Manifesto (estetico) di possibilità: Valentino Primavera Estate 2027
Da pochi mesi nominato direttore creativo di Valentino, sul palco delle BoF Voices del 2024 Alessandro Michele disse di sentirsi come “una pianta esotica inserita in un giardino esistente”, spiegando come il suo compito non fosse mimetizzarsi, bensì innestare l’estetica della maison con la propria, personalissima cifra. Una promessa mantenuta anche oggi negli spazi suggestivi della Bibliothèque Sainte-Geneviève dove gli ospiti vengono fatti accomodare lungo i tavoli da lettura illuminati da lampade ministeriali.
Colto, dibattuto, polarizzante, sa come progettare bellezza e come orchestrare uno show poiché la storica cornice, immensa eppure dotata di un suo fascino intimo, crea un cortocircuito magnetico con il mash-up techno tra Music di Madonna, Party di Troye Sivan, e Voices In My Head di Anyma che funge da colonna sonora di collezione e, naturalmente, con gli abiti che sfilano; uscite opulente, preziose, i confini con la couture sfumatissimi, il desiderio di avere l’occasione perfetta per poterli indossare ad accendersi un look dopo l’altro. E forse chissà, c’era anche questo negli intenti dello stilista romano che qualche ora avanti il défilé affidava a una nota diffusa mezzo Instagram un suo pensiero sulla Moda; su capi che trascendono la logica della funzionalità e del consumo appartenendo interamente al regno delle possibilità.
La suggestione? La monumentale libreria di Umberto Eco; trentaduemila volumi - solo quelli moderni, oggi custoditi a Palazzo Poggi a Bologna - accostati nel personalissimo criterio del semiologo e molti dei quali mai letti. “L’antibiblioteca – scriveva Alessandro Michele – non è un monumento all’erudizione, ma uno strumento di ricerca, in cui i libri non letti rappresentano la parte più preziosa della collezione: una forma di capitale cognitivo potenzialmente senza limiti, che rende sempre possibili nuove scoperte”. Ed ecco il parallelismo con gli abiti che la Moda produce ad ogni stagione, con oggetti che “possono abitare la vita di molte persone in modi che vanno oltre l’essere indossati”, magari semplicemente fruiti da uno scroll veloce, o da uno schermo in cui mantengono intatta tutta la loro forza dirompente, arpionando lo sguardo anche se, amaramente, ci domandiamo dove mai potremmo vestirli.
Quei top sorbetto in pizzo, quegli abitini magenta in duchesse drappeggiata a sbocciare in grandi fiocchi ballonzolanti ad ogni passo, quelle longuette in velluto jacquard profilate di finto marabù, o quei midi dress finemente plissettati che ricordano il savoir-faire (uno dei tanti) del signor Valentino Garavani. Tinte gioiello che seducono, contrasti materici che catturano come nel pullover a trame larghe sul sarong in pizzo con frange, o come nella giacca in pelle smeraldo stretta in vita da una doppia cintura con le iconiche borchie piramidali, allungata su una millefoglie di seta fucsia; qua e là l’innesto streetwear di una camicia check, o di un baseball cap per villain teen.
Tracce disseminate di quotidianità in un guardaroba fastoso, ricco, tra abitini di paillettes liquide multicolori e ventagli plissé, tra cascate di bijoux a migrare sulla giacca in tweed, tra blazer dai bottoni gioiello di memoria anni Ottanta e abiti con ruches brulicanti di perline, l’apogeo raggiunto nel finale di long dress dallo strascico finemente plissettato e decorato di grande fiocco.
Un’Antibiblioteca, come da titolo di questo défilé Valentino Primavera Estate 2027, per una Moda che non si misura soltanto nella possibilità di essere indossata, ma nella capacità di allargare il campo del desiderio, mettendo in circolo forme, silhouette e modi di abitare il corpo che possono esistere anche senza trovare una destinazione reale.
“Anche i capi che non indosseremo mai non diversamente dai libri che restano chiusi sugli scaffali, ci parlano delle vite che avremmo potuto vivere. Non come rimpianti, ma come promesse – concludeva Michele con un pensiero che merita di essere ripotato per intero –. Perché la loro semplice presenza, in quanto possibilità, rende il mondo più vasto, più ricco, più abitabile. In fondo, forse un frammento di felicità nasce proprio da questo: dalla capacità profondamente umana di ampliare continuamente il campo di ciò che possiamo immaginare e di vivere, anche solo per un istante, in mondi che devono ancora venire. O che forse non verranno mai”.
GLI ESSENZIALI














