Miccoli non ci sta: "Altri dovevano essere chiamati a processo"
Sul crollo mortale alla diga di San Bartolo l’ex dirigente regionale, condannato a due anni, pronto all’appello, ritenendo la sentenza ingiusta.

25 ottobre 2018, i pompieri si calano dalla diga crollata per recuperare la vittima

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Claudio Miccoli non ci sta. L’ex dirigente dell’Agenzia regionale per la sicurezza territoriale e la Protezione civile, condannato a due anni per il crollo della chiusa San Bartolo, costato la vita il 25 ottobre 2018 al tecnico della Protezione civile Danilo Zavatta, è pronto a ricorrere in appello con i suoi legali, Lorenzo Valgimigli ed Enrico Ferri. Contesta soprattutto le responsabilità che la perizia disposta dal giudice attribuisce a lui e agli altri funzionari regionali, sostenendo che non tenesse conto della reale distribuzione delle competenze tra gli enti.
Miccoli, lei dice che il problema è nelle competenze. Che cosa non è stato considerato? "La perizia ragiona sul progetto della centrale idroelettrica in senso assoluto, senza considerare le competenze dei diversi enti che partecipavano alla conferenza dei servizi. Io ero l’esperto in risorse idriche e difesa del suolo. Mi sono espresso sul nulla osta idraulico, cioè sul buon regime delle acque. Non avevo competenze strutturali".
A chi spettavano allora quelle competenze? "La chiusa era stata data in concessione dalla Regione al Consorzio di bonifica da 12 anni, insieme alla San Marco e alla Rasponi. Nel disciplinare erano indicate le competenze del Consorzio, compresa la manutenzione della struttura, e infatti i progetti passavano dal Consorzio. Poi c’era il Comune di Ravenna, che aveva chiesto e ottenuto la gestione della parte interessata dall’intervento. Il progetto della ditta era depositato in Comune, non in Regione".
Lei sostiene quindi che anche Comune e Consorzio avrebbero dovuto essere chiamati a rispondere? "Il Consorzio aveva la concessione della chiusa e proprie competenze sulla struttura, mentre il Comune aveva il progetto della centrale. Si trattava inoltre di un’opera importante, vicino alla Ravegnana. Mi chiedo perché non siano stati chiamati a rispondere dei controlli che avrebbero dovuto essere effettuati".
La perizia vi contesta di non avere verificato anche il rischio di sifonamento. "Questo è proprio ciò che contestiamo. Noi abbiamo esaminato un progetto e dato un nulla osta idraulico. Durante il processo tutti i consulenti hanno detto che, ex post, mettendosi nelle condizioni precedenti alla costruzione della centrale, il sifonamento non si sarebbe verificato".
Però si è verificato. "Nessuno, in Regione, poteva immaginare che in fase esecutiva sarebbero state realizzate dalla ditta opere e condizioni diverse. Un ’buco’ sotto l’opera e la paratia di pali distanziati, che vengono indicati dalla Procura solo come concause, non erano nel progetto che avevamo esaminato. È come se un sindaco firmasse una concessione ediliza, la ditta impiega cemento depotenziato e l’edificio crolla: chi indaghi, il sindaco...?".
Poi avrebbe inciso il test fatale del 25 ottobre, che la perizia considera maldestro. "Anche lì bisognava individuare chi aveva le competenze e le responsabilità. Durante la prova di quel tragico 25 ottobre ci fu l’abbassamento repentino delle paratie e quell’operazione fu all’origine del sifonamento fatale. Fu un errore madornale da parte di chi, nel processo, non è stato coinvolto".
Lei ha avuto un’assoluzione nel 2021 e ora è tra gli indagati per le alluvioni. La politica non risponde mai? Perché sotto accusa finiscono solo i tecnici? "C’è uno schermo. Pensare che spostamenti di risorse, finanziamenti e scelte sulle opere siano tutto in capo ai tecnici è assurdo. Prima o poi il livello politico dovrà essere toccato. Vedremo se gli alti dirigenti regionali si assumeranno tutte le responsabilità, ma con la mia esperienza so che certe scelte vengono concordate con l’organo politico".
Lorenzo Priviato
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