Mazzantini, direttrice della Gnamc: «Roma contemporanea Capitale del futuro»
Direttrice Mazzantini, che cos'è quest'opera così nuova e impressionante? Non si era mai vista alla Galleria Nazionale d'arte moderna e contemporanea.
«È il nostro ultimo acquisto. La guardi bene, è una magnifica rappresentazione concettuale della violenza. Lamiere di acciaio placcate d'oro a 24 carati su cui il grande autore Maurizio Cattelan ha fatto sparare pallottole da alcuni tiratori scelti. Creando un forte contrasto tra il fascino dell'oro, cioè della ricchezza, e la brutalità dei proiettili, emblema della violenza».
Fa riflettere sulla contemporaneità?
«Appena finiamo di dire contemporaneo, il contemporaneo è già passato. Perciò bisogna avere una visione dinamica del patrimonio culturale. Ogni generazione deve aggiungere al patrimonio, cioè all'eredità dei patres, qualcosa di nuovo che un giorno sia degno di diventare antico. Questa concezione dinamica della cultura non può che avere a Roma la sua piattaforma di sviluppo, la sua rete, il suo hub, perché questa è una Capitale cresciuta per stratificazioni che hanno aggiunto bellezza a bellezza, creando un luogo unico, eterno e universale. La Gnamc è nata a Roma, per documentare l'arte del nuovo Stato nel suo divenire ed evolversi, ed è questo che fa tuttora e sempre di più».
Il vostro è un museo che non musealizza in una Capitale che non vuole essere inchiodata al suo sontuoso passato?
«L'arte è lo specchio del tempo, come afferma il presidente Mattarella. Quindi, alla Gnamc, non solo l'arte si conserva ma si fa e si vive. E questo è il compito di un museo, che deve essere vitale, produttore di contenuti culturali, cioè un broadcaster che agisce al centro di un tessuto del sistema della creatività contemporanea il più fitto e il più largo possibile. Creando relazioni, interazioni, dentro una visione dinamica e multidisciplinare volta al produrre, esporre e promuovere l'arte».
Scusi, lei parla così nella città del classico e ammirata nel mondo proprio per la sua classicità. Riusciremo mai a scrollarci di dosso questa pesante eredità?
«Guai a disfarcene. Noi dobbiamo salire sulle spalle del nostro passato, per guardare più lontano. Questa eredità non è un vincolo paralizzante ma un'opportunità tutta da ampliare sfruttare attraverso forme nuove e sguardi larghi. Grazie a questo approccio non polveroso e innovativo, che non contempla le rovine ma si fa forza della spinta storica per produrre altra storia, Roma torna ad essere "a place to be". Un posto desiderabile, in cui si vuole essere, dove non stai soltanto al centro della storia del mondo ma anche sulla linea dell'orizzonte del mondo. Le attività nell'ambito del contemporaneo, di cui la Gnamc è sia laboratorio sia hub, stanno contribuendo ad attirare nuovi target di visitatori a Roma».
Ci fa qualche esempio?
«La nostra rassegna sul futurismo è stata un fenomeno nazionale. La recente sfilata con mostra di Fendi, qui in Galleria, ha riportato Roma ad essere protagonista nell'alta moda, che è una forma di creatività contemporanea oltre che un orgoglio del made in Italy. Adesso, stiamo preparando altre mostre importanti: quella di Marina Abramovic e poi, nel 2027, quella sull'Arte Povera a 60 anni dalla prima celebre esposizione, e in seguito celebreremo il centenario di Piero Dorazio».
La Capitale non può che parlare al mondo?
«Lo deve fare a tal punto, e in tutti gli ambiti, che la Gnamc sta puntando anche sulla diplomazia culturale. Qui abbiamo ospitato il vertice Aqaba Process 2025, con decine di Capi di Stato e ministri, sul contrasto al terrorismo internazionale. Si sono svolti da noi eventi legati al summit globale del turismo, all'Arctic Circle Rome Forum, con i migliori scienziati di tutto il mondo che si occupano dell'artico e dello scioglimento dei ghiacci, e alla conferenza internazionale dei leader, degli studiosi, delle istituzioni civili e religiose che si occupano dell'impatto dell'intelligenza artificiale. Cito questi esempi ma ne potrei fare anche altri».
Tutto questo che cosa significa?
«Vuol dire che la Gnamc cerca di agire al centro del contemporaneo globale e che Roma non è soltanto Bernini ma anche Burri».
Dinamismo Capitale?
«Noi lo viviamo e lo incentiviamo in tante maniere. Questa Galleria produce mostre, attraverso il progetto Museo Migrante, e le esporta con il suo brand in Italia e all'estero. Prendiamo dalla nostra collezione, che vanta 20mila opere di cui solo 1.000 esposte in questa sede, le facciamo girare e le rendiamo condivise, come orgoglio nazionale. Una Capitale che vuole essere globale deve sapere attirare ma anche proporsi, andare lei dagli altri. Le esposizioni Gnamc all'aeroporto di Fiumicino rientrano proprio in questa visione. Che ha un punto di partenza in cui credo fortemente: tutte le relazioni contano, a partire da quelle con le aziende che ci sostengono e con le quali creiamo progetti culturali comuni a cui partecipano gli enti di formazione e quelli del terzo settore».
Capitalismo e umanitarismo, ecco il contemporaneo dell'arte a Roma?
«È importante contare sul sostegno dei privati che condividono la nostra visione e noi la loro. Nel caso di Banca Ifis, Banca Intesa e Fondazione Roma, c'è una relazione particolare, perché hanno i loro musei, e questo offre importanti opportunità di sinergie».
Con la cultura «si mangia»?
«È una produttrice sana di ricchezza e crea un indotto economico rilevante. Al di là del turismo. Noi siamo stati tra i pochi musei italiani che hanno aperto la partita Iva, per cogliere le opportunità di sponsorizzazioni che offre il mercato, per creare partnership pubblico-privato e per offrire contenuti e servizi culturali. E' il broadcasting di cui parlavo prima. La Gnamc ha ricevuto oltre 40 milioni di dollari dalla Cy Twombly Foundation, di cui 3 milioni in denaro. E riceviamo tantissime altre donazioni. Grazie agli sponsor possiamo finanziare la produzione di nuove opere d'arte, soprattutto nell'ambito della rassegna Artista dell'anno e quest'anno è Marinella Senatore. Lo sa qual è la parola chiave?».
No.
«È coinvolgere. Roma è la città aperta e a questa identità occorre ispirarsi. Aprendosi non solo alle aziende ma anche a tutte le altre istituzioni museali, universitarie, di ricerca e di servizi alla cittadinanza come lo sono le Asl con cui lavoriamo e molto bene. Il networking è essenziale. Noi creiamo mostre a Parma e a Catania, con cui già c'è un rapporto stabile e altri ne svilupperemo su e giù lungo l'Italia. Per essere riconosciuta come tale, una Capitale deve spendersi per gli altri, anche darsi e non solo accogliere. La Capitale dev'essere di tutti. Per far riconoscere il suo ruolo, bisogna sapersi porre come riferimento culturale comune per tutti gli italiani. Un riferimento non solo storico ma proiettato nel futuro».
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