Loose Buttons – You Came To See Magic

Alle tre e qualcosa di notte, dopo il quarto ascolto, ho finalmente capito qual è il problema con i Loose Buttons: sono decisamente troppo normali.
Non hanno sciolto la band, non hanno litigato in pubblico e non hanno nemmeno inciso un disco di synth-pop concettuale sul collasso dell’Occidente.
Non hanno annunciato il loro ultimo album e non sono andati a vivere a Berlino per trovare se stessi; hanno semplicemente fatto un altro disco. Sono quattro tizi che suonano insieme da così tanto tempo da far venire nostalgia anche a chi non li ha mai incontrati prima, e viene da chiedersi che razza di comportamento sia questo.

Credit. Bandcamp

“You Came To See Magic” arriva con un titolo che sembra promettere un trucco da prestigiatore e invece ti consegna undici canzoni su amici, amore, matrimonio, vecchie notti e New York, insieme al sospetto – orrore! – che forse la vita che volevi non fosse poi così diversa da quella che hai già.
È quasi offensivo, perché noi dalle nostre rock band vogliamo la sofferenza, il disastro, il tradimento, o magari il bassista che sparisce in circostanze misteriose.
Vogliamo leggere interviste in cui il cantante dichiara di non sopportare più gli altri tre, e invece i Loose Buttons sembrano essersi divertiti e, peggio ancora, sembrano volersi bene.

Il disco parte con “My Gemini”, che mette subito sul tavolo la roba classica: notte, alcol, amici, sesso e quella sensazione tipicamente cittadina di essere contemporaneamente dentro una festa e fuori dalla propria vita.
È il genere di canzone che New York ha prodotto a tonnellate negli ultimi vent’anni, eppure funziona, perché la band non è interessata a raccontarci la città come se fosse una cartolina.
La conoscono troppo bene per dover dimostrare di essere newyorkesi: non hanno bisogno di nominare Williamsburg ogni tre versi o di farti sapere che conoscono il tizio che una volta ha aperto per gli Strokes. Sono semplicemente cresciuti dentro quella macchina che, dopo un po’, diventa memoria.

Ed ecco “Just A Boy In A Band”, ed è qui che bisogna fermarsi. Sulla carta potrebbe sembrare una delle tracce più stupide del disco – dopotutto, dire “just a boy in a band” dopo tutti questi anni suona quasi come una battuta – e invece ne rappresenta il cuore pulsante.
Il rock’n’roll ti insegna da giovane che devi andartene dalla tua città, fare il grande salto, suonare davanti a folle oceaniche e diventare, insomma, un’altra persona.
Poi però passano quindici anni e scopri che sei ancora esattamente quello che eri, solo con molte più fotografie. Ma forse è proprio questa la vera magia: i Loose Buttons hanno trovato la giusta “crew”.

Non hanno scoperto la formula per conquistare il mondo, ma hanno trovato le persone con cui vale la pena non conquistarlo, il che è una cosa molto più difficile da vendere sul mercato.

A questo punto l’album rischierebbe di diventare insopportabilmente sentimentale se non fosse per l’improvvisa e inspiegabile comparsa di Jon Hamm in spiaggia. Non chiedetemi perché sia lì e non voglio nemmeno saperlo, voglio soltanto che rimanga così.
È proprio questo tocco assurdo a impedire a “You Came To See Magic” di trasformarsi nel classico disco di quattro quarantenni che guardano malinconicamente vecchie foto mentre una chitarra acustica suona in sottofondo.
Grazie a Dio, i Loose Buttons ci ricordano che la maturità non significa affatto smettere di essere idioti, ma che forse significa finalmente poterselo permettere.

Il vero centro del disco resta comunque “Dream Life Rotation”, dove succede qualcosa di profondo.
Gli amici crescono, qualcuno si sposa e le vecchie serate diventano ricordi; le persone che conoscevi a vent’anni ormai hanno una casa, un lavoro, qualche problema alla schiena e probabilmente un algoritmo che continua a consigliargli podcast sulla finanza personale.
Tu li guardi e ti chiedi quando sia successo, ma la cosa più bella è che Eric Nizgretsky non cerca risposte, non tenta di tornare indietro e non vuole essere di nuovo quel ragazzo: vuole soltanto sapere se quelle persone saranno ancora lì.
In quel momento capisci che l’album non parla del successo, ma della durata, che è un concetto molto più spaventoso e, al tempo stesso, decisamente più romantico.

Con “My Side Of The Bed” entriamo invece in un territorio pericoloso, perché una rock band che comincia a parlare del proprio lato del letto rischia seriamente di perdere la licenza.
Il pezzo però funziona proprio perché non cerca di rendere eroica la normalità. Qui la normalità è il premio: la persona che torna a casa, le abitudini quotidiane e l’amore quando ha finalmente smesso di essere una catastrofe.
In un’epoca in cui ogni artista si sente in dovere di trasformare qualsiasi esperienza in contenuto sacrificabile, i Loose Buttons fanno una scelta assurda: si tengono la propria vita. E anche quando arriva “Dressed In White”, con il suo carico di matrimoni, rughe e anni, il disco rifiuta comunque di fare il bravo e di dichiararsi definitivamente “adulto”.

A rompere gli indugi ci pensa “Come To Brazil”, che irrompe sul finale come un invitato ubriaco a una cerimonia elegante. Tra merchandising, successo e sogni di gloria da rockstar portati fino al punto da diventare una barzelletta, il brano chiude il cerchio in modo perfetto.
Se “Just A Boy In A Band” era il ragazzo che ammetteva di non essere diventato la star che immaginava, “Come To Brazil” è quello stesso ragazzo che finalmente ottiene tutto ciò che voleva, scoprendo però che il problema non era quello.

Questa sarebbe la parte in cui dovrei dirvi che “You Came To See Magic” è un capolavoro, ma non lo è e non ha alcuna intenzione di esserlo.
È un lavoro troppo irregolare, troppo affezionato alle proprie piccole storie e troppo poco interessato a dimostrare qualcosa.
Ha canzoni che ti prendono al primo ascolto e altre che hanno bisogno di starti accanto per qualche sera.
Non cambierà il rock, non salverà New York e non trasformerà i Loose Buttons nella band più grande del mondo, ma a loro probabilmente non importa nulla.
Dopo quindici anni hanno già fatto la cosa più difficile di tutte: sono ancora quattro persone che vogliono stare nella stessa stanza a scrivere canzoni e salire sul palco, continuando a prendere in giro il sogno della rockstar mentre, sotto sotto, una parte di loro continua a crederci.

È proprio questa contraddizione a rendere bello il disco. I Loose Buttons vogliono ancora la magia, solo che adesso hanno capito che non consiste nel diventare famosi, ma nel guardarsi intorno dopo tutti questi anni e scoprire che il pubblico, i tuoi amici, la persona che ami e la band sono ancora incredibilmente lì insieme a te.

Alle tre e qualcosa di notte il disco finisce: non è successo niente, ed è successo tutto. Forse, in fin dei conti, il trucco è proprio questo.