Meloni, sondaggi e fondi in Manovra: ecco la road map della premier. E FdI studia le liste elettorali
ROMA Non molla. «Dobbiamo ancora pedalare». Ma è disposta a lasciare al momento giusto, guai a trascinarsi, a remare contro-vento quando il venticello delle urne politiche già soffia forte e chissà che non possa rigonfiare le vele. Giorgia Meloni trascorre il day-after del gran comizio per il record di governo a Bari, rullo di tamburi della campagna elettorale, fra le spiagge e i campi di Policoro, in Basilicata, devastati da una violenta tromba d'aria. Blitz deciso nella notte. Ed ecco la premier di buon mattino passeggiare tra gli stabilimenti balneari devastati per poi attovagliarsi con i dirigenti locali di Fratelli d'Italia in un agriturismo - formaggi, salumi e polpettine dop sul tavolo - per fare il punto sui guai e i crucci della Regione. In sottofondo, un pensiero che si incunea.
La tentazione
Tagliare corto, chiudere la legislatura anzitempo, la prossima primavera. Sfidare la sorte alle urne - la finestra possibile è tra maggio e giugno, magari un election-day con le amministrative - prendere controtempo il generale Vannacci e il campo-largo della ditta Conte-Schlein. Meloni ci pensa davvero.
Detesta la palude, pardon "la colla" in cui - ha confessato nel comizione dei "record" venerdì - di tanto in tanto si trova a nuotare. Notizia: ai piani alti di Palazzo Chigi nelle scorse settimane hanno iniziato a commissionare sondaggi riservati sul gradimento del governo. Monitorano il sentiment sui leader del centrodestra e su chi vuole disarcionarli alle Politiche. Su tutti Vannacci, l'ex Parà che ancora non ha deciso dove paracadutare la sua "sporca dozzina" e il tesoretto di voti che gli attribuiscono le rilevazioni settimanali. «Non sono formalmente in contatto con alcun esponente del centrodestra» assicurava ieri il generale a Bloomberg dal Forum di Cernobbio, negando di aver mai incontrato la presidente del Consiglio. In privato, a chi questa estate ha provato a sondare i suoi piani, il generale ha risposto di voler fare «come Meloni». Tradotto: un bagno tonificante fra i banchi delle opposizioni, una salita lenta ma neanche troppo nelle gerarchie a destra, dunque la marcia su Palazzo Chigi. Meloni lo sa e per questo diffida, tiene le distanze. Nega l'abbraccio elettorale al parà del "Mondo al contrario" e sotto sotto si chiede se non abbia senso andare al voto in primavera per sbarrargli la strada. Contro le indicazioni dei suoi vice Antonio Tajani e Matteo Salvini che invece, e lo hanno detto chiaro e tondo all'evento ama-record di Bari, preferirebbero tirare dritto fino all'autunno del 2027. Sperando di frenare i subbugli all'interno dei rispettivi partiti. Ci sono alcuni caveat per il voto primaverile, al netto dei sondaggi da compulsare. Il primo: capire quanta cassa ci sarà per la prossima Manovra, l'ultima dell'era Meloni. Occhi puntati sui dati Eurostat di fine settembre. Se l'istituto statistico europeo certificasse l'uscita dell'Italia dalla procedura di infrazione Ue per deficit, allora si aprirebbe tutt'altro scenario. Una Manovra larga abbastanza per contenere l'aumento previsto delle spese nella Difesa e una carta elettorale da calare entro Natale. Magari la detassazione delle tredicesime. In caso contrario lo scenario si farebbe fosco. E come va dicendo il Mef da settimane ai ministri in fila che scalpitano, meglio dimenticare mirabolanti promesse elettorali.
Verso le liste
Il secondo caveat? La legge elettorale. Meloni è ormai convinta che lo Stabilicum sia l'unica arma contro la palude e il "pareggio" e trattiene il fiato per il voto al Senato fra qualche settimana: i tiratori scelti che hanno affossato le preferenze a Montecitorio avranno l'ardire di impallinare la legge anche al Senato con il voto palese, alla luce del sole? Si vedrà. Nel dubbio la leader e suoi si attrezzano per tempo. Ad esempio: a via della Scrofa, quartier generale romano di FdI, hanno cominciato a mettere testa alle future liste elettorali, d'intesa con la leader, ça va sans dire. La vecchia promessa dei vertici di riconfermare tutti i parlamentari, quando il gradimento sfiorava le stelle, vacilla da un pezzo.
E i dirigenti, dal "comandante" Giovanni Donzelli ad Arianna Meloni, a capo della segreteria politica, non hanno intenzione di fare sconti. Fuori gli assenteisti, chi ha lavorato poco e male nelle commissioni, chi ha dato forfait in Parlamento in votazioni clou per il governo e non ha messo la firma su mezza proposta legislativa. Faranno spazio a personalità "esterne". Meloni ha qualche nome in testa. Tecnici d'aria, manager, accademici. La pazza idea? Matteo Piantedosi. La tentazione sempre più irresistibile? Arianna in Parlamento, al Senato. Ai curiosi impenitenti che chiedono, la "Sorella d'Italia" nega tutto: «Fidatevi non è così». E poi allarga un sorriso...
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