Lombardia nella morsa dei data center: migliaia in corteo per chiedere lo stop a nuovi impianti

Ieri oltre un migliaio di persone, rappresentanti di 40 comitati civici No data center, si sono ritrovate in piazza Scala a Milano per protestare contro il proliferare delle strutture

Ieri oltre un migliaio di persone, rappresentanti di 40 comitati civici No data center, si sono ritrovate in piazza Scala a Milano per protestare contro il proliferare delle strutture

Milano, 11 ottobre 2026 – Abbiategrasso, Bollate, Cesano Boscone, Cesate, Lacchiarella, Magenta, Peschiera Borromeo, San Bovio, Rho, Siziano, Sedriano, Settimo Milanese, Vittuone: ieri pomeriggio la protesta contro il proliferare dei data center in Lombardia ha unito i residenti dei Comuni intorno a Milano.

E non solo: a dar manforte anche alcuni rappresentanti dei comitati di Pavia e del Piemonte. In piazza Scala, cuore della metropoli, si sono così ritrovati i rappresentanti di 40 comitati civici, oltre un migliaio di persone. Una sola richiesta inviata trasversalmente a Governo, Regioni e amministrazioni comunali: basta autorizzare nuovi data center.

Meglio fermarsi, aprire il confronto su una legge nazionale e su un piano nazionale, rivedere la legge varata dalla Regione Lombardia, considerata debole, e solo allora decidere quanti e quali impianti devono e possono essere autorizzati. In Lombardia si contano 67 data center attivi, un terzo del totale nazionale. E il 60% delle richieste di autorizzazioni è localizzata proprio in provincia di Milano, nei Comuni dove sono nati i Comitati scesi in piazza ieri.

L’area metropolitana di Milano come mercato emergente del digitale. O meglio: secondario. Gli investitori del digitale sono arrivati nella metropoli lombarda dopo la saturazione dei mercati primari, quelli identificati dall’acronimo FLAP: Francoforte, Londra, Amsterdam, Parigi. Regione Lombardia, a giugno, ha provato a governare il fenomeno, anzi a direzionarlo, varando una legge che incentiva ad aprire data center su aree industriali dismesse.

Sabato scorso l’assessore regionale Massimo Sertori ha però annunciato che entro un mese la legge sarà resa più severa. Il Governo finora non ha aiutato: 10 i campus di data center autorizzati dal Consiglio dei ministri attraverso la dichiarazione del “preminente interesse strategico nazionale”.

I timori

Da qui la protesta. “Ci preoccupa la proliferazione di centri sui nostri territori – spiega Mario Fritella, portavoce della Rete No Data Center e del Comitato del Rhodense –: sono impianti che depauperano i nostri Comuni perché consumano ingenti quantità di acqua e di energia, consumano suolo e mettono a rischio la nostra salute perché contribuiscono all’aumento delle temperature.

È assurdo che attività così impattanti siano autorizzate in gran numero senza che ci sia nemmeno una legge nazionale e con una legge regionale che oggi fa acqua da tutte le parti perché baratta il territorio e la nostra salute con le monete: chi vuole aprire un data center su un terreno agricolo può farlo se è disposto a pagare il doppio”.

“Intorno a Milano e tra Milano e Pavia c’è un numero esorbitante di data center – rimarca Agostino Cullati, del Comitato ciarlasco per la tutela del territorio –. La nostra richiesta è chiara: fermatevi, facciamo una moratoria sulle autorizzazioni per il tempo necessario a valutare l’impatto dei data center sul territorio e sulla salute".

Chiediamo di essere ascoltati e di non lasciare soli i nostri Comuni, spesso piccoli, che si trovano a confrontarsi con grandi multinazionali finendo per accettare compensazioni ambientali ed economiche modeste

"Serve una valutazione cumulativa, che sia fatta su area vasta, non più sul singolo progetto e sul singolo Comune. C’è anche un tema di democrazia: chiediamo di essere ascoltati e di non lasciare soli i nostri Comuni, spesso piccoli, che si trovano a confrontarsi con grandi multinazionali finendo per accettare compensazioni ambientali ed economiche modeste”.

“I pirati stanno assaltando il nostro territorio e i nostri sindaci glielo stanno consentendo al prezzo di pochi euro”: questa la metafora alla quale ricorre Francesca Paganini, del Comitato Cesate non Tace.