Madeleine de Sinèty, la fotografa di una vita tra le vite - Arte - Ansa.it
(di Elisabetta Stefanelli)
Il lavoro semisconosciuto, solitario
di Madeleine de Sinéty (1934-2011) riemerge ora
dall'invisibilità in cui spesso precipitano le artiste in una
splendida mostra parigina a Jeu de Paume, la prima retrospettiva
che le viene dedicata
in cui ovviamente vengono esposti una serie di scatti inediti.
La fotografa nasce da una nobile famiglia nel 1934, in uno
spettacolare castello, Chateau Valmer, nella Valle della Loira
che poi verrà distrutto da un incendio quando lei ha appena 14
anni. Madeleine studia alla Scuola nazionale di arti decorative
di Parigi e si appassiona immediatamente alla fotografia, tanto
da partire nel 1959 con il giornalista Francoise de Saint Marie,
a bordo di una Renault 4 CV per un lungo viaggio che li porterà
fino a Bagdad. È la prima delle esplorazioni che l'artista
compirà nella sua vita, sempre alla ricerca dell'umanità nel suo
vivere quotidiano, quasi in un continuo ritratto di famiglia. Lo
farà spesso in bianco e nero, e tutte le sue esposizioni in vita
(in particolare in occasione di una mostra alla Bibliothèque
nationale de France nel 1996 e di un'altra negli Stati Uniti,
presso il Portland Museum of Art nel Maine, nel 2011) sono state
soltanto in bianco e nero, mentre qui vengono esposte per la
prima volta le immagini a colori, di una bellezza struggente.
Madeleine de Sinéty ha iniziato il suo percorso artistico a
Parigi come illustratrice di moda per riviste, voleva scrivere,
voleva creare ma poi l'occhio dietro la macchina fotografica ha
preso il sopravvento. All'inizio, nel 1970, cattura con immagini
il suo quartiere, la zona intorno alla stazione ferroviaria di
Montparnasse, allora in rapida trasformazione, per passare poi
alle strade di New York, dove ha soggiornato più volte con il
marito, Daniel Behrman, un giornalista americano conosciuto a
Parigi. Con lui partirà per un lungo reportage nell'America
delle periferie, sulle tracce dei treni a vapore e stringe un
legame con i ferrovieri. È storia di vita quotidiana, spesso dei
luoghi dove la sua vita la porta, come il piccolo villaggio di
Poilley, in Bretagna, dove si stabilì negli anni Settanta e
scattò oltre 50.000 fotografie in un decennio, così come a
Rangeley, negli Stati Uniti, dove visse gli ultimi venticinque
anni della sua vita.
Così anche la mostra di Jeu de Paume si divide per temi che
sono luoghi e diventano persone, tracce di gesti spesso
dimenticati. Ci sono i Vapeurs, appunto i treni a vapore, che
ricordano quelli dell'infanzia e comunque un mondo grigio,
fumoso, che andava scomparendo. Poi Paris dèmoli, ovvero i muri
scalcinati di Montparnasse dove vivevano artisti, si ritrovavano
nei piccoli caffè, tra affissioni e e scritte improvvisate. Ma
sono spesso i bambini i suoi soggetti preferiti colti in un
momento di pausa nelle giornate scatenate nella strada, con gli
occhi scintillanti. Poi il villaggio della Bretagna, con i suoi
riti contadini anche qui come congelati nel tempo, gesti
quotidiani, semplici che nelle sue immagini sembrano fissati
nell'eternità. Infine New York e il Maine, gli Stati Uniti, per
niente patinati, ma quelli ancora una volta della fatica degli
uomini e delle donne, del lavoro che sia tra i grattacieli o
nelle colline sconfinate.
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