ll Regno Unito è più vicino a Bruxelles? Un ritorno nell'Ue dovrà passare per un mandato elettorale

Il Regno Unito di Andy Burnham sarà più vicino o lontano dall'Europa? Sull'argomento, il neo primo ministro si è espresso in passato ma ben poco ha detto da quando la sua leadership al vertice dei Laburisti si è concretizzata. Nulla ieri, nelle sue prime parole da capo del governo. Per Jonathan Portes, professore di Economics and Public Policy al King's College di Londra, il motivo è in primo luogo strategico. Il tema più caldo per la sua audience, in questo momento, è il costo della vita, sono i problemi di economia e di politica interna, non le relazioni con Bruxelles. Ed è per questo che le sue dichiarazioni si sono concentrate in questa direzione. Il secondo, è di natura politica: Burnham deve attenersi al programma votato nel 2024 e redatto dal suo partito. Non ha la facoltà di modificarne le linee guida in esso contenute, e il progetto di "Reset" i rapporti con l'UE, non si tocca. «Non mi aspetto di vedere grandi cambiamenti rispetto alla rotta tracciata da Keir Starmer, anche Burnham continuerà a negoziare con l'UE», commenta l'esperto che abbiamo sentito.

IL FUTURO

La grande domanda, invece, rimane sul futuro: «Se devo speculare, penso che alle prossime elezioni politiche si presenterà con un approccio più radicale». Un nuovo referendum?, gli chiediamo. «Sicuramente discuterà con fazioni interne al partito di una relazione più stretta, che non esclude il mercato unico o un avvicinamento più radicale all'UE». Sempre che Bruxelles sia d'accordo. Secondo Portes, Bruxelles difficilmente prenderebbe sul serio una revisione così radicale dei rapporti senza un mandato elettorale esplicito e per farlo, quindi, Burnham dovrà mettere questo aspetto al voto durante le prossime politiche.

Il summit tra Regno Unito e Unione, però, dedicato al rinomato "Reset" con l'UE e previsto per luglio da Starmer, è stato rimandato a data da destinarsi. Si sarebbero dovuti firmare accordi su temi fondamentali del riavvicinamento, quali la pesca, la mobilità giovanile e le norme fitosanitarie. «Si tratta solo di un rinvio di natura pratica», ne è sicuro Portes.

Di diverse vedute è Anand Menon, professore di politica europea e Director del think tank "UK in a Changing Europe": «Non credo che l'Europa sarà una priorità per Burnham, che sembra concentrato più su temi domestici». Forse, incalza, sarà costretto a spendere più tempo con l'UE perché «forzato» da obiettivi comuni di politica estera, dal sostegno all'Ucraina alle relazioni con Donald Trump. Ma il fatto che il "Reset" sia «sparito» dalle prime dichiarazioni è già un segnale importante, che si unisce alla revoca di Nick Thomas-Symonds dal ruolo di Ministro per le Relazioni con l'UE, esperto interlocutore ben voluto da Bruxelles e braccio destro di Starmer. Nell'articolo per il Times pubblicato alcuni giorni fa, Burnham aveva affermato di voler «consolidare i progressi compiuti nei negoziati in corso tra Regno Unito e UE», rimanendo tuttavia ambiguo su tempistiche e modalità, al contrario delle posizioni ben più decise assunte da Starmer e Rachel Reeves durante il loro mandato.

LA SFIDA

Menon si dimostra più pessimista anche sul summit rimandato, sul quale ipotizza «ci fossero già problemi su più fronti» nel raggiungimento dei singoli accordi. Le tematiche che continueranno a tenere le due entità profondamente legate, però, restano, e vanno dall'energia, alla resilienza economica, l'AI e la tecnologia, la difesa e la sicurezza. E su queste Burnham dovrà continuare a trattare».

Per Portes, la vera sfida per il nuovo primo ministro non è scegliere tra crescita, equità e apertura, ma capire che oggi una non può esistere senza le altre. «Un Paese più chiuso sarà inevitabilmente più povero - ci conferma - senza investimenti non ci sarà crescita; senza una riforma del sistema fiscale lo Stato non potrà finanziare le proprie ambizioni».

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