Meloni contro le opposizioni: “Il patto Ue ci tutela. Nessun boomerang sui migranti”
Roma, 21 agosto 2026 – Non c’è stato tempo per un atterraggio morbido. Il rientro di Giorgia Meloni dalle ferie si è aperto con un netto contrasto di prospettive. Da un lato, la vetrina dei Giochi del Mediterraneo a Taranto, condivisa con Sergio Mattarella per accogliere le delegazioni internazionali: prima i colloqui diplomatici del pomeriggio, con il bilaterale insieme al presidente libanese Joseph Aoun; poi la parentesi serale allo stadio, dove la premier è stata accolta dai fischi del pubblico per l’irrisolta vertenza dell’ex Ilva, mentre per il capo dello Stato si levava un’ovazione. Dall’altro, un’agenda interna che presenta il conto e inaugura un autunno rovente. A dettare i tempi è l’emergenza dei “dublinanti”. I migranti che l’Europa vuole rispedirci rischiano di far crollare la narrazione meloniana del pugno di ferro e dei confini blindati.
L'attacco a Schlein: “Sui migranti, cosa avrebbe fatto la sinistra al governo?”
La reazione è uno sfogo mattutino su Facebook contro Elly Schlein, sebbene la leader dem dia voce all’intera opposizione. Meloni l’accusa: “Parla di boomerang e di presunto fallimento del governo nella gestione dei migranti. Prima di fare propaganda sarebbe utile conoscere la differenza tra le questioni. Schengen e il Patto su Migrazione e Asilo sono cose diverse”. Difende il nuovo trattato: “Segna una svolta positiva per l’Italia. Le nuove regole ci tutelano”. Snocciola i numeri: “Abbiamo respinto 80mila richieste di presa in carico. Cosa avrebbe fatto un governo di sinistra? Se li sarebbe presi tutti”. Tecnicamente, la premier ha le sue ragioni: l’emergenza prescinde dalla sospensione di Schengen. Tuttavia, la prova di forza con la Spagna ha innescato un effetto domino, accelerando la crisi. È un cortocircuito che pone Palazzo Chigi di fronte a un problema: il tentativo di contenere Vannacci, inseguendolo sul suo stesso terreno, rischia di rivelarsi un autogol.

L’arrivo lo scorso 18 agosto a Ravenna di una nave con a bordo 73 migranti (Fabrizio Zani)
La premier: “Pensavo che con Trump sarebbe stato più facile”
Un dilemma identitario – la tensione tra l’anima movimentista e la veste istituzionale – che ha varcato i confini nazionali. Questo interrogativo anima un lungo reportage del New York Times sulla leader italiana. L’attenzione del colloquio, realizzato tre settimane fa, si sposta poi sul tema di maggior richiamo per il pubblico americano: l’attrito con Donald Trump. Passaggio obbligato per un quotidiano storicamente ostile al tycoon. Sul punto, Meloni è onesta: “Pensavo che con Trump le cose sarebbero state più facili, vista la nostra convergenza su immigrazione e cultura woke. Invece sono andate diversamente”. La presidente del Consiglio rivendica la linea: “Non mi piace l’idea di un’Italia sottomessa”, scandisce, ribadendo la necessità di mantenere salda l’unità dell’Occidente. “Non decido la strategia sulla base delle mie relazioni personali”. Ma sulle prospettive di disgelo affiora un palpabile disincanto: interrogata sulle chance di ricucitura dopo l’estate, si trincera dietro un laconico “Beh, vedremo”. Il giornalista, Roger Cohen, non resta indifferente al suo peso politico. Osserva che è “la prima a rispondere con durezza a Trump”, ne certifica la centralità in Europa, evidenzia l’imminente record di stabilità del governo e arriva a teorizzare una vera e propria “melonizzazione” della destra europea.

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il presidente degli Stati Uniti Donald Trump al G7 di Evian, 17 giugno 2026 (Ansa)
Qui si annida la nota dolente: per il quotidiano statunitense “melonizzazione” significa attenuare “una storia terrificante”, passando da un radicalismo contiguo al neofascismo all’abito di una destra democratica. Su questo fronte il NYT mantiene più di una riserva, chiedendosi se la premier abbia definitivamente archiviato le pulsioni della militante diciannovenne: “È diventata una moderata democratica?”. Il tono resta quello dell’osservatore che attende la prova definitiva.
I nodi del governo
In fondo, il nodo politico di Palazzo Chigi è racchiuso in questa attesa di conferme, alla vigilia di una stagione in salita. I margini di flessibilità europei garantiranno qualche risorsa in più per la Manovra, ma si tratta di fondi vincolati, che spengono le speranze di misure espansive. Con il caro energia e il tavolo sull’ex Ilva a settembre, tocca a Giovanni Donzelli ammettere i ristretti margini dell’esecutivo: “Tagliare completamente le accise, oggi, non è possibile”.
A complicare il quadro c’è il fronte interno. Le fibrillazioni della Lega rappresentano un’incognita pesante, resa esplosiva dalle sortite della sua ala radicale. In questo scenario, il premio di maggioranza nella legge elettorale si trasforma in un azzardo da Rischiatutto. Sullo sfondo restano i nodi della politica estera, a partire dal dossier ucraino. Meloni lunedì parteciperà al vertice dei Volenterosi su Kiev, ma su come sbloccare l’impasse naviga a vista, come il resto d’Europa. In una simile morsa, cedere alle scorciatoie propagandistiche potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio: una lezione che la premier, dopo lo scivolone diplomatico di Ceuta, rischia di dover imparare a sue spese.