministrazione americana.
Test diagnostici per misurare la presenza di microplastiche nell’organismo umano di questo tipo potrebbero quindi essere molto utili anche per l’Europa?
Assolutamente sì, se si dovessero sviluppare test diagnostici come quelli che si utilizzano ad esempio per misurare la glicemia in una goccia di sangue ottenuta dalla puntura di un dito, ognuno potrebbe conoscere la presenza di microplastiche nel proprio sangue, o nelle feci o nelle urine. Questo servirebbe da un lato a monitorare le quantità, con il vantaggio che a quel punto sarà facile trovare la quantità soglia oltre la quale ci può essere un pericolo per la salute; dall’altro lato, un processo del genere servirebbe ad aumentare la consapevolezza sui rischi delle microplastiche, che è un altro obiettivo dell’iniziativa dell’Amministrazione americana. Se fossero disponibili kit per misurare la quantità di microplastiche presenti nell’organismo, le persone sicuramente sarebbero maggiormente sensibilizzate. Certamente se venissero sviluppati questi test, sarebbero sicuramente disseminati a livello mondiale e arriverebbero anche in Europa.
Rimuovere le microplastiche dall’organismo
Una seconda fase dello studio si concentrerà sullo studio dei metodi per rimuovere queste particelle di dimensioni minuscole dall’organismo. E’ un approccio già sperimentato in altri campi?
Rimuovere sostanze tossiche dal sangue è quello che in generale fa la dialisi. Ed è un approccio già sperimentato anche con l’Alzheimer. L’Alzheimer è determinato dall’accumulo di fibrille costituite da anticorpi e proteine. Queste fibrille precipitano a livello cerebrale e interferiscono con le funzioni cerebrali riducendo le capacità cognitive e la memoria. Quello che si sta cercando di fare è costruire una sorta di filtro, qualcosa che funzioni un po’ come la dialisi, che riesca a ridurre l’accumulo di questi anticorpi e proteine. Lo studio che segue questa strategia si chiama AMBAR e i risultati indicano un rallentamento significativo della progressione della malattia.
Per le microplastiche che entrano nell’organismo l’approccio potrebbe essere simile. Una volta realizzati i test diagnostici per misurarle, il passo successivo è trovare il modo di eliminarle.
Europa più severa degli USA sui contaminanti chimici dell’acqua
L’articolo di Science segnala che l’EPA ha aggiunto le microplastiche e i farmaci alla bozza di elenco di contaminanti chimici nell’acqua potabile pubblica, che conta ad oggi 75 sostanze chimiche e nove microorganismi. Esiste un elenco simile in Europa?
Sì, esiste un elenco normato dal regolamento REACH e gestito dall’Unione Europea. C’è da aggiungere che in Europa esiste il principio di cautela, presente nel Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (TFUE) e non presente nella Costituzione degli Stati Uniti. Questo significa che le regole Europee impongono di adottare misure restrittive o di blocco verso un prodotto o un’attività se esiste il rischio potenziale di un danno, anche in assenza di una piena certezza scientifica. Viceversa, negli Stati Uniti per vietare o limitare qualcosa si deve dimostrare scientificamente e con un alto grado di certezza che quel prodotto provoca un danno concreto. Senza prove certe, prevale la libertà di mercato e di impresa. Avere in tutto il mondo norme simili e severe, aiuterebbe tutti a restare entro i limiti di sicurezza per la difesa della salute di ciascuno.