"Mamma, vuoi più bene al telefono o a me?”: cosa dice la scienza sul phubbing genitoriale?

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  • Che cos’è il phubbing genitoriale?
  • Cosa succede quando un bambino viene ignorato?
  • Come cambia l'impatto del phubbing a seconda dell'età?
  • Idealizzare modelli genitoriali utopici e frustranti
  • Strategie di digital detox familiare

Parliamo di phubbing genitoriale, ovvero, di quando i genitori snobbano i propri figli perché troppo immersi nello scrolling compulsivo o nelle irresistibili conversazioni con gente che si trova altrove e delle conseguenze che questo comportamento può avere sui figli. Ma attenzione a non demonizzare qualsiasi tipo di interazione con dispositivi elettronici, spinti dall’idea del raggiungimento di modelli di genitorialità utopici e frustranti.

Il bisogno di rassicurazioni affettive è insito nella natura umana, in qualsiasi relazione, compresa quella genitori-figli. Così come la competizione tra fratelli per guadagnarsi l’attenzione e il tempo di mamma e papà. Rivali alla pari, ognuno con i suoi punti deboli e con le sue carte da giocare per guadagnare terreno. Ma da qualche anno il competitor gioca ad altri livelli: non c'è sfida alla pari con uno smartphone, progettato per offrire le migliori esperienze, sempre e comunque.


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Che cos’è il phubbing genitoriale?

Un fenomeno dalle caratteristiche chiare e con un nome esplicito: phubbing genitoriale, nasce dall'unione delle parole inglesi phone e snubbing (snobbare). Il phubbing è l’atto di ignorare - non intenzionalmente - chi ci sta accanto, in questo caso i figli, perché si è troppo concentrati a osservare lo schermo. Un gruppo di ricercatori dell'Università Bicocca di Milano ha dedicato allo studio di questo comportamento una ricerca dal titolo eloquente: "Mom, Dad, look at me – The development of the Parental Phubbing Scale".

Gli autori hanno creato la Parental Phubbing Scale (PPS), il primo strumento validato per misurare quanto un adolescente percepisce di essere "snobbato" dai genitori a favore dello smartphone (distinguendo in paterno e materno) e l’hanno validato su un campione di 3.289 adolescenti, mostrando una relazione proporzionale tra la percezione di essere "phubbato" da un genitore, e la connessione con esso. Il phubbing rappresenta una grande minaccia anche per il bisogno di appartenenza al nucleo familiare e intacca la qualità della comunicazione familiare.

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Charles Gullung//Getty Images

Cosa succede quando un bambino viene ignorato?

Still Face indica l’interruzione dell’interazione e l’assunzione di un’espressione neutra, immobile. In psicologia è studiata da tempo per capire come reagisce il bambino quando perde il contatto: prova disagio, si agita, piange, e quando lo recupera non sempre reagisce con gioia, può anche manifestare rabbia e tristezza. Si parla ora di una versione digitale di questo fenomeno, quando un genitore passa improvvisamente dall’interazione con il bambino a ignorarlo per fissare lo schermo, e il volto si svuota di espressività.

Il bambino si trova a sperimentare un vuoto relazionale, con conseguenze importanti in diverse aree dello sviluppo. Prima di tutto per quanto riguarda linguaggio e apprendimento, perché un genitore distratto dal telefono riduce le occasioni di dialogo con il bambino, e poiché il linguaggio si costruisce con l’interazione, possono esserci interferenze nello sviluppo linguistico e nel percorso scolastico; poi attenzione e autoregolazione, a causa di interruzioni continue il bambino non si abitua a sperimentare attenzione e a gestire la regolazione emotiva e infine emotività e autostima: sentirsi "invisibili" agli occhi di chi dovrebbe guardarti può minare l'autostima e la sicurezza emotiva, con effetti che possono trasferirsi sulle relazioni con i coetanei.

Come cambia l'impatto del phubbing a seconda dell'età?

L'età rappresenta una variabile decisiva. Nella primissima infanzia (0-3 anni) il rischio è più diretto e biologico, questo perché è il periodo in cui il cervello costruisce il maggior numero di connessioni neuronali della vita, e lo fa in gran parte grazie alla qualità delle relazioni. Il maternal phubbing porta a essere meno disponibili sul piano relazionale, emotivo e attentivo nella quotidianità, e questo si traduce in un minore sviluppo delle competenze sociali, non solo a livello di linguaggio.

Nella scuola primaria (6-10 anni) aumenta il rischio precoce di ansia e sintomi depressivi tra i bambini che hanno subito il phubbing genitoriale in modo più intenso, a cui si somma un possibile impatto su autocontrollo e rendimento scolastico. In questa fascia entra in gioco anche l’esposizione diretta ai dispositivi: secondo il rapporto "Educare al digitale" di Save the Children, circa un bambino su tre tra i 6 e i 10 anni usa lo smartphone quotidianamente.

Passando all’adolescenza, “Mommy, do you love your phone more than me?" è la ricerca che ha coinvolto 600 ragazzi coinvolti, tra i 12 e i 17 anni pubblicata su Frontiers in Psychology nel 2026. Lo studio ha misurato con una scala specifica (Device Attachment Interference Scale) come la percezione di distrazione genitoriale sia direttamente correlata a punteggi più elevati di ansia relazionale e fenomeni di evitamento. I giovani che percepiscono i genitori maggiormente assenti e poco disponibili sono soliti mostrare pattern di attaccamento insicuro e ansioso, con la tendenza ad abbassare l’autostima e la fiducia in sé.

Idealizzare modelli genitoriali utopici e frustranti

Dobbiamo però fare attenzione a non demonizzare a priori l’uso di dispositivi che fanno ormai parte della nostra quotidianità e sono strumenti di lavoro e comunicazione. Uno spot lanciato a giugno per promuovere "Non è mai troppo presto", la campagna del Ministero della Salute e della Presidenza del Consiglio pensata per sensibilizzare i neogenitori sull'uso del digitale nei primi anni di vita dei figli. La mamma allatta e chatta, il papà fa un selfie del nuovo assetto familiare e qualche anno dopo la mamma cerca di lavorare nel caos domestico e al bambino viene dato un tablet per abbassare il ritmo e permettere agli adulti di proseguire con i propri obblighi. "Lo schermo può aspettare. Loro no." Sipario.

Evidentemente, non è corretto sostituire alla relazione umana un device e ci sono infinite proposte alternative, però. C’è un però. I neogenitori devono essere invitati a fare meglio, non giudicati moralmente. A volte lo schermo è la soluzione che ti tira fuori da una situazione complessa che non ha tempo di essere discussa e valutata. Se c’è una scadenza si deve agire rapidamente ed efficacemente. Una madre che allatta - e allattare può essere davvero lungo - deve davvero sentirsi in colpa se manda un vocale alle amiche? Se cerca supporto approfittando del momento di tranquillità di cui dispone durante il post parto? Cosa dovrebbe fare durante le minimo otto poppate quotidiane, che possono durare mediamente venti minuti l’una per essere considerata una buona madre?

La consapevolezza è importante, la sopravvivenza anche e la virtù sta nel mezzo. La cura del neonato è totalizzante e ripetitiva, leggere, guardare una serie, comunicare, sono fondamentali per mantenere la mamma attaccata al mondo e alla sua vita. Maggiore supporto nei servizi dell’infanzia e nei congedi sarebbero invece graditi, così come imparare a distinguere tra un uso del device come sostitutivo dell’attenzione e un uso complementare alla vita reale da mettere in atto in momenti di necessità.

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Noel Hendrickson//Getty Images

Strategie di digital detox familiare

Bisogna fare attenzione alle proprie abitudini anche perché la dipendenza dei genitori dallo schermo si collega alla dipendenza che si ripropone nei figli. Nel comportamento dei figli la mimesi (o mimetismo) è un meccanismo psicologico, sociale ed evolutivo centrale, che consiste nell’assimilazione dell’altro per costruire la propria identità e imparare a muoversi nel mondo. Il modello genitoriale pesa più di qualsiasi discorso educativo, perché spiegare a un figlio di limitare l’uso di schermi quando gli adulti di riferimento sono sempre connessi genera un’evidente incoerenza, compromettendo la credibilità.

Mettiamo quindi da parte i sensi di colpa, perché lo smartphone è ormai uno strumento di lavoro, di organizzazione familiare, di sicurezza, e cerchiamo di riconoscere quando si trasforma in un pericolo per la sua capacità di sottrarre presenza. Ecco alcune indicazioni da applicare per interrompere la catena mimetica:

  • Nominare il perché della propria distrazione, ad esempio, dire che si sta rispondendo a un messaggio, quantificare il tempo, invece di piombare improvvisamente in un silenzio indeterminato.
  • Mantenere momenti "phone-free" espliciti e ricorrenti, come i pasti, l’ora di andare a dormire e il tragitto verso scuola. Il telefono non deve essere presente, eccetto situazioni speciali.
  • Se poniamo un limite ai figli, rispettiamolo noi per primi, altrimenti perdiamo ogni tipo di credibilità.
  • Nella primissima infanzia la disponibilità relazionale del genitore incide maggiormente sullo sviluppo neurologico e sociale, tenerlo presente aiuta ad autolimitarsi.
  • Il presente è uno, non possiamo pensare di essere in mille posti contemporaneamente. Impariamo a separare spazi e tempi, e spostarci per usare il telefono, e poi tornare per stare insieme davvero.