Legge elettorale, Quirinale in attesa delle prossime mosse di Meloni. Ma non si pensa a un governo tecnico
Silenzio e attesa. A sera, quando il destino della legge elettorale appare appeso a un filo, sul Colle più alto non squillano telefoni. Sergio Mattarella atterra a Ciampino alle 16,35 come da programma, di ritorno dalla parata parigina sugli Champs-Elysées per il 14 luglio, e fa rientro nel palazzo che fu dei Papi. Alle nove passate agli uffici del Quirinale nessuna richiesta di appuntamento era ancora arrivata da Palazzo Chigi. E non è detto che arrivi oggi, almeno a giudicare dal post che Giorgia Meloni consegna a Facebook alle 20,45. «Un'occasione persa per gli italiani, ma era giusto provarci», scrive la premier. Si va avanti, almeno apparentemente, nonostante il martellare delle opposizioni: «La premier vada al Quirinale e si dimetta», ripetono in coro, «deve prendere atto che non ha più una maggioranza». E Mattarella, che in undici anni al Colle ha fatto dell'aderenza scrupolosa al dettato costituzionale la sua religione, non può che stare "alla finestra". Attesa e silenzio, appunto.
Del resto il governo non è stato sfiduciato, non esiste alcun obbligo per cui Meloni dovrebbe chiedere al capo dello Stato di essere ricevuta e rimettere il mandato nelle sue mani, o magari chiedere una verifica in Parlamento. Certo, il voto segreto ha fatto sì che il centrodestra andasse sotto su un emendamento su cui l'esecutivo aveva dato parere favorevole, il segnale - politico - c'è stato. Altri governi sono caduti nelle stesse circostanze, altri premier si sono dimessi. Mario Draghi, quattro anni fa esatti, prese atto - da non sfiduciato - che la sua maggioranza si era erosa, sfilacciata, e salì al Colle. Mattarella prima rifiutò le dimissioni, invitando l'allora premier a presentarsi alle Camere per una verifica. Poi, una settimana dopo, preso atto del dibattito in Senato che certificò come quell'esperienza fosse giunta al capolinea, non poté fare altro che accettarle. Aprire consultazioni lampo e - una volta verificato che non c'erano altre soluzioni percorribili né maggioranze alternative -, sciogliere le Camere. Convocando le urne per il 25 settembre successivo, nonostante la sessione di bilancio alle porte.
Un precedente che torna d'attualità nelle chiacchiere e nei conciliaboli del Transatlantico che a sera piano piano si svuota. Il Colle - è la convinzione che circola - non si opporrebbe a elezioni anticipate neanche questa volta. Il capo dello Stato ha fatto capire più volte in questi anni che soluzioni "creative" non sono la via maestra. Non per Mattarella, almeno. Se Meloni decidesse di lasciare - e la decisione sarebbe tutta politica -, il presidente seguirebbe il "copione" ordinario. Potrebbe invitarla a restare, certo, a chiedere la fiducia in Parlamento, secondo il precedente Draghi. Ma se anche questa via si rivelasse sbarrata, o se la premier non volesse percorrerla, difficilmente il Colle potrebbe chiudere all'ipotesi di un voto autunnale.
Mattarella aprirebbe le consultazioni, come da prassi. Che a meno di colpi di scena e terremoti interni al centrodestra che però al momento non si registrano, consegnerebbero una situazione di stallo, di paralisi. Nessuna alternativa possibile al voto, come fu nel luglio 2022. Mattarella ne prenderebbe atto. Nonostante la preoccupazione per la situazione internazionale incandescente, nonostante i timori per una legge di bilancio da scrivere. Certo non lo scenario ideale, per il presidente, lasciare un governo in carica per gli affari correnti ad affrontare tutto questo.
Strada segnata
Eppure chi in Transatlantico conosce il pensiero dell'inquilino del Colle ne è convinto. La strada verso le urne sarebbe segnata. Anche nell'ipotesi - ad oggi dell'irrealtà - di un "ribaltone", una maggioranza alternativa simile a quella che sosteneva il governo Draghi: tutti dentro, solo FdI fuori. Il presidente potrebbe mai dare la sua benedizione a un esecutivo che escluda il partito più votato alle ultime Politiche? Anche se nessuno si spinge ad anticipare le mosse del capo dello Stato, molti sono pronti a scommettere di no. La palla, in ogni caso, è nel campo di Meloni. Non è ancora il momento, per l'arbitro, di prendere in mano il fischietto e suonare la fine.
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