Matteo Barone, travolto e ucciso a 25 anni da un’auto in via Porpora. Il dolore senza fine di mamma Eva: “Chiedo solo giustizia per mio figlio”
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Matteo Barone, travolto e ucciso a 25 anni da un’auto in via Porpora. Il dolore senza fine di mamma Eva: “Chiedo solo giustizia per mio figlio”
A un anno dall’incidente, il 17 dicembre ci sarà l’udienza preliminare nei confronti del conducente che l’ha travolto, un poliziotto fuori servizio. “Da lui nemmeno una parola. L’impatto era evitabile, e io da allora, senza mio figlio, vivo nel vuoto”

Matteo Barone, ucciso a 25 anni, con la madre Eva Kulinowska

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Milano, 8 settembre 2026 – “Non è facile andare avanti, il dolore non sparisce. È passato un anno ma io sono ancora frastornata, ogni giornata mi pesa. Per me il tempo si è fermato la mattina in cui ho saputo che mio figlio non c’era più”. Era l’alba del 6 settembre di un anno fa. “La ferita non smette di bruciare” per Eva Kulinowska, madre di Matteo Barone, travolto e ucciso a 25 anni da un’auto guidata da Giusto Chiacchio, poliziotto ventiseienne libero dal servizio, risultato poi positivo all’alcol-test. Il ragazzo stava attraversando sulle strisce pedonali di via Porpora all’angolo con via Adelchi, a due passi da casa, dove abitava con la madre.

Una foto di Matteo su un palo all'incrocio fra via Porpora e via Adelchi, dove il ragazzo è stato travolto e ucciso
Che sviluppi ci sono stati a livello processuale?
“Al momento nessuno. Sono in attesa. L’udienza preliminare sarà il 17 settembre. Quello che posso dire, perché è emerso nelle indagini, è che in quel momento mio figlio era a metà strada, sulle strisce, quindi molto visibile, e l’impatto era evitabilissimo. Quell’auto viaggiava a 85 chilometri orari. Aveva appena superato un altro veicolo per poi rientrare nella sua corsia. Fa male anche il fatto che l’investitore non mi abbia mai cercato per chiedere scusa o mostrare pentimento. Io mi aspetto giustizia e intanto sto cercando di sopravvivere, ma è dura”.

L'incrocio fra via Porpora e via Adelchi
Come trascorre le giornate?
“Non ho ancora ripreso il lavoro, sono in aspettativa. Mi sento come svuotata, senza “testa“, e sto affrontando una terapia psicologica. Matteo era il mio unico figlio, ogni tanto entro nella sua camera e sento la sua presenza. Non ho spostato nulla, è rimasto tutto come un anno fa. E poi ogni giorno passo davanti al punto dell’incidente, dove si trova il palo della luce che è diventato un luogo di memoria per Matteo: leggo i messaggi lasciati dagli amici, guardo le foto appese. L’unico aspetto positivo è l’affetto che continuo a ricevere da tantissime persone. Così è stato anche ieri, domenica, quando abbiamo ricordato mio figlio un anno dopo”.
In che modo?
“Ci siamo radunati in via Porpora per una commemorazione, eravamo una sessantina di persone. Abbiamo ascoltato la sua musica (Matteo sognava di diventare un artista: aveva lasciato il suo lavoro di corriere e aveva acquistato con i suoi risparmi un computer, una tastiera e un microfono per comporre canzoni, ndr). Poi alcuni amici hanno letto dei messaggi dedicati a lui. Ringrazio tutti di cuore, per me significa molto e mi dà anche la forza di pensare a iniziative future”.
Che tipo di iniziative?
“Non appena me la sentirò, vorrei contattare altri genitori che hanno perso i loro figli e organizzare qualcosa insieme. Penso anche a un progetto in nome di mio figlio, per aiutare altri ragazzi a realizzare i propri sogni, in suo nome. Ma ora è troppo presto. Il dolore ancora mi blocca”.
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