Max Paiella: «Volevo fare lo scultore, adesso sogno il kung-fu. L'analista? Lo consiglio a tutti»
Max Paiella ha 57 anni e da una vita fa radio, tv e teatro come comico, imitatore e musicista. Poi disegna fumetti, insegna scrittura creativa all’Accademia di Belle Arti dell’Aquila, tiene corsi di public speaking e, se continua così, fra un po’ farà anche la ruota, l’hula hoop e la verticale su una mano. Insomma, tantissime cose, forse troppe, ma è bravo e piace: dal 2004 è fra i protagonisti dello storico programma di Rai Radio 2 Il ruggito del coniglio di Antonello Dose e Marco Presta, suona e canta con Lillo & Greg, è stato corista e chitarrista per Renzo Arbore (nel 2002 era nei suoi Swing Maniacs), ha lavorato spesso con Serena Dandini (tra il 2009 e il 2011 in Parla con me, The Show Must Go Off etc.), Corrado Guzzanti (nel 2011 e 2012 in Aniene, Dov’è Mario? etc.) e tanti altri artisti, senza calcolare le serate in teatro con lo spettacolo Jannacci… e dintorni, sua grande passione. Da mercoledì scorso, Paiella - che ha anche una moglie e un figlio - è su Rai1 nella nuova edizione di Tale e Quale Show, lo show di Carlo Conti.
Ha resistito fino ad ora: chi gliel’ha fatto fare di buttarsi nella mischia degli imitatori di Carlo Conti?
«La leggerezza ritrovata. Fino a qualche anno fa molto probabilmente avrei detto di no a un programma così. Avevo un’altra percezione di certi show televisivi e, soprattutto, di quello che potevo o non potevo fare. Ero più severo e pesante».
Cosa la spaventava?
«Avevo paura di fare qualcosa che non mi assomigliasse. Studiando canto, invece, negli ultimi tempi ho capito che un approccio leggero alle cose può regalare innocenza e la possibilità di dire e fare molto di più. Anche perché alla fine conta solo quello che fai tu, il contesto vale fino a un certo punto. E in questo caso, con Carlo Conti, ci si diverte pure. “Se non lo fate voi, è difficile che lo facciano a casa”, ci ricorda sempre».
E quando Cristiano Malgioglio, alla prima occasione, l’ha un po’ massacrata, si è divertito?
«Certo, fa parte del gioco. Lui fa ridere. Di quello che dice uno se ne fa una ragione».
Con tutte le cose che fa, oggi Max Paiella chi è? Come si presenta?
«Sono un fantasista. Una volta quelli che facevano di tutto un po’ venivano chiamati così».
Quante volte le hanno detto: «Max, concentrati su una cosa sola»?
«Tante. Ma ho sempre pensato a Dante: “Non ti curar di loro, guarda e passa”».
Addirittura. Fin qui ha pagato?
«Quando me lo chiedo non riesco a dare mai risposte definitive. A volte mi sento in debito, altre in credito. Di sicuro so essere grato».
Nella lista dei ringraziamenti il primo nome qual è?
«Claudio Gregori, detto Greg. Ci siamo conosciuti quando avevo 16 anni, in una palestra dove si faceva lotta greco-romana, pesi e judo. Oddio, noi più che allenarci parlavamo di fumetti e musica. Poi ci siamo persi e ritrovati dopo qualche anno nel mitico Locale di via del Fico, in centro a Roma, e abbiamo cominciato a collaborare. Io suonavo, cantavo, cercavo di far ridere. Lui mi ha fatto conoscere altre realtà, altre persone. È stato fondamentale. Come certe delusioni, quelle che ti formano».
Qual è stata quella che le è servita di più?
«Da giovane volevo fare l’animatore alla Valtur. Ero acerbo e un po’ anarchico, pensavo che sarebbe bastato essere me stesso. Non mi presero. Iniziai a capire che quello che mi sarebbe piaciuto fare era un lavoro vero, non solo un divertimento».
Fra mille imitazioni, sketch e momenti sopra le righe, si è mai sentito in imbarazzo? Ha mai pensato: “Oddio, ma che sto facendo”?
«Sì, qualche volta. Se ci penso riconosco la sensazione, ma non l’episodio particolare. Mi è capitato di sicuro quando ho fatto cose che non mi assomigliavano e non sapevo gestire fino in fondo».
A una carriera da cantante vero e proprio ha mai pensato?
«No. Ho sempre preferito far ridere. E poi per fare il cantante devi faticare molto di più e hai molte meno possibilità. Se affronti le cose da comico sei un po’ deresponsabilizzato e hai molti più spazi. Insomma, il comico, in qualche modo, seppellisce il cantante».
Lei ha studiato all’Accademia delle Belle Arti e voleva fare lo scultore: poi cosa è successo?
«Volevo fare quello o lavorare nell’ambito grafico. Ho iniziato a fare storyboard per il mondo del cinema e della pubblicità, ho insegnato alla Scuola Romana dei Fumetti - realtà dalla quale sono usciti artisti straordinari come Zerocalcare e Valerio Lundini - e sono finito a fare tante altre cose. Per esempio, oggi insegno scrittura creativa all’Accademia di Belle Arti dell’Aquila e public speaking, che in parole povere vuol dire parlare in pubblico».
La cosa che le viene meglio?
«Forse fare tutte queste cose. E unire comicità surreale, satira, imitazioni, canzoni leggere, serie o tragiche. Fare un po’ tutto il varietà».
Quella di cui è più fiero?
«Il lavoro di tanti anni in radio per Il ruggito del coniglio. Faccio di tutto e mi diverto ancora come un pazzo (personaggi come Vinicius du Marones, Demetrios Parakulis, Nikolaj Tekorkov sono seguitissimi anche sui social, ndr)».
Fra i tanti imitati, c’è stato qualcuno che non è stato sportivo e se l’è presa con lei?
«Qualcuno si è incazzato, sì, ma sono cose che lasciano il tempo che trovano. Non sono mai cattivo».
L’ex sindaco di Roma Gianni Alemanno, per il suo tormentone «Chiamo l’esercito!», come reagì?
«Non l’ho mai incontrato, ma il suo staff mi fece sapere che aveva apprezzato. Spero sia vero. Un lavoro così nasce da tanta osservazione e uno studio meticoloso fatto di tanto tempo passato a sentire e cercare un particolare, anche impietoso, da dilatare e su cui costruire l’imitazione».
L’altra sera Bruno Vespa infortunato che intervistava il premier Meloni le ha fatto venire in mente qualcosa?
«No, poverino. Non l’avevo neanche riconosciuto. Io sono buono, gliel’ho detto».
Un po’ democristiano.
«Forse. In radio, tempo fa, ho rifatto I Want to Break Free dei Queen cantando: «Sì sì, rivoglio la Dc... (ride, ndr)».
Ha lavorato con tanti nomi importanti del mondo dello spettacolo: un aggettivo per Renzo Arbore?
«Meraviglioso. Con lui ho fatto un disco e due tour: è un gran signore. Una persona che dà molto dal punto di vista umano e artistico».
Lillo & Greg?
«Due geni».
Serena Dandini?
«Un’entusiasta».
Corrado Guzzanti?
«Un genio».
Dose e Presta?
«Altri due geni».
Vabbè, ha frequentato solo geni.
«Sono stato fortunato. Da loro ho imparato tanto».
Fra geni e normodotati, in generale quelli dello spettacolo si dividono in...
«Quelli che pensano solo ai soldi, alle idee rubate, quelli che pensano di fare schifo pur avendo inventato cose bellissime... C’è di tutto e anch’io credo di essere stato e di essere un po’ tutte queste cose. È come se avessi impilato tutte queste considerazioni e ci restassi sopra come un equilibrista».
L’errore più grande che ha fatto finora?
«Il più grande non lo so. Mi è capitato di non presentarmi a qualche appuntamento, quello sì. Cazzate clamorose non me ne vengono in mente».
Prima dei sessant’anni cosa le piacerebbe fare?
«Sto imparando il kung fu. Vorrei migliorare. Mi piace tantissimo».
Il fisico risponde?
«Sì, abbastanza. Per questo vorrei prendere anche delle lezioni per cercare di giocare meglio a tennis».
Vorrebbe avere più soldi, fama o sesso?
«Soldi. Non mi lamento, alla fine mi diverto, però se ne avessi un po’ di più non mi dispiacerebbe».
Il luogo comune sui comici dice che, spente le luci, tendano un po’ al malinconico-problematico: vale anche per lei?
«Chi si espone in quel modo spesso lo fa per esorcizzare un problema profondo che ha, quindi un po’ è vero. Ognuno ha i suoi».
Insomma, starle accanto è faticoso?
«No, dai. Non credo. (ride, ndr). Forse qualche anno fa, adesso no».
Ha speso tanto dall’analista?
«Non tantissimo (ride, ndr). Quello, comunque, lo consiglio a tutti. Può davvero aiutare, o fare grossi danni».
Da disegnatore di fumetti qual è il suo supereroe preferito?
«Silver Surfer di Stan Lee, un alieno umanoide con pelle metallica che viaggia nello spazio con la sua tavola da surf».
Si è mai divertito a immaginarne uno tutto suo?
«No. A dicembre, però, pubblico un libro, Lezioni aquilane, che parla della mia esperienza come formatore di giovani a L’Aquila. Affronto un argomento a me molto caro: la forza della disperazione che ci porta a compiere dei gesti eroici, a fare qualcosa di bello, a cambiare la nostra vita. Chi riesce a fare quello è un supereroe».
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