Meloni, la mossa della premier sulla flessibilità europea: «Ci sono delle aperture»
Ci siamo. Arriverà già oggi, a margine dell’Eurogruppo in programma a Lussemburgo, il via libera della Commissione europea alla richiesta dell’Italia di attivare la clausola di salvaguardia al Patto di stabilità per le spese energetiche e per la difesa. Ventotto miliardi totali spalmati sul bienno ‘27-28, e divisi equamente – 14 e 14 – tra armi e energia. È il primo step di una strada che ormai appare in discesa. Dopo la valutazione positiva dei ministri delle finanze dell'eurozona, la richiesta dovrà infatti essere approvata dal Consiglio Ue, a cui spetta l'ultima parola.
Ma se una flessibilità è ormai incassata, o quasi, Giorgia Meloni è già impegnata su un altro tavolo di gioco, obiettivo allargare le maglie della regola della spesa europea per spegnere la fiammata dell’inflazione. È il tema che porta avanti con la Grecia e solleva con forza al vertice Med9, che ieri l'ha condotta a volare fino a Spalato lasciando a Roma patemi e tormenti legati alla legge elettorale. La presidente del Consiglio affronta il tema della flessibilità e della spirale inflattiva innescata dalla crisi energetica in plenaria, cercando di far convergere gli altri 7 Paesi (grande assente la Spagna, ndr) che affacciano sul Mediterraneo e fanno parte del forum. Ma soprattutto torna all'attacco con Ursula von der Leyen, l’arbitro che deciderà il risultato finale, parlandole fitto fitto, a quattr’occhi. C’è bisogno di uno sforzo, di fare gioco di squadra, per evitare che l’incendio dei prezzi conduca l’Europa nel baratro, il grido d’allarme che consegna. Non solo. Meloni cerca di portare dalla sua anche Emmanuel Macron, costretto a lasciare prima il vertice per occuparsi dei guai in casa: «La flessibilità del resto conviene anche a lui – osservano dal governo italiano – certo difficilmente dirà “ha ragione Giorgia”, ma il risultato poi non cambia».
Sarà duro incassarlo, perché l’Europa è decisa a blindare il perimetro delle regole. «Non stiamo chiedendo spesa libera perché vogliamo essere particolarmente allegri», mette in chiaro la presidente del Consiglio nel corso della conferenza stampa al fianco degli altri leader. Rivendicando come in Ue ci sia un interesse sulla sua proposta «perché è di buon senso». Da Bruxelles però arrivano segnali che vanno in direzione ostinata e contraria. Dapprima rimarcando che ogni modifica alle regole fiscali «ha un costo di credibilità». Poi, a stretto giro dalle parole di Meloni, puntualizzando che il «Patto di stabilità già prevede si tenga conto dell'impatto di un'inflazione più elevata del previsto nell'esame del rispetto dei percorsi di spesa degli Stati membri».
Meloni lascia cadere, predicando calma e gesso. «Vi ricordate quanto fu lungo il dibattito che poi ha portato a incassare la partita sulla clausola di salvaguardia nazionale anche sull'energia? C’è tutta una convergenza da costruire, non c'è solo von der Leyen, le discussioni sono in corso. Piano piano. Non posso dire se sarà un sì o un no, ma posso dire che non ho trovato una chiusura», dice al Messaggero e a un altro quotidiano prima di lasciare il Radisson hotel. Come a dire che la partita sarà lunga, ma lei intende giocarla fino all’ultimo. Il tema è l’impatto che «la maggiore inflazione sta avendo sui bilanci nazionali – spiega in conferenza stampa – l'inflazione di oggi non è quella programmata tre anni fa all'1,8%. Oggi è molto più alta e questo comporta, presumo per la totalità degli Stati membri, dei costi automatici maggiori». Si pensi solo all'aumento di prezzi delle materie prime, tema caro a Salvini: «per tutto quello che riguarda la realizzazione dei piani nazionali di ripresa e resilienza comporta un esborso maggiore di risorse. Sono miliardi e miliardi in più che noi saremo chiamati a spendere senza averlo deciso, non perché queste sono nuove misure che i governi hanno voluto».
LA GRANA PRICE CAP
Un bel grattacapo, certo non l’unico. L’altra grana da risolvere riguarda il price cap deciso dalle compagnie petrolifere che il rialzo delle accise ha fatto ballare, con tutte le polemiche del caso. «Noi siamo sempre pronti a intervenire di nuovo – assicura Meloni – particolarmente con il meccanismo delle accise mobili. Al mese di settembre abbiamo circa 170 milioni che possono essere spesi per questo obiettivo». Da capire «se sia più efficace spenderli in questo momento, in cui comunque ci sono misure di contenimento, o tenerle come provvista quando dovessero terminare quelle misure. Dipende anche dalla tenuta del cap. Vediamo cosa accade nelle prossime ore» ma «spero si possa ripristinare pienamente il price cap, poi la valutazione andrà fatta a valle». Piano piano, un passo alla volta. Perché in politica, a Roma come a Bruxelles, spesso sono i tempi a decidere il finale della partita.
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