Lionel Messi dà l'addio alla nazionale argentina

Il numero 10 dell'Albiceleste lascia le competizioni internazionali a 39 anni, a un mese e mezzo dal termine di un Mondiale vissuto da assoluto protagonista fino alla finale persa contro la Spagna

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Un Mondiale da protagonista a 39 anni, perso solo in finale, un ritorno in campo segnato come sempre da gol e giocate strepitose, come il poker con assist rifilato all’ultima giornata di MLS  nel 7-1 della sua Inter Miami al Montreal. In mezzo il dolore per la scomparsa del padre Jorge, una lettera aperta in cui spiegava come fosse stata la sua presenza a farlo andare avanti e metteva in dubbio il prosieguo della sua carriera. Una carriera che, almeno per quanto riguarda la nazionale, si interrompe oggi, 31 agosto 2026, stavolta, probabilmente, in maniera definitiva. Lionel Messi ha annunciato l’addio alla Seleccióncon un lungo post su Instagram accompagnato da una lettera scritta a mano, e non è affatto iperbolico parlare della fine di un’era. Un’era fatta di gol, assist, trofei. L’era di un campione senza pari che per molti anni non avrà eguali.

Il post sui social

"Dopo questo tempo che è passato dalla finale, e dopo averci pensato molto, desidero comunicare a tutti che mi ritiro dalla nazionale - ha scritto il campione argentino sui suoi social in un post che, con una nota, rivela di aver messo giù il 21 luglio, due giorni dopo la finale contro la Spagna, e di esserne ancora più convinto dopo quanto successo al padre -. È stata una decisione che mi ha fatto e mi fa male nell'animo, ma sento che è il momento. Giuro di aver sempre dato tutto, non solo negli ultimi anni in cui si è vinto tutto, anche prima e sempre ho lottato e dato tutto per questa maglia, per darvi allegria e far sì che vi sentiste orgogliosi di essere argentini attraverso il calcio".

Messi ha proseguito: "Amo, ho amato e amerò sempre stare nella nazionale. Mi sono svuotato, ormai non ho più altro da dare e inoltre arrivano giovani molto forti che meritano il posto. Grazie per tutto l'affetto di questi 20 anni. Mi mancherà molto ascoltarvi da dentro. Ora sarò uno di voi, facendo il tifo da fuori (nei momenti buoni e in quelli cattivi molto di più)". Il finale è dedicato alla famiglia: "Grazie per esserci sempre stati, per avermi accompagnato in questo viaggio così bello ma difficile. Grazie a ciascuno degli allenatori, compagni e dirigenti che ho avuto. Porto con me ricordi e momenti vissuti indimenticabili. Me ne vado con la traquillità e l'orgoglio di avervi regalato, insieme ai miei compagni, momenti da sogno. È stata una follia averlo vissuto con voi. Vi voglio bene!. Grazie Dio per avermi fatto argentino. Forza Argentina!".

L'uomo dei record

I numeri parlano chiaro: 954 gol in 1226 partite, 125 in 207 presenze in nazionale. Miglior marcatore di sempre dell'Argentina, unico giocatore con Cafu ad aver giocato tre finali della Coppa del Mondo (2014, 2022, 2026) vincendone una. Calciatore col maggior numero di presenze (34), minuti giocati (3064), partite vinte (23) nelle fasi finali del mondiale (34), con 21 gol segnati (secondo solo a Mbappé) in 16 partite sparse su sei edizioni sempre in campo, l'ultima distante 20 anni esatti dalla prima (tre record, questi condivisi con Cristiano Ronaldo), miglior assistman di sempre del Mondiale a quota 12, almeno uno in ciascuna delle sei edizioni disputate, per un totale di contribuzioni a reti che tra gol e assist fa 33: record assoluto.

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Una classe senza età

I numeri parlano chiaro ma non dicono tutto. Non dicono, per esempio, di quel tocco di palla magico messo in mostra in occasione del gol dell'1-0 contro Capo Verde ai sedicesimi di finale dell'ultimo Mondiale o, per citarne solo un altro, nella rete con cui aprì le marcature nel 3-1 sull'Arsenal del 2011: stop d'esterno su imbucata di Iniesta, leggerissimo tocco sotto per scavalcare il portiere in uscita e piatto ad appoggiare nella rete ormai vuota. Tutto col sinistro, il piede preferito, non certo l'unico buono, dal momento che con il destro ha messo a segno oltre 100 gol. 

Le delusioni e il primo ritiro

I numeri non dicono nemmeno dei momenti peggiori, quelli più bui, quasi tutti legati alla maglia dell'Argentina, una maglia che sembrava stregata fino al 2021, anno del primo successo, la Copa America, con la nazionale maggiore. L'esordio ancora troppo giovane ma già da predestinato a Germania 2006, la bruttissima esperienza con Maradona in panchina nel 2010, due anni dopo aver conquistato l'oro olimpico, il dolore della prima finale persa in Brasile, nel 2014. Poi le finali di Copa America perse ai rigori, una con un suo errore dal dischetto, culminate con l'annuncio del ritiro dalla nazionale. Troppo dolore, troppa pressione, schiacciato com'era da quel paragone pesantissimo con il Pibe de Oro: pecho frío, cuore freddo, così lo chiamavano in patria per quella che sembrava una atavica e innata incapacità di diventare leader dello spogliatoio quando poteva esserlo in campo con la sua supremazia tecnica. 

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Il ritorno in nazionale e il Mondiale vinto

Poi il ripensamento, per un altro giro di giostra, un altro tentativo. Spinto dall'incoraggiamento di papà Jorge, suo procuratore, l'uomo che alla fine del XX secolo lo aveva portato a Barcellona perché al Newell's, dove giocava, nella sua Rosario, il club non voleva saperne di spendere qualche centinaio di dollari per garantirgli le cure che compensassero il suo deficit congenito di ormone della crescita. Il ritorno a vestire l'Albiceleste e la rinascita, con il Mondiale del 2022 inserito in una parentesi fatte di due successi consecutivi in Copa America. Quel ritrovato piacere di giocare per il proprio club, superate le ansie e i timori, un ruolo finalmente di leader riconosciuto da tutti, un cuore sempre più caldo come quel piede sinistro capace di dipingere traiettorie impensabili per i comuni mortali. E il sogno del bis spezzato in finale da una Spagna troppo forte per un'Argentina troppo stanca, ombra della squadra tutto carattere che era stata fino a quel momento. 

Le lacrime del MetLife Stadium

Quello alla nazionale è un addio che matura dopo un mese e mezzo di riflessione e che porta con sé l'immagine del pianto a dirotto al centro del MetLife Stadium in New Jersey e, purtroppo, di alcuni momenti di non esaltantante sportività, come quel cartellino rosso invocato contro Cucurella per un dito poggiato sulla bocca e la scelta di voltare le spalle al podio mentre la coppa veniva alzata da Rodri. Sarebbe ingiusto, però, ricordare la sua traiettoria in nazionale con quelle ultime immagini, dettate dalla frustrazione per una partita non giocata, segnata forse da preoccupazioni extra calcistiche che avrebbero preso forma concreta appena poche settimane dopo, con la morte del padre. Altre lacrime, le ultime, forse quelle decisive per decidere di dire basta. Almeno alla nazionale, perché, per ora, Messi continua a deliziare il pubblico statunitense con i suoi gol. E anche se il giorno del ritiro definitivo dalle competizioni si avvicina inesorabilmente, è bello immaginarlo per sempre su un campo di calcio.

Finale Mondiali 2026

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