Meloni pigia sull'acceleratore: bollo auto cancellato e fiducia sulla legge elettorale, la strategia 2027 si scopre

Finite le vacanze, suona la campana dell'ultimo giro

Settimane di politica in stand-by, poi la brusca accelerata. Giorgia Meloni ha scelto il fronte su cui più stava faticando negli ultimi mesi, quello del carovita legato ai carburanti, per rilanciare l'intera azione di governo in vista delle prossime urne. Dopo aver bruciato due miliardi e mezzo di euro da marzo a oggi per contenere i prezzi alla pompa, senza riuscire a scrivere una misura davvero selettiva per chi ne aveva più bisogno, la premier ha tirato fuori dal cilindro una mossa old style, quasi un omaggio involontario al manuale Cav: la cancellazione del bollo per auto e moto di piccola e media cilindrata.

Una promessa del 2008 che nessuno aveva più onorato

Non è un dettaglio da poco che si tratti di un impegno mai realizzato da Silvio Berlusconi ai tempi, a differenza di un'altra cancellazione fiscale che il fondatore di Forza Italia portò invece a termine, quella dell'Ici sulla prima casa. In conferenza stampa, con al fianco entrambi i vicepremier e il titolare dell'Economia, la premier ha voluto mettere in scena l'immagine di una coalizione perfettamente compatta, con le regioni rassicurate su trasferimenti equivalenti al mancato incasso della tassa di circolazione, stimato in 2,3 miliardi.

Il vero motivo del tempismo si chiama Istat

Difficile pensare che la mossa sia arrivata per puro consenso facile. Più probabile che il governo abbia trovato coraggio nelle prime indiscrezioni sul verdetto Istat atteso per il 22 settembre sul rapporto deficit/Pil dello scorso anno. In primavera era mancato per un solo decimale, il 3,1%, il traguardo che avrebbe fatto uscire l'Italia dalla procedura d'infrazione Ue per disavanzo eccessivo. Se quel dato dovesse essere rivisto al ribasso, il margine per la prossima manovra si allargherebbe sensibilmente, rendendo meno pesante anche il conto verso le regioni.

Il vero destinatario del messaggio non guida un'auto

Al di là dei quattordici milioni e mezzo di veicoli coinvolti, il segnale più politico riguarda la tenuta della maggioranza. Meloni ha confermato l'intenzione di porre la questione di fiducia alla Camera sulla legge elettorale, un modo elegante per dire agli irrequieti di ogni schieramento che chi vuole far saltare il banco si ritroverebbe dritto alle urne. Tajani e Salvini si sono schierati al suo fianco pubblicamente, ribadendo l'intenzione di arrivare fino in fondo alla legislatura, cioè all'autunno 2027.

Nessuno spazio per chi ha cambiato casacca

Il messaggio più duro, però, è indirizzato altrove: verso chi, eletto nel centrodestra nel 2022, oggi vota stabilmente con l'opposizione dopo essere passato con il generale che si è messo in proprio. Per la premier si tratta di una questione di coerenza pura, non negoziabile: chi ha tradito il mandato ricevuto dagli elettori non merita sponde. Un avvertimento che vale anche per il campo largo, letto come destinato a logorarsi più in fretta della maggioranza, con dodici mesi buoni di tempo, se non oltre, prima di tornare al voto.

Vincere per governare, non vincere per subire

La cifra della fase che si apre sembra tutta in una gerarchia di priorità che la premier avrebbe già chiarito ai suoi: meglio vincere per poter effettivamente governare, che vincere solo sulla carta restando ostaggio di alleati scomodi. Nel vocabolario di Palazzo Chigi, almeno per ora, la parola rassegnazione risulta accuratamente cancellata.