Mark Peterson, il fotografo che svela il lato oscuro dell'America: «Trump sta cercando di togliere la cittadinanza per diritto di nascita: se mai questo dovesse accadere, ci sarà un’altra guerra civile»
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Arrivano in una mostra le immagini del pluripremiato fotografo americano Mark Peterson, impegnato da anni nel documentare, attraverso il suo obiettivo senza filtri, il nazionalismo bianco e la sua crescente diffusione negli Stati Uniti

17 settembre 2026
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Mark Peterson, Donald Trump (particolare), dalla mostra White Noise, Bellinzona. © Mark PetersonMark Peterson
Scatti potenti, dal forte impatto visivo. Possono turbare, scuotere gli umori, suscitare reazioni, «ma sono atti necessari». Immagini che obbligano a fermarsi e riflettere.
È l’America impressa da Mark Peterson, fotografo statunitense che da anni documenta il clima divisivo instauratosi all’indomani dell’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca. Un processo segnato da un crescente nazionalismo e da tendenze autoritarie: il tema dell’immigrazione, il neonazismo e le idee di coloro che auspicano alla creazione di uno Stato etnico, solo per bianchi.
Il volto del suprematismo bianco
Foto realizzate in prima linea, con un'impronta documentaristica, protagoniste della mostra White Noise allo Spazio B5 di Bellinzona, in Svizzera. I 29 scatti scelti da John Lucas, curatore del Racial Imaginary Institute, sono tratti da una selezione di circa 120 fotografie realizzate da Peterson dal 2017 ad oggi, che indagano il fenomeno del suprematismo bianco e le sue ripercussioni nella società. Accanto ai ritratti dell’attuale presidente americano, compaiono una fotografia dell’imprenditore miliardario di origini sudafricane Elon Musk e le immagini di uomini con la svastica.
L'intervista a Mark Peterson
Classe 1955, Mark Peterson, fotografo vincitore di numerosi premi e riconoscimenti, con i suoi lavori è apparso sul New York Times, su Time e sul New Yorker, dove ormai è di casa, oltre che su altre testate internazionali. Lo abbiamo intervistato per farci raccontare da vicino il suo nuovo progetto.

Mark Peterson
Cosa l’ha spinto a dedicarsi a questo progetto in particolare, oggi presentato in questa esposizione?
«Fa parte di un lavoro che ho iniziato subito dopo l’insediamento di Trump alla Casa Bianca, nel 2017. Ci si interrogava molto su chi fossero i suoi elettori e su chi lo avesse votato. Sembrava che i giovani uomini bianchi fossero considerati una delle ragioni principali della sua elezione. Molti di loro avevano opinioni estremiste. Durante l’insediamento si erano svolti anche degli incontri dell’Alt-right [movimento di estrema destra] a Washington, dove alcune persone facevano il saluto nazista e gridavano “Heil Trump”. La gente ne parlava, ma non si vedevano immagini di queste persone. I Proud Boys [organizzazione nazionalista radicale] non erano ancora diventati un fenomeno rilevante. All’epoca quel tipo di organizzazioni erano, diciamo, sotto la superficie. Volevo quindi capire chi fossero queste persone, chi fossero queste organizzazioni e perché non fossero realmente presenti nel mainstream. Il mio intento era mostrare chi erano».
A proposito di Trump, sono presenti diverse fotografie in questa mostra. Quale ruolo ritiene abbia ha avuto la sua figura politica in riferimento ai temi che affronta, come il nazionalismo radicale?
«Oltre a occuparmi dei gruppi estremisti, mi interesso anche dei politici che riprendono la retorica che questi gruppi hanno iniziato a usare dieci o vent’anni fa e che oggi alcuni esponenti del Partito Repubblicano utilizzano contro gli immigrati e i rifugiati. Trump sta cercando di togliere la cittadinanza per diritto di nascita, se mai questo dovesse accadere, ci sarà un’altra guerra civile».
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Elon Musk è l’altra figura che appare qui, accanto al ritratto di Trump. Se dovesse definirli tutti e due con una sola frase, cosa direbbe?
«Credo che entrambi siano abituati a gestire le proprie aziende da soli, ed è così che vogliono gestire anche il governo: in modo autocratico. Su Elon Musk, basterebbe guardare alla sua storia, a chi sostiene e alle politiche che appoggia. Tutto questo porta a una visione fortemente isolazionista e centralizzata».
Lei era lì, dietro l’obiettivo, quando ha catturato Musk in quel gesto interpretato da molti come un saluto romano. Come ha vissuto e interpretato quel momento?
«È stato durante la cerimonia del secondo insediamento di Trump. A mio parere, stava facendo, come minimo, un saluto romano. Lui lo ha negato, ma il modo in cui si è toccato prima il cuore e poi ha esteso il braccio, era proprio il modo in cui lo fanno i suprematisti bianchi. Poi si è girato e l’ha fatto una seconda volta, verso il fondo del palco e verso il pubblico. È successo in un’arena, c’erano delle persone attorno a lui, l’ha fatto lì. Non credo sia stato un gesto accidentale. È uscito allo scoperto ed è stata la prima cosa che ha fatto. Sembrava voler dire: “Ora abbiamo preso il controllo di questo governo e siamo noi a dettare le idee”. La sua famiglia ha una storia legata alla supremazia bianca, può dire quello che vuole e noi tutti dobbiamo interpretare le parole che a volte utilizza».
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Mark Peterson. La parata inaugurale, svoltasi al chiuso a causa del maltempo, a Washington, il 20 gennaio 2025. Elon Musk ha rivolto questo saluto al pubblico poco prima che il presidente Trump prendesse la parola. © Mark Peterson
(C) Mark Peterson/Redux Pictures 2025E sull’immigrazione a cui accennava?
«Ho fotografato molto sul tema dell’immigrazione. Ero a Minneapolis durante l’ondata migratoria, quando l’ICE, l’agenzia federale americana per l’immigrazione, stava arrestando le persone, tirandole fuori dalle macchine. La scorsa primavera mi trovavo a Newark, nel New Jersey, nei pressi di un centro di detenzione molto attivo, dove le persone protestavano cercando di impedire ai veicoli di entrare e uscire, per le condizioni in cui versavano gli immigrati rinchiusi. In questo Paese abbiamo una politica sull’immigrazione molto restrittiva: al momento permettiamo l’immigrazione solo ai sudafricani bianchi. Abbiamo smesso di consentire l’immigrazione a tutti gli altri. Sono episodi che indicano la direzione che sta prendendo l’attuale amministrazione. Ecco perché è importante per me mostrare chi sono i soggetti alla base di questi problemi, dietro le quinte».
Nel corso della sua carriera di fotografo, è stato particolarmente dedito a raccontare realtà come il suprematismo bianco e le ideologie estremiste. Affrontarle così da vicino non deve essere facile. Cosa la motiva?
«So che le immagini sono inquietanti e mi dispiace se a volte possono avere un impatto negativo su chi le guarda. Ma io mi vedo come un medico che fa una radiografia o una TAC e trova un piccolo tumore all’interno del corpo: proprio di questo parla il mio lavoro. Alcuni dei dialoghi che questi estremisti usano, sono stati ripresi proprio dalla Casa Bianca. È quindi importante mostrare l'estremismo e la realtà di quel dialogo».
Come possiamo far fronte agli estremismi da lei documentati? Suggerimenti?
«Molte persone credono, forse hanno ragione, non lo so, che non dovremmo dare attenzione a questi gruppi, che non dovremmo fotografarli, che non dovremmo scrivere di loro. La pensano così in tanti. Personalmente, credo che gruppi come questi continueranno a esistere e a fare le loro cose: reclutare, terrorizzare le persone, far loro del male. Continueranno a fare tutto ciò nell’ombra, senza che la gente sappia chi le sta realmente facendo. Ecco perché, ancora una volta, ritengo importante denunciare e mostrare quello che fanno. Io fondamentalmente mi occupo di politica. Non è un aspetto che si può separare dal resto. La politica è tutta una questione di collisioni. E queste idee provengono dalle frange più radicali e affiorano poi in superficie».
Bisogna quindi portare alla luce i fatti, senza far finta di niente, senza voltare le spalle.
«C’è una cosa che avrei dovuto menzionare quando mi ha chiesto perché fotografare questi gruppi. In questo Paese, l’8% della popolazione non crede che la Shoah sia realmente avvenuta. Un altro 15-20% dei giovani non crede né che abbia avuto luogo né che siano morte così tante persone nei campi di sterminio: stiamo parlando di quasi 100 milioni di americani».
Abbiamo visto le sue foto dei neonazisti in marcia. Com'è possibile che movimenti del genere esistano ancora? Perché così tanta nostalgia per il nazifascismo?
«Credo che ogni individuo abbia una motivazione diversa per seguire convinzioni del genere. Molte persone si avvicinano a questi gruppi perché vogliono ordine, desiderano quell’idea di ordine che credono esistesse in passato, cosa che ovviamente non è vera, ma la desiderano. Cercano qualcosa da seguire e in cui credere».

Mark Peterson. Il Movimento Nazionalsocialista organizza una manifestazione a Newnan, in Georgia, seguita da una cerimonia con l'accensione di una svastica in un’altra città (2018). All’epoca era il più grande gruppo neonazista d’America. © Mark Peterson
L’antisemitismo è una delle forme di odio più antiche. Sembra impossibile da sconfiggere perché è in continua mutazione. Non si trova solo nell’estrema destra, ma circola nei vari rami della politica e della società, assumendo forme diverse. Come se lo spiega?
«È un cancro che sembra non scomparire mai. E come ha appena detto, ora è presente da entrambe le parti: prima era l’estrema destra a essere antisemita, ma ora lo si trova anche nell’estrema sinistra. E in questo Paese c’è una grande spaccatura. Poche settimane fa, il suprematista bianco Jake Lang ha fatto una marcia che si chiamava “N-Word March”, non dirò il nome per esteso, ma questa è la marcia che stava guidando, perché una donna era stata condannata per aver usato quella parola contro un bambino nero di nove anni, in un parco giochi. È un neonazista che è stato pure graziato da Trump».
Lei ha fotografato la caduta del Muro di Berlino. Quale pensa dovrebbe essere il prossimo “muro” a essere abbattuto?
«Vedere cadere il Muro di Berlino è stato incredibile e vedere le persone attraversare quelle aperture verso la libertà è stato bellissimo. In America, il muro al confine meridionale è stato usato politicamente per rappresentare gli immigrati, sulla base della loro razza, come assassini e spacciatori. Ai comizi di Trump, i suoi sostenitori gridano “Build the Wall” ancora e ancora. Sono appena stato a Dallas, alla convention di metà mandato e c’era un uomo che sta sempre in prima fila a tutti i comizi di Trump, vestito con un abito che sembra un muro di mattoni. Quindi, forse, questo sarebbe il primo muro che vorrei vedere cadere. O almeno che vorrei vedere andare in lavanderia».

L’uomo che occupa sempre le prime file ai comizi di Trump, con un abito su cui sono disegnati dei mattoni, descritto da Mark Peterson (Screenshot da video Instagram, markpetersonpixs)
La mostra
Da White Noise, dal** **18 settembre al 31 ottobre
ArtBabel – Spazio 5b, Bellinzona, Svizzera.
[email protected]
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