Manovra, pensioni: la rivalutazione degli assegni tra le «altre spese»
Pensioni: fondo per le uscite anticipate e nuovi tagli all’indicizzazione, dentro 1,7 miliardi che il Dpb chiama «altre spese».
In un documento che il governo ha mandato a Bruxelles c’è una riga con un nome qualunque: «altre spese». Dentro quella riga ci sono 1,7 miliardi da ridurre, ed è lì che, secondo le ipotesi di queste ore, dovrebbe pescare il nuovo taglio all’indicizzazione delle pensioni previsto dalla manovra. La notizia del giorno è il fondo per le uscite anticipateconcordato nel vertice di maggioranza. A me interessa di più quella riga.
Ogni famiglia che tiene i conti su un quaderno conosce l’ultima voce del mese, quella che si chiama “varie”. Ci finiscono il caffè al bar, il regalo per la nipote, la pila del telecomando. È la voce delle cose che non meritano un nome proprio. Ecco, nel Documento programmatico di bilancio l’adeguamento delle pensioni al costo della vita sta, più o meno, nella colonna delle varie.
Indice
- Che cosa prevede la manovra sulle pensioni anticipate?
- Come funziona l’indicizzazione delle pensioni oggi?
- Cosa cambierebbe con il nuovo taglio alla rivalutazione delle pensioni?
- Perché la rivalutazione delle pensioni finisce tra le «altre spese»?
- Cos’altro c’è nella manovra: banche, sanità, bollo auto e bollette?
- Che cosa dice la voce «altre spese» sulla legge di Bilancio?
Che cosa prevede la manovra sulle pensioni anticipate?
Ieri sera, l’ennesimo vertice dei leader di maggioranza si è chiuso con un’intesa. Intorno al tavolo c’erano la premier Giorgia Meloni, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, i vicepremier Antonio Tajani e Matteo Salvini e il leader di Noi Moderati Maurizio Lupi.
L’intesa, sulla previdenza, è questa: la legge di Bilancio metterà da parte un fondo da qualche centinaio di milioni per finanziare forme limitate di pensionamento anticipato. Le regole si scriveranno il prossimo anno, a gennaio, quando sarà approvata l’ultima manovra della legislatura.
Il nodo era tutto interno. La settimana scorsa la Lega aveva posto un veto, raccontato dal Sole 24 Ore del 23 ottobre: senza misure sulle uscite anticipate, aveva chiarito Salvini, il partito non avrebbe votato la legge di Bilancio. Sul tavolo c’era la proposta di far uscire i lavoratori a 64 anni con 36 anni di contributi, una versione ridotta della vecchia Quota 100.
Lo stallo si è sciolto rinviando. Si mette il fondo adesso, si decide dopo, e i canali di flessibilità in uscita si apriranno solo per poche platee selezionate.
È lo stesso schema del 2018, con meno soldi. Allora la legge di Bilancio per il 2019 istituì il Fondo per la revisione del sistema pensionistico: dopo le limature chieste da Bruxelles, furono stanziati 3,9 miliardi per il 2019 e 8,3 per il 2020, contro i 6,7 miliardi per il 2019 e 7 a regime previsti nella prima versione del disegno di legge. Le regole di Quota 100 arrivarono dopo, con un decreto di inizio 2019. Oggi la cifra si misura in centinaia di milioni.
C’è anche un contorno da tenere a mente. Dal 1° gennaio 2027 scatta comunque un primo aumento dei requisiti per la pensione legato alla speranza di vita. Il fondo apre una porta laterale mentre quella principale si sposta un po’ più in là.
Come funziona l’indicizzazione delle pensioni oggi?
Prendiamo una pensionata di Ancona, ex impiegata comunale, con un assegno di 2.800 euro lordi al mese. Ogni gennaio la sua pensione viene aggiornata in base all’inflazione dell’anno prima. Si chiama perequazione automatica, o rivalutazione, o indicizzazione: tre nomi per la stessa cosa, cioè fare in modo che con la pensione si compri, l’anno dopo, più o meno quello che si comprava l’anno prima.
L’aggiornamento non è uguale per tutti. Il metro di misura è il trattamento minimo Inps, che nel 2026 è salito a 611,85 euro al mese. Le regole in vigore quest’anno sono queste: rivalutazione piena per la parte di pensione fino a quattro volte il minimo, al 90% tra quattro e cinque volte, al 75% oltre cinque volte. L’indice provvisorio per il 2026 è stato dell’1,4%.
Il meccanismo, oggi, funziona a fasce. La pensionata di Ancona riceve l’aumento pieno sui primi 2.400 euro circa e il 90% dell’aumento solo sulla parte che sta sopra. È come una scala: ogni gradino paga la sua percentuale, e nessuno perde l’aumento pieno sulla parte bassa del proprio assegno.
Per chi sta in fondo alla scala c’è qualcosa in più: per il 2026 è confermato un incremento aggiuntivo dell’1,3% per le pensioni pari o inferiori al minimo.
Quando l’inflazione sale, questo meccanismo costa. Ed è per questo che, ogni volta che i prezzi corrono, la rivalutazione torna sul tavolo di chi scrive la manovra.
Cosa cambierebbe con il nuovo taglio alla rivalutazione delle pensioni?
Le coperture della manovra, secondo più fonti, comprendono un nuovo intervento sull’indicizzazione. L’idea è tornare a usare le forbici, tagliando più a fondo man mano che l’assegno cresce.
Il modello è quello del 2023-24. Allora la legge 197 del 2022 stabilì che la rivalutazione fosse riconosciuta così:
- 100% per gli assegni fino a quattro volte il minimo;
- 85% tra quattro e cinque volte;
- 53% tra cinque e sei volte;
- 47% tra sei e otto volte;
- 37% tra otto e dieci volte;
- 32% oltre dieci volte il minimo.
C’era poi una differenza meno visibile. In quel biennio la percentuale si applicava sull’importo complessivo dell’assegno, non più per fasce. La pensionata di Ancona, cioè, non avrebbe avuto l’aumento pieno sui primi 2.400 euro e quello ridotto sul resto: avrebbe avuto l’85% su tutto.
Proviamo con un’inflazione ipotetica del 2%, giusto per vedere le proporzioni. Con le regole di oggi il suo assegno salirebbe di circa 55 euro al mese. Con il modello 2023-24 salirebbe di circa 47-48. La differenza è di 7-8 euro al mese, un centinaio l’anno con la tredicesima. Non sono cifre che cambiano una vita, però restano perse anche negli anni dopo, perché ogni rivalutazione si costruisce sopra quella precedente.
Nel 2023 il contesto era un altro. La guerra in Ucraina aveva fatto esplodere i prezzi, l’indice di perequazione fu del 7,3%, e la stretta portò coperture per 2,1 miliardi nel 2023 e per 4 miliardi l’anno nel biennio successivo. Oggi l’inflazione non è a quei livelli, e anche l’obiettivo è più piccolo: stare dentro quegli 1,7 miliardi di «altre spese» da ridurre che compaiono nell’ultimo Dpb inviato a Bruxelles.
Le percentuali per le diverse fasce non sono ancora decise. Dipendono da come si chiuderà il resto della manovra. Il disegno di massima, per quel che si sa, proteggerebbe le pensioni più basse e potrebbe rinnovare qualche sostegno alle minime.
Perché la rivalutazione delle pensioni finisce tra le «altre spese»?
Torno al quaderno dei conti. La voce “varie” ha una caratteristica: è quella da cui si taglia per prima, perché nessuno ci si affeziona. Non ha un volto. Se a fine mese mancano cinquanta euro, si rinuncia al caffè al bar, non alla bolletta della luce.
Ora, l’indicizzazione di una pensione non è una spesa nuova che lo Stato decide di fare. È la manutenzione di una promessa già fatta: ti verso un assegno, e quell’assegno deve valere domani quanto vale oggi. Chiamarla «altre spese» è tecnicamente corretto, nella grammatica dei documenti di bilancio. Ma racconta bene come la si guarda da Roma: una voce senza volto da cui si può limare.
Io la leggo così. La rivalutazione non è un costo che lo Stato aggiunge, ma una perdita che lo Stato decide di non far pagare ai pensionati. Quando la si taglia, la perdita torna a loro. In silenzio, perché nessuno riceve una lettera con scritto “quest’anno la sua pensione vale un po’ meno”. Riceve un aumento, solo più piccolo.
Lo so che i tagli colpirebbero gli assegni più alti, e che chi prende 2.800 euro lordi non è povero. È vero. Però quattro volte il minimo sono circa 2.400 euro lordi, che al netto delle tasse diventano una cifra da ceto medio, non da privilegiato. E il modello 2023-24 colpiva anche lì, con quell’85% applicato sull’intero assegno.
Poi c’è una sproporzione che salta all’occhio mettendo le due notizie una accanto all’altra. Da una parte un fondo da qualche centinaio di milioni per far uscire prima alcuni lavoratori. Dall’altra un taglio che può arrivare a 1,7 miliardi sulle pensioni di chi è già uscito. Non sono vasi comunicanti nei conti: le coperture della manovra sono un unico grande paniere. A me però l’immagine resta: chi è già in pensione contribuisce, con il suo assegno, all’equilibrio di una manovra che promette pensioni anticipate ad altri.
Per la cronaca, il testo ufficiale suonerebbe più o meno così: si dispone la riduzione delle altre spese, ivi compreso il potere d’acquisto dei trattamenti pensionistici superiori a quattro volte il minimo. Nessuno lo scriverà mai in questi termini. È quello che succede.
Cos’altro c’è nella manovra: banche, sanità, bollo auto e bollette?
Il consiglio dei ministri sulla manovra, previsto per oggi, è stato riprogrammato a domani in tarda mattinata. Prima della riunione vanno sistemati altri pezzi.
Il primo riguarda l’energia. È ancora aperto il negoziato con l’Unione europea sull’uso della clausola di salvaguardia, e dal lato del governo si respira un certo ottimismo. Roma vorrebbe farci entrare anche una quota di spesa corrente, per finanziare un aiuto diretto a pagare le bollette delle famiglie in difficoltà economica. Se Bruxelles dicesse sì, si libererebbe per altre misure una parte dei 10,3 miliardi di coperture del capitolo interno della legge di Bilancio.
Il secondo pezzo sono le banche. Il pacchetto di misure che deve raccogliere i 5 miliardi messi in conto nel programma inviato a Bruxelles è stato affinato nel vertice. La forma definitiva arriverà dopo un incontro tra il viceministro dell’Economia Maurizio Leo e l’Abi, l’Associazione bancaria italiana, che potrebbe tenersi già oggi.
Sulla sanità, lo schema uscito dal vertice non prevede un nuovo aumento del fondo sanitario nazionale. Il fondo seguirà la traiettoria già scritta nei conti tendenziali: dai 148,84 miliardi del 2026 ai 151,67 miliardi del prossimo anno. C’è invece spazio per un possibile ritocco all’insù del tetto di spesa sui dispositivi medici, tra lo 0,20 e lo 0,40% in più, per attenuare il payback, cioè la quota di sforamento della spesa pubblica che le imprese del biomedicale sono chiamate a restituire.
Infine, famiglie e ceto medio. Tra le ipotesi c’è l’estensione dell’esenzione dal bollo auto a tutte le prime auto di proprietà.
Che cosa dice la voce «altre spese» sulla legge di Bilancio?
Le leggi di Bilancio hanno due modi di parlare. Uno è quello delle bandiere: il fondo per le uscite anticipate, il bollo, l’aiuto sulle bollette. Hanno un nome, un padre politico, un titolo di giornale. L’altro è quello delle colonne di numeri, dove le cose non hanno nome e si chiamano «altre spese».
Il punto è che le bandiere si pagano con le colonne. Voglio dire: dietro ogni misura che ha un nome ce n’è una senza nome che ne copre il costo. E spesso quella senza nome tocca più persone della prima.
Il fondo per le uscite anticipate riguarderà poche platee selezionate, con regole che ancora non esistono. La rivalutazione delle pensioni riguarda tutti i pensionati sopra una certa soglia, ogni gennaio, per il resto della loro vita. Una è una porta che forse si aprirà. L’altra è un rubinetto che si stringe un poco ogni anno, e nessuno sente il rumore.
Penso a un tavolo di cucina, una sera di febbraio, il cedolino Inps aperto accanto al quaderno dei conti, una pensionata che confronta l’aumento con il prezzo del pane e della luce, scopre che i conti non tornano per qualche euro, prende la penna e, come ogni mese, toglie qualcosa dall’ultima riga.
Quella riga, nel suo quaderno, si chiama “varie”. In quello dello Stato, si chiama «altre spese». È la stessa riga.