Meloni, scontro in Ue sull’energia (e mette sul tavolo la flessibilità). La Casa Bianca risponde sul gas russo: «Ottimo accordo»
Passa tutto da qui. Da queste pareti di vetro e cemento. La Manovra che verrà, l'ultima prima delle elezioni per Giorgia Meloni, è in corso di allestimento all'Europa Building. È la vera posta in palio di una trattativa a oltranza, da cardiopalma che vede l'Italia dare battaglia al Consiglio europeo per chiedere una mano contro i rincari energetici. Nel mirino della premier gli Ets, il sistema di permessi che le aziende dei Paesi membri devono acquistare se vogliono inquinare. Pensato per accelerare la transizione energetica, è diventato una zavorra per le imprese italiane già piegate dalla crisi. «Gli Ets rischiano di massacrare la nostra industria» è l'allarme che Meloni suona nella sala del Consiglio. E sempre qui, intorno al tavolo ovale al centro della "Lanterna", l'edificio che ospita i summit, Meloni torna a chiedere nuova flessibilità per affrontare l'inflazione al galoppo che presenta un conto salatissimo allo Stato e ai cittadini e che va tenuta fuori dal Patto di stabilità.
Lo scontro
Tre ore di passione. Un vero e proprio stallo messicano. Meloni chiede di mettere in stand-by il sistema Ets. Le fa sponda a pochi metri, anche lui al Consiglio europeo, il presidente di Confindustria Emanuele Orsini tratteggiando scenari foschissimi: le imprese rischiano di «finire spazzate via, ci sono in gioco 50mila posti di lavoro». Il Consiglio si ferma, spaccato. Di qui l'Italia, la Grecia e i Paesi di Visegrad (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia) a chiedere di rinviare di due anni, dal 2028 al 2030, l'entrata in vigore del nuovo sistema ETS 2, che allargherà l'obbligo di acquistare permessi inquinanti ai settori immobiliare e dei trasporti. Di là i Paesi scandinavi e gli eterni "frugali" per nulla disposti a rivedere la normativa alla base della rivoluzione green europea. In mezzo la Germania di Friedrich Merz. L'industria tedesca sente il morso della crisi e soffre i costi in crescita del mercato Ets ma Berlino non può rinnegare un impianto che ha partecipato a costruire. Così il cancelliere prende tempo: toccherà aspettare le stime del ministro delle Finanze in quota Spd Lars Klingbeil. E anche Emmanuel Macron apre solo timidamente. Per un attimo la trattativa sembra precipitare, al punto che si fa strada l'idea di stralciare dalle conclusioni il passaggio sulle regole per l'energia pulita. «Se la crisi non si ferma e andiamo avanti con gli Ets il mio Paese rischia la deindustrializzazione» mette in guardia il greco Mitsotakis. Ma fino all'ultimo si cerca di evitare strappi. E l'Italia conta di portare a casa permessi temporanei della Commissione europea già accordati in passato a Spagna e Portogallo. Clima frizzante al Consiglio. Diviso anche sul piatto centrale del menù, il prossimo quadro finanziario pluriennale. Con l'Italia in trincea a chiedere di non tagliare i fondi alla Coesione e all'agricoltura, richiesta messa nero su bianco ieri da Meloni a margine di una riunione del gruppo "Amici della coesione" da lei presieduta insieme ad atri 16 Stati. Energia e inflazione sono i denti dolenti dell'Europa alla prova dei conti. E per Meloni che tiene in stand-by l'ultima legge di bilancio del "governo più longevo" in attesa di capire cosa metterci dentro. L'ombrello della flessibilità per l'energia già concessa dall'Ue - sette miliardi nel 2027 per finanziare progetti sulle energie rinnovabili - rischia di rivelarsi troppo stretto: salvo un nuovo via libera dalla Commissione, il governo non potrà includere nella spesa extra-deficit misure di grande impatto elettorale come l'ecobonus al 65% e gli aiuti alle imprese. Per questo a Bruxelles Meloni torna a chiedere con forza la messa a terra di strumenti contro la crisi. Vedi alla voce inflazione: «La Commissione dovrebbe considerare l'aumento dell'inflazione come un "fattore rilevante"» ed escluderla dal computo del Patto, spiega in Consiglio spalleggiata anche qui dal greco Mitsotakis. Non sarà facile, al summit che ha visto i Frugali tornare a fare muro, aprire un varco. Ma uno spiraglio, questo sì, la Commissione lo lascia aperto. Oggi, chiusa la partita dei conti, si apre quella della diplomazia. Prima del pranzo finale dedicato ai migranti - occhio a nuove scintille tra Meloni e l'arcirivale Pedro Sanchez, nelle ore in cui balla la proroga dei controlli Schengen tra Italia e Spagna - si parlerà di Ucraina.
Il nodo ucraino
Darà avvio alle danze Volodymyr Zelensky. Il presidente ai ferri corti con Trump ieri ha incontrato qui a Bruxelles il segretario generale della Nato Mark Rutte. Si sente "tradito" dall'America e dai satelliti di Musk che si sono spenti lasciando al buio le città ucraine colpite dai missili russi, cerca la sponda europea al tavolo negoziale. Oggi avrà un faccia a faccia anche con la premier italiana ed è facile che torni a dire "grazie" all'amica "Giorgia" che ne ha preso le difese, criticando il "rischioso" accordo sul diesel fra Washington e Mosca alle spalle del Paese aggredito. Sorpresa: alla Casa Bianca non l'hanno presa bene. Interrogato da Repubblica un portavoce risponde: «Il presidente Trump ha negoziato con successo un altro grande accordo per fornire al mercato globale enormi quantità di diesel e abbassare i prezzi».
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