Dalla steppa mongola alle valli varesine: la sostenibilità secondo Dipak Pant

Una serata che ha intrecciato la steppa mongola alle valli del Varesotto, passando per l’Abruzzo e le Langhe, si è tenuta negli spazi di Materia, la sede di VareseNews a Castronno, introdotta e presentata dal direttore di VareseNews Marco Giovannelli. Al centro dell’incontro un docufilm di circa mezz’ora, girato nella taiga al confine tra Mongolia e Siberia, e il dialogo successivo con l’antropologo ed economista Dipak R. Pant e con il professore Stéphane Jedrzejczak, entrambi docenti alla LIUC.

Un tè speziato per il Nepal

Prima dell’inizio della proiezione, ai presenti è stato offerto un masala chai accompagnato da biscotti, preparato dall’Associazione Nepal nel Cuore ODV di Ngima Sherpa. Il ricavato delle donazioni raccolte durante la serata, insieme a una quota versata da Buytec, sarà devoluto in beneficenza alle popolazioni nepalesi colpite dall’alluvione dello scorso agosto.

Buytec ed Elmec Informatica: una serata nata dall’amicizia

Ad aprire i lavori è stata Mara, di Buytec, azienda del gruppo Elmec Informatica attiva nel settore della tecnologia ricondizionata. Ha spiegato che, pur essendo la sostenibilità un tema centrale per un’attività che rimette sul mercato dispositivi usati, la scelta di sponsorizzare la serata è nata soprattutto dal legame di lunga data con il professor Pant, con cui l’azienda collabora da anni su diversi progetti. Ha ringraziato anche l’Associazione Nepal nel Cuore per il tè offerto in apertura.

Generico 21 Sep 2026

Il progetto nella taiga: comunità nomadi tra Mongolia e Siberia

Il documentario racconta un progetto disegnato dallo stesso Pant e realizzato con la collaborazione di ex studenti e collaboratori, ambientato nella taiga della Mongolia settentrionale, al confine con la Siberia: un territorio segnato da inverni fino a 35 gradi sotto zero e da appena 85 giorni di stagione agricola utile, dove tuttavia vivono da migliaia di anni comunità nomadi e pastorali. Pant ha spiegato che circa il 27% della popolazione mongola mantiene ancora oggi uno stile di vita nomade, nonostante decenni di politiche di sviluppo — prima socialiste, poi di libero mercato — orientate alla concentrazione urbana e di fatto incompatibili con l’organizzazione sociale di questi popoli. Il progetto ha provato a immaginare un modello di sviluppo alternativo, pensato per accompagnare e non contrastare il nomadismo: da qui l’idea di una sorta di biblioteca itinerante e di un’officina mobile di riparazione, oltre a un percorso formativo su alcune priorità individuate insieme alle comunità, dalla cura degli animali alla manutenzione di piccoli strumenti quotidiani, inclusi i pannelli fotovoltaici portatili.

Le lezioni delle terre estreme

Dai suoi 35 anni di ricerca sulle “terre estreme” del pianeta — dalle Ande al Kalahari, dall’Himalaya alla Mongolia — Pant ha tratto alcuni principi che considera trasferibili anche al mondo contemporaneo. Il primo è il minimalismo: chi deve smontare e rimontare la propria casa più volte l’anno non può accumulare oggetti superflui. Il secondo riguarda il rapporto con la vecchiaia, vissuta in queste comunità senza una medicalizzazione forzata e senza separazione tra generazioni. Il terzo è la capacità di lettura dell’ambiente circostante, una sorta di “sentinella ecologica” che nel mondo moderno si è in gran parte persa. Infine la solidarietà, che Pant ha descritto come articolata su tre livelli: orizzontale, tra chi condivide lo stesso momento e lo stesso spazio; verticale, rivolta soprattutto a bambini e anziani; biocosmica, che supera la centralità dell’essere umano rispetto agli altri esseri viventi. A questi principi Pant ha affiancato quello della filiera corta, con la tendenza di queste comunità a mantenere rapporti commerciali e di servizio entro raggi limitati.

Generico 21 Sep 2026

Mongolia oggi: un modello che resiste, ma a fatica

Rispondendo a una domanda sull’evoluzione della situazione mongola nei quindici anni trascorsi dalle riprese, Pant ha detto che il modello nomadico, pur ridimensionato, resta vivo e continua a rappresentare un riferimento identitario anche per la popolazione urbanizzata, che nei periodi di vacanza torna spesso a trovare i parenti negli accampamenti. Ha raccontato che alcune cooperative di pastori hanno avviato iniziative di raccolta dei rifiuti non biodegradabili, un problema relativamente nuovo legato alla diffusione di materiali non più degradabili come un tempo, ma che il piano più ampio elaborato dal gruppo di ricerca non è mai stato attuato in modo sistematico dalle istituzioni locali.

Dalle terre estreme alle “terre interne” italiane

Il confronto si è poi spostato sulle cosiddette aree interne italiane, a rischio di spopolamento e perdita di identità. Pant ha proposto una lettura del territorio articolata su tre fasce: le zone di bordo, dove si concentra la gran parte delle attività economiche e residenziali; le zone interne di rifornimento agroalimentare; e un “cuore” più vuoto e meno popolato. Si è detto in disaccordo con la rassegnazione che, a suo avviso, emerge dai più recenti rapporti istituzionali sul tema, sostenendo che l’invecchiamento della popolazione e una domanda crescente di salubrità, camminabilità e permanenza possano in realtà rappresentare un’opportunità per questi territori, non un problema. Ha citato l’esperienza di un intervento realizzato anni fa in Valganna, su indicazione della Provincia di Varese, in una zona segnalata come a forte rischio di abbandono: un lavoro di analisi diretta sul campo che, secondo Pant, ha contribuito a un parziale ritorno di ex residenti, puntando non sul turismo ma sulla valorizzazione del patrimonio edilizio esistente. Un approccio simile, ha spiegato, è ora al centro di un progetto in corso in Abruzzo.

Generico 21 Sep 2026

Il valore dell'”alto tocco” e il parallelo con il Rinascimento

Tra i concetti proposti da Pant per lo sviluppo dei territori interni, quello di “alto tocco” contrapposto ad “alta tecnica”: la cura del dettaglio, il gusto, la sedimentazione culturale intergenerazionale come elementi distintivi difficilmente replicabili. Ha suggerito una strategia di valorizzazione dei luoghi come marchi identitari, un approccio secondo lui già diffuso nei paesi anglosassoni ma ancora poco praticato in Italia. Per illustrare come i cambiamenti profondi possano nascere da iniziative locali più che da pianificazioni centrali, ha richiamato il parallelo storico del Rinascimento, che secondo la sua lettura nacque a macchia di leopardo nei decenni successivi alla peste nera, in un processo che unì una nuova consapevolezza filosofica sulla parità di fronte alla morte a un rinnovato valore attribuito al lavoro manuale e alla condivisione pubblica della bellezza.

Il contributo di Stéphane Jedrzejczak: il rischio del ricambio generazionale in agricoltura

Il professor Stéphane Jedrzejczak ha aggiunto alla riflessione un elemento di rischio concreto per i prossimi anni: la difficoltà, nelle aree interne, di trovare un ricambio generazionale per molte aziende agricole, con il pericolo che i terreni vengano rilevati da realtà più grandi orientate a una produzione standardizzata, sul modello già osservato in altri paesi europei. Ha paragonato la varietà dei piccoli territori italiani a un codice genetico diffuso, sostenendo che il suo indebolimento comprometterebbe non solo la diversità alimentare e culturale, ma anche la capacità del sistema Italia di generare idee e valore.

Le domande del pubblico: morte, comunità e il confine tra benessere e benavere

Nel confronto con il pubblico, a una domanda su un possibile eccesso di idealizzazione della “non medicalizzazione” dei popoli delle terre estreme, Pant ha risposto distinguendo tra una mentalità moderna, che tende a rimandare il più possibile l’idea della morte come un collasso da contrastare, e una mentalità premoderna, riscontrata anche in alcune comunità di pastori italiani, che affronta la fine della vita come parte naturale di un percorso. A un’altra domanda sul confronto tra la vita comunitaria di un tempo e il modello di sviluppo attuale, Pant ha risposto distinguendo tra “benessere”, inteso come libertà dal bisogno e dall’angoscia, e “benavere”, l’accumulo di beni materiali che, a suo avviso, finisce spesso per rendere schiavi di ciò che si possiede. Ha portato come esempio la differenza tra un percorso pedonale immerso nel verde tra Alzate Brianza e Varese e la stessa distanza percorsa in automobile, indicando nel primo caso un esempio di benessere, nel secondo di semplice benavere. Ha inoltre ricordato la collaborazione, insieme all’architetta Elena Brusa Pasquè, al piano di ricostruzione post terremoto in Nepal del 2015, ipotizzando un possibile nuovo intervento dopo la recente valanga.

La serata si è chiusa con i ringraziamenti a Buytec e a Elmec Informatica per aver proposto e sostenuto l’iniziativa.